Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25534 del 30/11/2011

Cassazione civile sez. trib., 30/11/2011, (ud. 09/11/2011, dep. 30/11/2011), n.25534

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. PARMEGGIANI Carlo – rel. Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 15400/2009 proposto da:

PIRELLI & C. SPA in persona del Procuratore Speciale pro

tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIALE G. MAZZINI 9-11, presso lo

studio dell’avvocato SALVINI Livia, che lo rappresenta e difende

unitamente agli avvocati PAOLO MARIA TABELLINI, ELENIO BIDOGGIA,

giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE;

– intimati –

Nonchè da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrenti incidentali –

contro

PIRELLI & C. SPA;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di ROMA,

depositata il 01/04/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/11/2011 dal Consigliere Dott. CARLO PARMEGGIANI;

udito per il ricorrente l’Avvocato BRANDA, delega Avvocato SALVINI,

che ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale, rigetto

incidentale;

udito per il resistente l’Avvocato ZERMAN, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso incidentale, rigetto principale;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FIMIANI Pasquale, che ha concluso per l’accoglimento ricorso per

revocazione, rigetto ricorso Pirelli.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Pirelli s.p.a. proponeva ricorso per cassazione, con due motivi, notificato al Ministero della Economia e delle Finanze ed alla Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia n. 344/48/00 in data 31 ottobre 2000, depositata il 4 dicembre 2000, che, confermando la sentenza di primo grado della CTP di Milano, aveva respinto il ricorso della società avverso l’avviso di accertamento dell’Ufficio relativo all’anno 1986, nella parte in cui riteneva la sussistenza di una imposta maggiore rispetto al dichiarato ai sensi della L. 25 novembre 1983, art. 2, a titolo di conguaglio sulle somme distribuite sull’utile di esercizio.

In pendenza del ricorso, il Ministero e la Agenzia delle Entrate comunicavano che la società aveva presentato domanda di definizione della controversia ai sensi della L. n. 289 del 2002, art. 16 e provveduto al pagamento delle somme dovute, per cui la Corte, con Decreto n. 7923 del 2009 in data 1-4-2009, dichiarava la estinzione del giudizio ai sensi del comma 8 di detta norma di legge.

Avverso il decreto proponeva ricorso per revocazione la società, sul rilievo che il decreto era fondato su un errore di fatto risultante in modo evidente dai documenti di causa, in quanto la istanza di definizione, ed i relativi versamenti, erano relativi a diversa controversia pendente tra le parti.

Il Ministero e la Agenzia aderivano espressamente con controricorso e ricorso incidentale alla istanza revocatoria, che ritenevano fondata.

Questa Corte, con ordinanza interlocutoria in data 9-6-2010, pronunciata ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c., comma 4, ritenuta manifestamente ammissibile la istanza, rinviava la causa alla pubblica udienza.

La contribuente deposita memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso per revocazione, proposto su un unico motivo per la ipotesi di cui all’art. 391 bis c.p.c. e art. 395 c.p.c., n. 4, è palesemente fondato, come d’altra parte riconosciuto da questa Corte nella motivazione della ordinanza interlocutoria indicata in premessa. E’ infatti evidente e non contestato che dalla domanda di definizione della lite da parte della società contribuente depositata dalla parte erariale a sostegno della istanza di estinzione della lite stessa per intervenuto condono, si evinceva che detta istanza non era relativa al presente giudizio, avente ad oggetto l’avviso di accertamento n. (OMISSIS), concernente l’anno 1986, bensì un diverso avviso di accertamento (n. (OMISSIS)) relativo ad anno diverso (1985) ed in relazione al quale si era incardinato un altro giudizio.

Si tratta quindi di un errore di fatto, limitato al piano percettivo, essenziale in quanto su di esso si è fondato il decreto, ed immediatamente riconoscibile sulla base degli atti offerti alla Corte nella procedura di estinzione, per cui la istanza revocatoria deve essere accolta.

Deve quindi pronunciarsi la revocazione del decreto sopra menzionato, n. 7923/2009 del 1-4-2009.

Conclusa quindi la fase rescindente, con la eliminazione del decreto di estinzione della lite, occorre procedere alla valutazione del merito, prendendo in esame il ricorso per cassazione di cui in premessa. Con il primo motivo, la società deduce violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, sostenendo che la motivazione dell’avviso di accertamento era costituita esclusivamente da un “sintetico procedimento di calcolo” ad avviso della ricorrente non comprensibile ed in ogni caso insufficiente a concretare il requisito motivazionale di cui al citato art. 42, contrariamente a quanto ritenuto dalla CTR secondo cui la motivazione conteneva gli elementi essenziali della pretesa tributaria.

Con il secondo motivo deduce violazione dell’art. 12 preleggi, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 67, della L. n. 649 del 1983, art. 2, nonchè del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 105, applicabile retroattivamente ai sensi del D.P.R. n. 42 del 1988, art. 36, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Espone una premessa sulla natura e le finalità della “maggiorazione di conguaglio” su cui è fondato l’avviso di accertamento, rilevando che tale istituto si era reso necessario per salvaguardare sia il principio del divieto della doppia imposizione (per cui in epoca antecedente al 1983 al socio di una società era riconosciuto un credito di imposta a compensazione del tributo a carico della società sugli utili poi distribuiti, senza alcun controllo sull’effettivo assolvimento da parte della società di tale obbligo tributario, c.d. “principio di indifferenza”) sia la finalità di evitare agevolazioni indebite, in quanto, in relazione alla esistenza in misura spesso rilevante nel bilancio sociale di redditi esenti da imposizione che entravano nella formazione dei dividendi, il socio finiva spesso con il conseguire un credito fiscale maggiore della effettiva imposizione a carico della società.

Pertanto la L. 25 novembre 1983, n. 649, art. 2, dopo avere fissato la aliquota IRPEG sui dividendi al 36% e stabilito il credito di imposta spettante al socio nella misura di 9/16 degli utili conseguiti, stabiliva, per converso, che se gli utili distribuiti dalla società superavano il 64% del reddito imponibile, calcolato con i criteri di legge, l’imposta (IRPEG) a suo carico era aumentata, a titolo di conguaglio, di un importo pari a nove sedicesimi della differenza.

Qualora, invece, gli utili distribuiti fossero inferiori al 64% del reddito imponibile, dapprima il Ministero delle Finanze con circolare, in via interpretativa delle norme esistenti, quindi il legislatore con il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 105, comma 3 (T.U.I.R.) riconoscevano a favore della società la c.d. “franchigia” ovvero una esenzione a fronte della differenza tra la imposta versata dalla società rispetto alla imposizione a carico del socio.

Tale beneficio, tuttavia, era riconosciuto dalla Amministrazione solo a far tempo dalla riforma del 1983, e ciò aveva rilievo per la composizione del reddito imponibile della società si cui effettuare la “franchigia”.

Infatti, le componenti negative di reddito, tra cui quelle relative ad anni precedenti (ad es. costi deducibili) erano ritenute come valutabili se formate dal 1983 in poi, con esclusione di quelle derivanti da esercizi anteriori a tale periodo.

Nella specie, la società aveva calcolato, per il computo del 64% dell’utile di esercizio distribuito ai soci nel 1986, oltre la percentuale calcolata sull’utile dell’anno, poste già assoggettate a tassazione in anni precedenti al 1983.

L’Ufficio aveva disconosciuto l’inserimento di tali poste nella quota esente e pertanto aveva preteso, con l’avviso impugnato, la correlativa maggiorazione della imposta di conguaglio.

Sostiene la ricorrente che tale tesi, condivisa dalla sentenza impugnata, secondo cui la mancanza della normativa relativa alla maggiorazione di conguaglio negli anni in cui si sono fermate le componenti negative di reddito, speculari a reddito su cui si è pagata la imposta deducibili anche negli anni successivi al 1983, ne impedisce il computo al fine del calcolo della franchigia, è illegittima, in quanto configgente con il principio di divieto di doppia imposizione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 67 ed art. 127 cit. T.U.I.R., ed il principio di interpretazione della legge secondo la “ratio” derivante dall’intendimento del legislatore, che è quello di perequazione tra la imposizione a carico del socio e quella a carico della società.

Richiama anche conforme giurisprudenza di questa Corte.

Il primo motivo è infondato.

In primo luogo appare carente di autosufficienza, non avendo riportato in ricorso la motivazione dell’atto di accertamento; in ogni caso è inammissibile, in quanto non spiega, in concreto, perchè il calcolo fondante l’avviso di accertamento fosse incomprensibile od insufficiente, in modo tale da concretare la mancanza di motivazione ai sensi di legge; ed infine perchè, sotto il profilo di violazione di legge, censura in realtà un vizio di motivazione della sentenza che ha riconosciuto la esistenza e sufficienza della motivazione dell’accertamento.

Anche il secondo motivo non può essere condiviso.

E’ ben vero che questa Corte, con la sentenza n. 15205 del 2000 ha riconosciuto la possibilità di includere nel reddito imponibile ai fini della determinazione della maggiorazione di conguaglio sulla distribuzione degli utili di esercizio le poste già assoggettate ad imposta negli esercizi precedenti la entrata in vigore della L. n. 649 del 1983, essenzialmente fondando l’assunto con la congruenza con il principio del divieto della doppia imposizione.

Senonchè tale decisione innovava la precedente giurisprudenza contraria, (Cass. n. 11607 del 1998, n. 5314 e 6631 del 1999) e, pur seguita da conforme Cass. 21153 del 2005, è stata superata da Cass. n. 421 del 2008, e, successivamente, da Cass. n. 4585 del 2010, conforme alla precedente, sicchè appare come consolidato l’indirizzo contrastante l’assunto della ricorrente.

In sostanza, il sistema della maggiorazione di conguaglio decorre dalla entrata in vigore della legge che lo prevede, ed è quindi insensibile a fatti economici verificatisi negli esercizi precedenti, anche se divenuti valutabili nel periodo di vigenza dell’istituto considerato.

In effetti, il modo di procedere della società ricorrente, come esposto in ricorso, evidenzia non solo l’assenza di ipotesi anche astratta di violazione del principio di doppia imposizione, ma il perseguimento, sotto tale usbergo, di finalità elusive della imposizione fiscale.

Infatti, come si evince dal ricorso, la società ha dapprima calcolato l’utile complessivo di esercizio distribuibile dell’anno, “emergente dal bilancio civilistico”; quindi ha calcolato il 64% del reddito imponibile ai fini della maggiorazione di conguaglio che costituisce il limite massimo per la esenzione fiscale in quanto corrispondente alla imposizione a carico dei soci percettori i dividendi; alla somma così ottenuta ha aggiunto un importo “pari alla somma di poste che erano già state assoggettate a tassazione negli esercizi precedenti” non meglio specificate, ed ha preteso di considerarlo esente in forza del divieto di doppia imposizione.

Così facendo, ha posto in detrazione a fini fiscali ben più del 64% del reddito imponibile a tal fine dell’anno 1986, pretendendo di ottenere una “franchigia” riservata dalla legge alla ipotesi in cui gli utili distribuiti siano non già superiori, bensì inferiori al 64% del reddito imponibile In sostanza, ha preteso la restituzione, da parte dell’Erario, di somme versate debitamente a titolo di imposta negli anni di riferimento.

In tal guisa la società ha anticipato nella migliore delle ipotesi (ovvero in quella in cui le poste su cui era stata versata la imposta negli anni precedenti fossero relative ad utili distribuibili, fatto non allegato nè provato) un beneficio fiscale decorrente da epoca posteriore alla formazione della posta, realizzando una detrazione indebita; per altre ipotesi, ha preteso una restituzione di imposta priva di causa, in quanto non è stato nemmeno chiarito in ricorso se i costi derivanti da esercizi precedenti, divenuti deducibili nell’anno 1986 a fronte dei quali sono state computati per differenza le poste tassate siano stati computati in detrazione nella formazione del bilancio, e quindi del reddito imponibile ai fini della maggiorazione di conguaglio.

Conclusivamente, il computo di poste assoggettate a tassazione negli esercizi antecedenti al 1983 in aggiunta alla quota di utile distribuibile delle annualità successive a tale periodo esente da maggiorazione di conguaglio non è giustificabile sulla base del divieto di doppia imposizione realizzando invece una indebita ripetizione di imposte legittimamente versate negli esercizi di competenza.

Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Nulla per le spese, in mancanza di costituzione degli intimati.

P.Q.M.

La Corte pronuncia la revocazione del Decreto 1 aprile 2009, n. 7923;

pronunciando nel merito, rigetta il ricorso della contribuente.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2011

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA