Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25526 del 13/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 25526 Anno 2013
Presidente: VIDIRI GUIDO
Relatore: MANNA ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 31590-2007 proposto da:
STORELLI RENATO STRRNT37A08H501T, domiciliato in
ROMA, VIA CHIANA 48, presso lo studio dell’avvocato
PILEGGI ANTONIO, che lo rappresenta e difende, giusta
delega in atti;
– ricorrente 2013
2706

contro

CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA E ASSISTENZA A FAVORE
DEI DOTTORI COMMERCIALISTI, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata
in ROMA, VIA GEROLAMO BELLONI 88, presso lo studio

Data pubblicazione: 13/11/2013

dell’avvocato PROSPERETTI GIULIO, che la rappresenta
e difende, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 6872/2006 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 04/12/2006 R.G.N.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 25/09/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO
MANNA;
udito l’Avvocato PILEGGI ANTONIO;
udito l’Avvocato PROSPERETTI GIULIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIULIO ROMANO che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.

2659/2005;

R.G. n. 31590/07
Ud. 25.9.13
Storelli c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza depositata il 4.12.06 la Corte d’appello di Roma rigettava il
gravame contro la pronuncia del Tribunale della stessa sede che aveva respinto la
domanda avanzata da Renato Storelli contro l’annullamento, disposto dalla Cassa
Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti, delle
annualità contributive dal 1983 al 1998 per incompatibilità dell’esercizio della

libera professione di dottore commercialista con l’assunzione nel periodo suddetto,
da parte dell’attore, della carica di socio accomandatario della S.a.s. ASA.
Per la cassazione di tale sentenza ricorreva Renato Storelli affidandosi a tre
motivi.
Resisteva con controricorso la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a
favore dei Dottori Commercialisti.
Entrambe le parti depositavano memoria ex art. 378 c.p.c.
Alla precedente udienza del 25.10.12 la Corte disponeva acquisirsi relazione
dell’Ufficio del Ruolo e del Massimario sulla questione, avente carattere
potenzialmente pregiudiziale ed assorbente rispetto alle ulteriori censure mosse dal
ricorrente, relativa all’esistenza o meno del potere della Cassa di annullare periodi
contributivi durante i quali la professione di dottore commercialista fosse stata
svolta in situazione di incompatibilità, ove detta situazione non avesse condotto alla
cancellazione dall’albo del professionista.
La Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori
Commercialisti ha depositato nuova memoria ex art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1- Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 22
legge n. 21/86 nonché vizio di motivazione nella parte in cui l’impugnata sentenza
ha ritenuto che, ai fini dell’integrazione del requisito dell’esercizio continuativo
della libera professione richiesto per l’iscrizione alla Cassa di previdenza, la mera
investitura formale della carica di socio accomandatario di una S.a.s. escluda di per
sé la libertà dell’attività professionale espletata in favore della società medesima e
in favore di altri.
Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del combinato
disposto degli artt. 22 legge n. 21/86 e 3 d.P.R. n. 1067/53, nonché vizio di
motivazione, laddove la Corte territoriale ha ritenuto che la suddetta Cassa di
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Storelli c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti

Previdenza possa, pur in assenza di una norma attributiva del relativo potere,
annullare periodi contributivi durante i quali la professione di dottore
commercialista sia stata svolta in situazione di incompatibilità, ove detta situazione
non sia stata già sanzionata con la cancellazione dall’albo del professionista.
Con il terzo motivo ci si duole di violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 3
d.P.R. n. 1067/53 in combinato disposto con l’art. 420 c.p.c., nonché di vizio di

motivazione, per mancata ammissione della prova testimoniale con cui il ricorrente
aveva chiesto di dimostrare che, ad onta della formale assunzione della carica di
socio accomandatario della S.a.s. ASA, in realtà non aveva esercitato alcuna attività
commerciale per conto della società medesima, limitandosi a svolgere nel suo
interesse meri compiti di amministrazione del patrimonio aziendale e incarichi di
consulenza contabile e fiscale, emettendo regolari parcelle caricate del contributo
del 2%.

2- Il primo e il terzo motivo di ricorso — da esaminarsi congiuntamente perché
connessi — sono infondati.
Si premetta che l’incompatibilità dell’esercizio della libera professione di dottore
commercialista con l’assunzione (in arco temporale coincidente), da parte di Renato
Storelli, della carica di socio accomandatario di una s.a.s. è stata valutata alla
stregua delle disposizioni dell’ordinamento professionale di cui al d.P.R. 27.10.53
n. 1067, il cui art. 3 prevede, fra le incompatibilità, anche “l’esercizio del
commercio in nome proprio o in nome altrui” (restano irrilevanti

perché

successive ai fatti di causa — le modifiche introdotte dal d.lgs. 28.6.05 n. 139).
Ciò detto, si tenga presente che ex art. 2313 c.c. l’odierno ricorrente, in quanto
socio accomandatario di una s.a.s., rispondeva personalmente ed illimitatamente
delle obbligazioni sociali e nel proprio agire spendeva il nome della società ed il
proprio (essendo l’unico accomandatario, necessariamente il suo nome doveva
comparire nella ragione sociale: v. art. 2314 c.c.), spendita del nome che costituisce
il prioritario criterio di imputazione degli effetti attivi e passivi di ogni attività
negoziale (v. art. 1705 c.c.).
L’eventuale carattere meramente formale dell’attribuzione della carica non incide
sui rapporti coi terzi né evita l’estensione di un eventuale fallimento anche al socio
accomandatario (v. art. 147 L.F.), essendo indubbio che anche un soggetto

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Ud. 25.9.13
Storelli c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti

fittiziamente interposto, agendo pur sempre in nome proprio, acquista per ciò solo
la qualità di imprenditore.
Per altro, essendo socio della S.a.s. ASA (diversamente, non avrebbe potuto
ricoprirne la carica di accomandatario), Renato Storelli non poteva che esercitare
l’attività di impresa anche nel proprio interesse, interesse effettivo perché — come
accertato in sede di merito ed espressamente valutato ai fini della decisione da parte

della Corte territoriale, senza che a tale riguardo l’odierno ricorrente abbia mosso
contestazione alcuna — egli era titolare di una quota del 50% dell’intero capitale
sociale, vale a dire di una quota tutt’altro che non significativa o comunque
marginale.
Ne consegue che la prova testimoniale chiesta dal ricorrente era ininfluente,
giacché le circostanze che precedono erano di per sé idonee a dimostrare l’esercizio
di attività di impresa in nome proprio e nel proprio interesse da parte dello Storelli
(anche se davvero egli si fosse, in concreto, limitato a meri compiti di
amministrazione del patrimonio aziendale e ad incarichi di consulenza contabile e
fiscale).

3- Del pari infondato è il secondo motivo di ricorso.
Preliminarmente deve darsi atto che persistono contrasti nella giurisprudenza di
questa S.C. sul tema dell’esistenza o meno del potere della Cassa Nazionale di
Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti (qui di seguito
indicata, anche più semplicemente, come “Cassa”) di annullare periodi contributivi
durante i quali la professione sia stata svolta in situazione di incompatibilità,
sebbene tale incompatibilità non sia stata accertata e sanzionata dal Consiglio
dell’Ordine competente.
Un primo indirizzo giurisprudenziale nega alla Cassa tale potere quando la
situazione di incompatibilità non sia stata già sanzionata dal competente Consiglio
dell’Ordine con un provvedimento di cancellazione dall’albo del professionista
(cfr., ad esempio, Cass. 13.4.96 n. 3493; Cass. 12.7.88 n. 4572; Cass. 6.7.88 n.
4441), mentre altro orientamento glielo riconosce a prescindere da un previo
provvedimento in tal senso (cfr., ad esempio, Cass. 25.1.88 n. 618; Cass. 4.4.03 n.
5344), dovendo l’ente accertare il requisito dell’esercizio della professione
periodicamente e comunque prima dell’erogazione dei trattamenti previdenziali od
assistenziali (cfr. Cass. 15.4.05 n. 7830; Cass. 13.3.03 n. 5344).
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Anche altre sentenze (cfr. Cass. 3.11.99 n. 12239; Cass. 12.7.95 n. 7637; Cass.
20.11.93 n. 11466; Cass. 9.11.91 n. 11948; Cass. 20.10.90 n. 10191; Cass. 21.11.87
n. 8601) asseriscono che, ai fini del conseguimento del diritto alle prestazioni
previdenziali a carico della Cassa, il requisito dell’esercizio della libera professione
di dottore commercialista, richiesto sia dall’art. 2 legge n. 100/63 che dall’art. 2
legge n. 21/86 (non avente sul punto carattere di innovazione), deve essere effettivo,

sicché non può ravvisarsi nei periodi in cui l’interessato abbia svolto attività
incompatibili con quella libero-professionale.
Dunque, implicitamente confermano l’esistenza d’un autonomo potere di
accertamento da parte della Cassa.
L’ultima pronuncia in ordine di tempo emessa dalla Sezione Lavoro di questa S.C.
– la n. 13853 del 15.6.09 — opta, invece, per la soluzione negativa.
In essa si è affermato che, implicando inevitabilmente la verifica del diritto
all’iscrizione all’albo, accertare non solo l’avvenuto svolgimento dell’esercizio
della professione, ma anche la sua legittimità, trascende i poteri della Cassa di
Previdenza, trattandosi di attribuzione esclusiva del Consiglio dell’Ordine dei
dottori commercialisti (competente territorialmente) e da esercitarsi con le garanzie
previste dall’art. 34 d.P.R. n. 1067/1953 in tema di “Cancellazione dall’albo o
dall’elenco” (vale a dire con audizione dell’interessato e possibilità di proporre
ricorso al Consiglio nazionale, ricorso avente efficacia sospensiva del
provvedimento di cancellazione).
Sempre la summenzionata sentenza n. 13853/09 ritiene che il potere della Cassa
di rendere inefficaci alcuni periodi ai fini previdenziali – in ragione della rilevata
esistenza di situazioni di incompatibilità – non può ricavarsi dal regolamento
emanato dalla Cassa medesima il 24.6.94, giacché il potere regolamentare delegato
attiene solo, ai sensi dell’art. 22 co. 3 0 legge 29.1.86 n. 21, all’accertamento della
sussistenza del requisito dell’esercizio della professione, per cui la Cassa può
determinare detti criteri, anche nel modo più ampio, ma non può decidere su
questioni, come l’esistenza di cause di incompatibilità, riservate, senza deroghe di
sorta, ad un organo diverso e cioè al Consiglio dell’Ordine.
Per l’effetto, risulterebbe illegittimo l’art. 7 del citato regolamento 24.6.94,
secondo il quale “Ai fini previdenziali ed assistenziali, non si considerano utili alla
maturazione dell’anzianità di iscrizione i periodi continuativi o cumuli di periodi
frazionati superiori all’anno o multipli di esso, durante i quali l’attività
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professionale sia stata concretamente svolta in una delle condizioni di
incompatibilità, previste dall’articolo 3 del D.P.R. n. 1067/1953 e successive
integrazioni e modificazioni.”.
Infine, sempre la citata sentenza n. 13853/09 aggiunge che nell’ordinamento della
Cassa dottori commercialisti manca una disposizione analoga a quelle vigenti per la
Cassa avvocati e per la Cassa geometri.

Per la prima (quella degli avvocati), l’art. 2 co. 3° legge n. 319/1975 così recita:
“In ogni caso l’attività professionale svolta in una delle situazioni di incompatibilità
di cui al R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 3, e successive modifìcazioni,
ancorché l’incompatibilità non sia stata accertata e perseguita dal Consiglio
dell’Ordine competente, preclude sia l’iscrizione alla Cassa, sia la considerazione,
ai fini del conseguimento di qualsiasi trattamento previdenziale forense, del
periodo di tempo in cui l’attività medesima è stata svolta”.
Per la seconda (quella dei geometri) l’art. 22 co. 4° legge n. 773/1982 dispone: “È
inefficace a tutti gli effetti l’iscrizione alla cassa di coloro che siano o siano stati
illegittimamente iscritti all’albo professionale in violazione delle disposizioni di cui
al R.D.L. 11 febbraio 1929, n. 274, art. 7”.
Osserva, invece, la già ricordata sentenza 4.4.03 n. 5344 di questa S.C. che in casi
analoghi a quello per cui oggi è processo si pone una questione non di verifica in
via incidentale della legittimità dell’iscrizione all’albo, bensì di titolarità del potere
di verifica, da parte della Cassa, dell’esercizio della libera professione, che
costituisce requisito fondamentale (ancorché non esclusivo) per l’iscrizione alla
Cassa medesima (ex art. 2 legge n. 100/63).
Infatti, secondo l’art. 3 d.P.R. n. 1067/53, per esercitare la professione di dottore
commercialista è necessario (v. artt. 2 e 6), oltre al titolo professionale, l’essere
iscritto nell’albo del circondario in cui viene esercitata l’attività, attività
incompatibile – fra altre – con l’esercizio del commercio, in nome proprio o in nome
altrui.
D’altronde, prosegue la sentenza n. 5344/03, mentre la legge istitutiva della Cassa
si limitava a prevedere (art. 11, lettera b, 1. n. 100/63) che per esservi iscritti
occorreva, oltre all’iscrizione all’albo, l’esercizio della libera professione, la legge
di riforma (la 29.1.1986 n. 21) contiene due disposizioni che abilitano e, anzi,
impongono alla Cassa di verificare la sussistenza di tale secondo requisito. Infatti,
ex art. 22 co. 3° legge n. 21/86 la Cassa accerta “la sussistenza del requisito
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dell’esercizio della professione… periodicamente e comunque prima
dell’erogazione dei trattamenti previdenziali e assistenziali” effettuando “all’atto
della domanda di pensione”, controlli (v. art. 20 stessa legge) finalizzati ad
accertare la “corrispondenza tra le comunicazioni inviatele)… e le dichiarazioni
annuali dei redditi e del volume di affari… (degli) ultimi quindici anni”, anche per
“conoscere elementi rilevanti quanto all’iscrizione e alla contribuzione”.

In alti e parole, sempre secondo la citata sentenza n. 5344/03 di questa S.C., prima
dell’erogazione dei trattamenti la Cassa è tenuta ex lege a verificare l’esistenza del
requisito del legittimo esercizio della professione, che si manifesta, tra l’altro,
nell’assenza di situazioni d’incompatibilità.
Ritier e questo Collegio di aderire a tale ultimo orientamento.
In pri no luogo va notato che l’obiezione secondo cui per i dottori commercialisti
manca ma disposizione analoga a quelle vigenti per la Cassa avvocati e per la
Cassa geometri non appare decisiva, perché — a monte — non lo è l’uso del brocardo
“ubi le voluit dixit, ubi noluit tacuit”, ormai storicamente non più proponibile per
suffragare assunti di completezza degli ordinamenti giuridici (il che vale ancor più
nel nostro, che consente il ricorso tanto alla norma generale inclusiva quanto a
quella esclusiva, senza stabilire una gerarchia fra le due).
Del pari non dirimente si rivela la valorizzazione della potestà monopolistica del
Consiglio dell’Ordine sui provvedimenti di cancellazione dall’albo per
incompatibilità, perché tale potestà concerne la cancellazione come possibile esito
di una cognizione sull’esistenza di ipotesi di incompatibilità nell’esercizio della
professione, mentre nel caso di specie quella della Cassa sarebbe pur sempre una
cognizione finalizzata non già a porre nel nulla l’iscrizione all’albo, ma a verificare
uno dei presupposti per l’erogazione del trattamento pensionistico, vale a dire
l’avvenuto (legittimo) esercizio della professione (v. art. 22 co. 3 0 cit. legge n.
21/86).
A tale proposito va sgomberato il campo dall’equivoco, potenzialmente insidioso,
secondo cui il riferimento al mero “esercizio della professione” (che si legge nel co.
3° del cit. art. 22) limiti l’indagine della Cassa al solo svolgimento dell’attività
professionale e non anche al fatto che esso sia avvenuto legittimamente, ovvero in
assenza di cause di incompatibilità.
In realtà è agevole rilevare che il precedente art. 20 espressamente attribuisce alla
Cassa un potere di controllo (esercitato attraverso la richiesta di fornire documenti e
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Storelli c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti

compilare questionari) su “elementi rilevanti quanto all’iscrizione e alla
contribuzione” e che l’eventuale mancata collaborazione da parte dell’interessato
(che non risponda entro 90 giorni dalla richiesta) importa sospensione del
trattamento pensionistico.
Sarebbe davvero singolare attribuire alla Cassa la facoltà di “esigere” (così si
esprime il cit. art. 20) dall’iscritto o dai suoi aventi diritto, sotto comminatoria di

sospensione del trattamento pensionistico, notizie e documenti concernenti solo il
fatto storico dell’esercizio della professione e non anche la sua legittimità, ossia
riconoscerle poteri autoritativi di natura oggettivamente amministrativa senza nel
contempo pretendere che con essi si accerti che l’assicurato abbia maturato
legittimamente il proprio credito pensionistico.
D’altro canto, se ai sensi del cit. art. 20 legge n. 21/86 la Cassa può esigere
dall’assicurato “elementi rilevanti quanto all’iscrizione e alla contribuzione”, ciò
vuol dire che non deve limitarsi alla mera verifica formale dell’attuale iscrizione
(all’albo, deve intendersi, poiché la Cassa conosce per scienza diretta i propri
iscritti) o del perdurare di essa nel periodo oggetto della prestazione erogabile:
infatti, gli albi professionali sono pubblici e consultabili da chiunque.
Pertanto, non avrebbe alcun senso una norma apposita che autorizzasse la Cassa a
domandare all’interessato una circostanza che può apprendere da sé e che, per di

i

più, sanzionasse con la sospensione del trattamento previdenziale od assistenziale la
mancata collaborazione dell’interessato a fornire una notizia conoscibile da
chiunque.
In breve, non sembra sostenibile che dalla pur ampia dizione degli “elementi
rilevanti quanto all’iscrizione” debba espungersi proprio quello di maggior
spessore, vale a dire l’avere l’interessato mantenuto l’iscrizione alla Cassa
legittimamente (ovvero in assenza di cause di incompatibilità), ancor più se si
considera la perdurante funzione pubblicistica (v. art. 2 d.lgs. 30.6.94 n. 509) svolta
dalla Cassa medesima pur dopo la sua trasformazione in ente di diritto privato.
Dunque, per chiudere il punto, una coerente sintesi fra l’art. 20 e l’art. 22 co. 30
cit. legge n. 21/86 induce a concludere che l’accertamento “della sussistenza del
requisito dell’esercizio della professione” debba intendersi implicitamente e
necessariamente esteso alla sua legittimità.
Tornando alla pretesa attribuzione esclusiva al Consiglio dell’Ordine di
qualsivoglia controllo circa il legittimo esercizio della professione, emerge un
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Ud. 25.9.13
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oggettivo ostacolo nel caso in cui l’iscrizione sia cessata per avere l’interessato
chiesto alla Cassa il trattamento pensionistico d’anzianità (come avvenuto nel caso
di specie), cessazione che in concreto sottrae anche al Consiglio dell’Ordine la
potestà in discorso, che non potrebbe più essere esercitata per il venir meno del
relativo oggetto.
Nel contempo, negandosi alla Cassa qualsivoglia verifica proprio nel momento in

cui deve erogare il trattamento di maggior impegno economico (quello
pensionistico), si perverrebbe ad un singolare esito interpretativo: nessuno potrebbe
più verificare il legittimo e continuativo esercizio della professione di dottore
commercialista, che pur costituisce, in realtà, un autonomo requisito per l’iscrizione
non solo all’albo, ma anche alla Cassa (v. artt. 2 legge n. 100/63 e 22 legge n.
21/86).
Si tratta di requisito rilevante su due piani diversi (quello strettamente
professionale e quello previdenziale), fra loro paralleli (e, perciò, senza reciproche
interferenze).
Il suo accertamento non avviene una volta per tutte, ma va reiterato nel corso del
tempo, se è vero come è vero che ai sensi dell’art. 22 co. 3 0 cit. legge n. 21/86 la
Cassa ne effettua controlli periodici “e comunque prima dell’erogazione dei
trattamenti previdenziali ed assistenziali”.
Tali accertamenti sono eseguiti “sulla base dei criteri stabiliti dal comitato dei
delegati” (v., ancora, cit. art. 22 co. 3 0 ), che è uno degli organi della Cassa (v. art. 3
legge n. 100/63).
Ciò conferma che quest’ultima non deve puramente e semplicemente attenersi al
mero dato formale (controllato da altri, cioè dal Consiglio dell’Ordine) della
perdurante iscrizione all’albo: diversamente, non avrebbero senso alcuno né le
verifiche periodiche né i relativi criteri stabiliti in proprio seno dalla Cassa
medesima (che, dunque, non si limita a scorrere l’albo per controllare l’arco
temporale entro il quale l’assicurato vi figuri iscritto).
Quello dei criteri di verifica stabiliti dalla Cassa stessa costituisce avallo ulteriore
dell’assunto per cui, in realtà, anche ad essa è normativamente attribuita — sia pure
per implicito e ai fini suoi propri — un’autonoma potestà di verifica del legittimo
esercizio della professione (e, quindi, dell’inesistenza di cause di incompatibilità,
alla stregua di quanto precede).

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Dall’autonomia della potestà di verifica (anche) in capo alla Cassa (sia pure per
fini suoi propri) del requisito del legittimo esercizio della professione discende il
corollario per cui nulla impone che per negare il requisito in discorso debbano
necessariamente attivarsi a favore dell’interessato le stesse garanzie difensive
previste innanzi al Consiglio dell’Ordine dall’art. 34 d.P.R. n. 1067/53 in vista di un
effetto diverso, vale a dire dell’eventuale cancellazione dall’albo per

incompatibilità.
È pur vero che tale concorrente autonoma valutazione su una medesima situazione
giuridica — la configurabilità o meno di una causa di incompatibilità — da parte di
due differenti soggetti (il Consiglio dell’Ordine dei dottori commercialisti e la
relativa Cassa) può dare luogo ad esiti sostanzialmente contraddittori: tuttavia
l’evenienza è nel sistema (non spetta a questa S.C. stabilire se ciò sia opportuno),
basti pensare che è quel che già ora può avvenire per altri liberi professionisti come
gli avvocati e i geometri, le cui casse previdenziali godono di un’esplicita autonoma
potestà di accertamento di eventuali incompatibilità nell’esercizio della professione
(come sopra si è ricordato).
Da ultimo, ma non per questo meno importante, si tenga presente che la soluzione
qui accolta trova conforto nella necessità di un’interpretazione costituzionalmente
orientata dell’art. 22 co. 3° legge n. 21/86 alla luce dell’art. 38 co. 2° Cost.
Si ricordi, infatti, che con sentenza n. 420/88 la Corte cost. ha dichiarato non
fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 co. 3° legge 22.7.75 n.
319 (riguardante la previdenza forense) nella parte in cui esclude dal diritto al
trattamento di quiescenza i soggetti che – nello stesso periodo di esercizio della
professione forense – si siano trovati in una delle situazioni di incompatibilità
previste dall’ordinamento professionale, sebbene non accertate né perseguite. In
quella occasione il giudice delle leggi (sia pure con riferimento alla previdenza
forense) ha affermato che l’art. 38 co. 2° Cost. non può estendere la propria
funzione di garanzia nei confronti di attività svolte in violazione di precise norme di
legge e, in particolare, di quelle intese alla tutela dell’interesse generale alla
continuità e all’obiettività della professione.

4- In conclusione, il ricorso è da rigettarsi (il che assorbe la questione di
legittimità costituzionale che nella propria memoria ex art. 378 c.p.c. la

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Ud. 25.9.13
Storelli c. Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti

controricorrente ha chiesto, in subordine, di sollevare ove si fosse ritenuto fondato il
secondo motivo di impugnazione).
L’esistenza di precedenti di questa Corte fra loro contrastanti consiglia di
compensare per intero fra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.
La Corte,

legittimità.
Così deciso in Roma, in data 25.9.13.

rigetta il ricorso e compensa per intero fra le parti le spese del giudizio di

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