Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25493 del 21/09/2021

Cassazione civile sez. II, 21/09/2021, (ud. 31/03/2021, dep. 21/09/2021), n.25493

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13815-2017 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

ROVERETO, 7, presso lo studio dell’avvocato VALERIO ANTIMO DI ROSA,

rappresentata e difesa dall’avvocato ANTONIO ORLANDO;

– ricorrente –

contro

R.V., INTESA GESTIONE CREDITI SPA, IN PERSONA DEL LEGALE

RAPP.TE PRO-TEMPORE, BANCA POPOLARE DI NAPOLI SPA, IN PERSONA DEL

LEGALE RAPP.TE PRO-TEMPORE;

– intimati –

contro

CURATELA FALLIMENTO (OMISSIS), IN PERSONA DEL CURATORE, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 4, presso lo studio

dell’avvocato DANIELE SACRA, rappresentato e difeso dall’avvocato

CARLO LIGNOLA;

– resistente –

avverso la sentenza n. 280/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 24/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

31/03/2021 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Fallimento (OMISSIS) evocò avanti il Tribunale di Napoli C.A., quale comproprietaria dell’immobile, R.V., la spa COMIT e la spa B.ca Popolare di Napoli, quali creditori con ipoteca iscritta su detto immobile, per procedere alla divisione del bene in comproprietà tra il fallito e la moglie C., chiedendo altresì la resa del conto e la condanna della comproprietaria alla restituzione dei frutti dalla stessa percetti.

Resistette la C., contestando la domanda attorea, si costituirono anche il R. e la spa Intesa Gestione Crediti, mentre rimaneva contumace la B.ca Popolare di Napoli.

All’esito della trattazione il Tribunale procedette alla divisione dell’immobile – ritenuto indivisibile – mediante assegnazione dello stesso per intero alla C. con suo obbligo di versare al fallimento la somma di Euro 138.725,00 quale eccedenza rispetto alla sua originaria quota, oltre a somma a titolo di ristoro del danno e determinazione di somma mensile dall’agosto 2011 alla conclusione della procedura di traslazione in capo suo della quota pertinente al marito fallito.

La C. propose gravame avanti la Corte d’Appello di Napoli, che, resistendo il Fallimento (OMISSIS) e nella contumacia dei creditori ipotecari, accolse parzialmente l’impugnazione, riducendo l’importo dell’eccedenza da addebitare e rigettò la domanda di ristoro danni proposta dal fallimento.

Osservava la Corte partenopea – per quanto ancòra interessa – come era passata in giudicato la statuizione del primo Giudice di rigetto della domanda di compensazione tra l’importo dovuto per l’eccedenza e le somme pagate ai creditori garantiti da ipoteca sull’immobile comune e come l’assegnazione del bene non poteva esser effettuata al netto del valore delle ipoteche, posto che detti peso gravavano ancora sul bene poiché non intervenuta la purgazione conseguente solamente alla vendita all’asta e, non anche, all’assegnazione ad uno dei comunisti, ex art. 720 c.c.

Avverso la sentenza resa dalla Corte vesuviana, la C. ha proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi.

Il Fallimento (OMISSIS) – unico soggetto intimato – ha solo depositato la procura al difensore.

La ricorrente con atto depositato il 11.4.2020 ha rinunciato al ricorso e nominato nuovo difensore con procura ad litem allegata all’atto di rinuncia con sua sottoscrizione autenticata dal nuovo difensore.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto dalla C. è privo di fondamento giuridico e va rigettato. In limine deve ribadire il Collegio l’irritualità dell’atto di rinunzia, depositato dalla C. – siccome già rilevato dal Presidente di sezione con provvedimento del 10.6.2020 -, posto che la procura speciale al nuovo difensore, che lo sottoscrive, non risulta conferita con atto sottoscritto avanti notaio, bensì con sottoscrizione autenticata dal medesimo difensore – Cass. sez. 3 n 13329/15, Cass. sez. 2 n 20692/18 -.

Con il primo mezzo d’impugnazione la ricorrente denunzia violazione delle norme ex artt. 1111 c.c. e segg. in relazione all’art. 784 c.p.c. in quanto il Collegio partenopeo erroneamente ebbe a ritenere che i debiti garantiti da ipoteca fossero pertinenti alla posizione del marito fallito, mentre in effetti riguardavano lei.

Inoltre, rileva la ricorrente, erroneamente la Corte distrettuale non ha ritenuto che il valore del bene, oggetto di divisione, doveva essere depurato del costo dei pesi ipotecari.

Con la seconda doglianza la C. deduce violazione del disposto R.D. n. 267 del 1942, ex art. 47 poiché il Collegio partenopeo non ha considerato che la casa, oggetto di divisione, era anche l’abitazione del marito fallito, sicché nulla ella doveva sino all’assegnazione definitiva a titolo di indennità d’occupazione dell’intero immobile.

Con il terzo mezzo d’impugnazione la ricorrente rilevava violazione delle disposizioni ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 in relazione all’art. 788 c.p.c., comma 2, in quanto la Corte distrettuale non tenne conto che la stima era risalente nel tempo e non rispecchiava l’effettivo valore attuale del bene oggetto di divisione e non ha rilevato che, dalla somma di conguaglio, doveva esser detratto l’importo speso per liberare l’immobile dai pesi – arg. ex art. 792 c.p.c. – poiché il bene doveva esser attribuito libero ad esito della divisione. Anzitutto va rilevata l’inammissibilità della doglianza proposta con il secondo mezzo d’impugnazione – afferente alla violazione del disposto R.D. n. 267 del 1942, ex art. 47 – posto che il Collegio partenopeo ha respinto la domanda di ristoro danni avanzata dal fallimento per l’utilizzo dell’intero bene oggetto di comproprietà e non risulta che la C. avesse avanzata reciproca domanda di ristoro danni perché il marito fallito godeva anche lui dell’intero bene comune. Inoltre la Corte napoletana ha evidenziato che ambedue i coniugi, in quanto conviventi, godevano legittimamente dell’intero immobile in loro proprietà per quote uguali.

Dunque la censura svolta – non era dovuta alcuna somma per la domanda di ristoro danni avanzata dal fallimento – non coglie il senso della statuizione sul punto adottata dalla Corte, rimanendo al livello di asserzione apodittica priva di confronto con la motivazione esposta dalla Corte di merito e financo di argomentazione critica.

Le altre due censure, mosse con l’impugnazione, possono esser trattate congiuntamente poiché prospettano, da profili diversi, unica questione e sono prive di fondamento.

Anzitutto con relazione al terzo motivo d’impugnazione va rilevato come viene denunziato omesso esame di fatto decisivo, ma non risulta indicato quale sia il fatto non valutato dalla Corte partenopea, specie considerato che questa ha provveduto ad attualizzare, mediante supplemento di consulenza, il valore dell’immobile oggetto di divisione, sicché il cenno all’inattualità della consulenza espletata nel procedimento avanti il Tribunale è questione in fatto superata dalla sentenza impugnata.

La restante parte dell’argomentazione critica svolta nei due motivi di ricorso esaminati attiene alla questione, sollevata dalla C., che le somme spese per liberare l’immobile comune dalle ipoteche, iscritte prima della domanda di divisione, dai creditori dovevano essere detratte dall’ammontare del conguaglio da lei dovuto in dipendenza dell’assegnazione della quota parte in signoria del marito fallito.

La ricorrente reputa errato un tanto, da un alto, affermando che i debiti, in ragione dei quali i pesi furono iscritti, rilevati da soggetto terzo erano a lei sola relativi e, dall’altro, richiamando le norme ex art. 788 e 792 c.p.c. in forza delle quali, anche nelle divisioni, il bene viene venduto libero da pesi ed ipoteche, che si concentrano sul prezzo ricavato.

Le osservazioni fatte dalla C. non colgono nel segno posto che, nella specie, non già il Giudice della causa divisoria ha proceduto alla vendita all’incanto del bene – situazione in relazione alla quale è operato richiamo all’art. 570 c.p.c. e segg. presente nell’art. 788 c.p.c. – bensì mediante assegnazione per intiero, su sua richiesta, ad uno dei comunisti.

Inoltre – come rettamente osservato dalla Corte napoletana – le ipoteche non risultano cancellate, bensì soggetto terzo ha pagato i debiti, garantiti dalle ipoteche, con la relativa surroga nel credito e nelle garanzie, oltre che quale creditore privilegiato insinuato al passivo del fallimento (OMISSIS).

Inoltre la C., nella specie, non ha assunto la veste del mero terzo datore d’ipoteca con conseguente applicabilità della disposizione ex art. 2871 c.c., bensì era – come ricordato puntualmente nella sentenza impugnata – anche condebitrice assieme al marito fallito.

In forza di detti accertamenti di fatto, il Tribunale ebbe a disattendere l’eccezione di compensazione avanzata dalla C. – statuizione passata in giudicato – poiché non fu lei a pagare i debiti collegati alle ipoteche gravanti sul bene comune, e medesima osservazione ha condotto la Corte partenopea a rigettare la pretesa della ricorrente di ridurre l’ammontare dell’eccedenza, che ella doveva versare al condividente in ragione dell’assegnazione del bene, poiché le ipoteche erano ancora esistenti ed i debiti non erano stati pagati dalla C. bensì da soggetto terzo.

Deve, inoltre, rilevare questo Collegio come, dogmaticamente, la pretesa del condividente assegnatario di avere riconosciuto l’esborso fatto per liberare da ipoteca l’immobile comune, non già, può riguardare ” l’addebito dell’eccedenza ” di cui all’art. 720 c.c., norma che dispone solamente l’addebito dell’eccedenza nella porzione del comproprietario privato della sua quota, bensì ha rilievo in sede di resa del conto ex art. 723 c.c., norma che espressamente opera riferimento a ” conguagli o rimborsi che si devono tra loro i condividenti”.

Di conseguenza la critica mossa dalla C. non supera l’osservazione fattuale della Corte partenopea che i debiti, garantiti dalle ipoteche iscritte sul bene comune, furono pagati da un soggetto terzo e non dalla condividente, sicché non assumono alcuna incidenza sulla determinazione dell’eccedenza poiché non avvenuta nella specie alcuna resa di conto.

Stante che la procedura fallimentare, benché regolarmente evocata in questa sede di legittimità, s’e’ costituita solo depositando la procura, nulla s’ha da provvedere circa le spese di questa lite.

Concorrono in capo alla C. le condizioni processuali per l’ulteriore versamento del contributo unificato pari a quello dovuto per l’iscrizione della causa a ruolo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nell’adunanza di camera di consiglio, il 31 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 21 settembre 2021

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