Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2550 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 28/01/2022, (ud. 10/12/2021, dep. 28/01/2022), n.2550

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI MARZIO Mauro – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.C., elettivamente domiciliata in Peschici (Foggia),

Via T. Tasso n. 15, presso lo studio dell’avvocato Cesarea Losito,

da cui è rappresentata e difesa unitamente all’Avvocato Luca

Carmela Ficuciello;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) s.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, curatore fallimentare avv. Leonardo Lembo;

– intimato –

avverso il decreto n. 1316/2020 del Tribunale di Foggia, depositato

il 29.10.2020 e notificato in pari data;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10.12.2021 dal Consigliere Relatore Dott. Amatore

Roberto.

 

Fatto

RILEVATO

– che viene proposto da D.C. ricorso avverso il decreto n. 1316/2020 del Tribunale di Foggia, depositato il 29.10.2020, con cui è stata respinta l’opposizione allo stato passivo proposta contro il provvedimento del g.d. del Tribunale di Foggia che aveva, a sua volta, rigettato la domanda di ammissione al passivo fallimentare del credito lavoristico della ricorrente azionato per complessivi Euro 11.288,20, di cui Euro 7.222,72 a titolo di Tfr maturato ed il restante per la mancata corresponsione delle mensilità di agosto, settembre ed ottobre 2015;

Il Tribunale ha, in primo luogo, rilevato che la diffida accertativa di cui al n. (OMISSIS), prodotta dalla creditrice, odierna ricorrente, quale documento probante il proprio credito, non aveva acquisito carattere di definitività posto che era stata notificata alla società fallita soltanto in data 7.10.2016 e, dunque, rispetto alla data della dichiarazione di fallimento (intervenuta in data 9.11.2016) allorquando era ancora pendente il termine di 30 giorni per promuovere il tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato del lavoro; che anche la prova testimoniale articolata dall’opponente era in realtà inammissibile in quanto volta a demandare ai testimoni valutazioni di competenza giudiziale e che, a fronte della mancata consegna da parte della società fallita alla curatela della documentazione relativa al libro matricola e alle scritture contabili, era onere della lavoratrice dimostrare l’avvenuto espletamento dell’attività lavorativa nel periodo relativo all’asserita mancata retribuzione delle prestazioni; che la stessa domanda della D. evidenziava una diversità di orario di lavoro nei tre mesi cui si riferiva la domanda di credito da insinuarsi al passivo, sicché sarebbe stato onere dell’opponente dimostrare in giudizio le modalità anche temporali di svolgimento della prestazione lavorativa, prova invece mancata; che non era stata fornita la prova neanche del credito da Tfr, tramite idonea prova documentale (Cud);

– che il fallimento intimato non ha svolto difese;

– che sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo ed unico motivo, intestato “Ragioni”, è stata dedotta l’erroneità del decreto impugnato sul rilievo che era stata prodotta in giudizio la diffida accertativa della Direzione territoriale del lavoro di Foggia sopra indicata in premessa, notificata alla società fallita, in data 7.11.2016 (e dunque in data antecedente alla declaratoria di fallimento avvenuta in data 9.11.2016) e che in data 22.12.2016 l’Ispettorato aveva emesso decreto di convalida dell’accertamento, avente valore esecutivo e retroattivo, e probante la circostanza del mancato versamento da parte della società datrice di lavoro delle differenze retributive richieste; è stato altresì evidenziato che, secondo il normale riparto degli oneri probatori, la dipendente avrebbe dovuto dimostrare solo l’esistenza del rapporto di lavoro per il periodo per il quale aveva chiesto la retribuzione ed il TFR, spettando, poi,, al curatore fallimentare fornire la prova dell’intervenuto pagamento;

– che il motivo, per come articolato, è inammissibile; occorre infatti subito evidenziare che la ricorrente neanche propone uno dei vizi rientranti nel catalogo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, affidando le sue critiche (peraltro rivolte non già al provvedimento impugnato reso dal Tribunale dli Foggia, ma all’operato del curatore fallimentare) ad una generica censura alla decisione di non ammettere il credito lavoristico al passivo fallimentare; sul punto, è utile ricordare che la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicché è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito (Cass. 14 maggio 2018, n. 11603);

– che – anche a voler superare tale pur assorbente profilo di inammissibilità del ricorso – occorre evidenziare che le doglianze così proposte dalla ricorrente non superano, comunque, il vaglio di ammissibilità posto che le stesse non censurano direttamente le rationes decidendi poste a sostegno del rigetto della richiesta insinuazione al passivo del credito lavoristico, e cioè, per un verso, l’inopponibilità al fallimento di un accertamento ispettivo divenuto definitivo solo dopo la declaratoria di fallimento e, per altro, la mancata prova della prestazione lavorativa fornita nei tre mesi sopra ricordati (da cui il credito retributivo oggetto della domanda di insinuazione al passivo) e del maturarsi del diritto al Tfr tramite l’articolazione di una prova testimoniale ammissibile (quella dedotta dall’opponente era stata, infatti, ritenuta inammissibile perché versata su questioni oggetto di esclusiva competenza giudiziale) ovvero la produzione in giudizio di un’adeguata prova documentale (Cud); che infatti la ricorrente si è limitata solo ad allegare che l’accertamento ispettivo era divenuto definitivo in data 22.12.2016, senza tuttavia confutare la ragione giuridica principale posta a sostegno del diniego di ammissione del credito, e cioè la non opponibilità al fallimento dell’accertamento stesso per la sua non definitività prima della declaratoria di fallimento; che le ulteriori censure sono state articolate dalla ricorrente in termini di generica contestazione della presunta violazione del principio di ripartizione degli oneri della prova, senza dolersi, ancora una volta, delle statuizioni giudiziali in ordine all’inammissibilità della proposta prova testimoniale ovvero alla mancata produzione in giudizio del Cud, per la prova del Tfr; che non può essere dimenticato, in termini generali, che il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti. Ne consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali “rationes decidendi” (cfr. Sez. U, Sentenza n. 7931 del 29/03/2013; Sez. 3, Sentenza n. 2108 del 14/02/2012; Sez. L, Sentenza n. 4293 del 04/03/2016; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 9752 del 18/04/2017; Sez. 5, Ordinanza n. 11493 del 11/05/2018; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16314 del 18/06/2019; Sez. 1, Ordinanza n. 18119 del 31/08/2020).

che nessuna statuizione è dovuta per le spese del presente giudizio di legittimità, stante la mancata difesa della parte intimata.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile, il 10 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

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