Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25458 del 12/11/2020

Cassazione civile sez. VI, 12/11/2020, (ud. 10/09/2020, dep. 12/11/2020), n.25458

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22878-2019 proposto da:

V.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TIBULLO

10, presso lo studio dell’avvocato GRAZIA TEDESCO, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARCO CALANDRINO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1751/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 29/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che V.M. ricorre, sulla base un unico motivo, per la cassazione della sentenza n. 1751/19, del 29 maggio 2019, della Corte di Appello di Bologna, che – respingendo il gravame da essa esperito avverso la sentenza n. 1078/12, del 18 aprile 2012, del Tribunale di Bologna – ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria, proposta dall’odierna ricorrente nei confronti del Ministero della Salute, volta il ristoro dei danni subiti per aver contratto epatite cronica da virus HCV, a causa di trasfusioni da sangue infetto effettuate sin dal 1978;

– che, in punto di fatto, la ricorrente riferisce di essere affetta, dalla nascita, avvenuta il 29 novembre 1977, “da un deficit congenito di fattore VII, motivo per cui veniva sottoposta a ripetute somministrazioni di più unità di sangue fresco, plasma ed emoderivati”, contraendo, come detto, epatite da virus HCV, con un drastico abbassamento della sua qualità di vita, subendo in particolare;

– per il fatto di aver saputo da ragazza di essere affetta da tale malattia;

– “forti ripercussioni sulla sua vita sociale ed affettiva”;

– che conveniva, pertanto, in giudizio il Ministero della Salute per conseguire il risarcimento dei danni subiti;

– che il primo giudice, all’esito di istruttoria nel corso della quale provvedeva a svolgere CTU medico-legale, pur riconoscendo l’esistenza del nesso causale tra gli interventi effettuati e l’insorgenza della patologia, rigettava la domanda risarcitoria, con decisione confermata da quello di appello, che escludeva la responsabilità del Ministero sul rilievo che all’epoca dei trattamenti trasfusionali – avvenuti tra il 1978 ed il 1990 – mentre il virus HBV “era stato appena riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, quello HCV “non era stato ancora individuato”, sicchè la responsabilità del convenuto trova “un limite nella prevedibilità o prevenibilità dell’evento sulla base delle conoscenze scientifiche esistenti al momento del fatto”;

– che avverso la decisione della Corte felsinea ricorre per cassazione la V., sulla base – come detto – di un unico motivo;

– che – esso deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), sebbene non espressamente evocato – “erronea applicazione delle norme e dei consolidati principi in materia di responsabilità del Ministero della Salute”, norme individuate, in particolare, negli artt. 113 e 116 c.p.c., negli artt. 2043 e 2050 c.c., oltre che nella L. 14 luglio 1967, n. 592 e nella L. 13 marzo 1958, n. 296, nel D.P.R. 24 agosto 1971, n. 1256, nel D.M. Sanità 7 febbraio 1972 e nel D.M. Sanità 15 settembre 1972, nella L. 7 agosto 1973, n. 519 e nella L. 23 dicembre 1978, n. 833, nel D.L. 30 ottobre 1987, n. 443, nella L. 4 maggio 1990, n. 107 e nella L. 29 maggio 1991, n. 178, nel D.M. Sanità 12 giugno 1991, ne D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, nel D.Lgs. 30 giugno 1993, n. 266 e nel D.Lgs. 30 giugno 1993, n. 267, nella L. 18 febbraio 1997, n. 44, e, infine, nella L. 31 marzo 1998, n. 112;

– che la ricorrente deduce come il Ministero conoscesse l’epatite di tipo B almeno dal 1966, ciò che è sufficiente, sulla scorta della giurisprudenza di questa Corte, per configurarne la responsabilità anche per il contagio degli altri due virus, non ponendosi gli stessi intendersi come eventi autonomi;

– che il Ministero della Salute ha resistito, con controricorso, alla proposta impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità;

– sia in relazione all’art. 366 c.p.c. (per non avere la ricorrente riportato i passi della sentenza oggetto di ricorso e i motivi per i quali se ne richiede la cassazione, anche attraverso una dettagliata indicazione delle norme che si assumono violate), che all’art. 360 bis c.p.c., comma 1, n. 1), giacchè la Corte territoriale si sarebbe uniformata agli indirizzi della giurisprudenza di legittimità – o comunque il rigetto;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. (peraltro contenente un refuso, quanto all’ipotizzato esito del giudizio, refuso frutto di mero “lapsus calami”, come reso evidente dai riferimenti giurisprudenziali citati), è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio del 10 settembre 2020;

– che la ricorrente ha insistito nelle proprie censure.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è manifestamente fondato;

– che, in via preliminare, deve essere disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso, ex art. 366 c.p.c. formulata dal controricorrente Ministero;

– che sussiste, infatti, una sufficiente (ancorchè scarna) individuazione sia delle norme che si assumono violate, sia del “decisum” oggetto di impugnazione (in particolare alle pagg. 2 e 9 del ricorso);

– che, sul punto, è sufficiente ribadire – sulla base di quanto chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte – come l’onere della “specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), secondo cui il ricorso deve indicare “i motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano” non debba essere inteso quale assoluta necessità di formale ed esatta indicazione dell’ipotesi, tra quelle elencate nell’art. 360 c.p.c., comma 1, cui si ritenga di ascrivere il vizio, nè di precisa individuazione degli articoli, codicistici o di altri testi normativi (nei casi di deduzione di violazione o falsa applicazione di norme sostanziali o processuali), comportando invece l’esigenza di una chiara esposizione, nell’ambito del motivo, delle ragioni per le quali la censura sia stata formulata e del tenore della pronunzia caducatoria richiesta, che consentano al giudice di legittimità di individuare la volontà dell’impugnante e stabilire se la stessa, così come esposta nel mezzo d’impugnazione, abbia dedotto un vizio di legittimità sostanzialmente, ma inequivocamente, riconducibile ad alcuna delle tassative ipotesi” previste dal codice di rito civile (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sentenza 24 luglio 2013, n. 17931, Rv. 627268-01);

– che, nel merito, la censura è fondata;

– che, infatti, in caso di “patologie conseguenti ad infezione da virus HBV, HIV e HCV, contratte a seguito di emotrasfusioni o di somministrazione di emoderivati, sussiste la responsabilità del Ministero della salute anche per le trasfusioni eseguite in epoca anteriore alla conoscenza scientifica di tali virus e all’apprestamento dei relativi test identificativi (risalenti, rispettivamente, agli anni 1978, 1985, 1988), atteso che già dalla fine degli anni ‘60 era noto il rischio di trasmissione di epatite virale ed era possibile la rilevazione (indiretta) dei virus, che della stessa costituiscono evoluzione o mutazione, mediante gli indicatori della funzionalità epatica, gravando pertanto sul Ministero della salute, in adempimento degli obblighi specifici di vigilanza e controllo posti da una pluralità di fonti normative speciali risalenti già all’anno 1958, l’obbligo di controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni e gli emoderivati fosse esente da virus e che i donatori non presentassero alterazione della transaminasi” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 22 gennaio 2019, n. 1566, Rv. 652686-01, nonchè, in senso analogo, Cass. Sez. 3, ord. 6 maggio 2020, n. 8495, Rv. 657780-01; nello stesso senso, peraltro, Cass. Sez. Un., sent. 11 gennaio 2008, n. 576, Rv. 600902-01; Cass. Sez. Un., sent. 11 gennaio 2008, n. 584, non massimata, Cass. Sez. 3, sent. 27 aprile 2011, n. 9404, non massimata sul punto; Cass. Sez. 3, sent. 29 agosto 2011, n. 17685, Rv. 619471-01; Cass. Sez. 3, sent. 23 gennaio 2014, n. 1355, non massimata; Cass. Sez. 3 e numerose altre);

– che, in particolare, questa Corte ha affermato che in “caso di patologie contratte a seguito di emotrasfusioni o di somministrazione di emoderivati, il rapporto eziologico tra la somministrazione del sangue infetto in ambiente sanitario e la specifica patologia insorta viene apprezzato sulla base delle cognizioni scientifiche acquisite al tempo della valutazione, le quali hanno consentito di identificare e nominare le malattie tipiche (HBV, HIV e HCV), ma ciò che rileva ai fini del giudizio sul nesso causale è l’evento obiettivo dell’infezione e la sua derivazione probabilistica dalla trasfusione, a prescindere dalla specificazione della prima in termini di malattia tipica” (Cass. Sez. 3, ord. 11 luglio 2017, n. 17084, Rv. 644966-01; nello stesso senso Cass. Sez. 3, sent. 31 gennaio 2018, n. 2337, Rv. 647591-01; Cass. Sez. 3, sent. 8 marzo 2019, n. 6734, Rv. 653254-01);

– che questa Corte, inoltre, richiamate una pluralità di fonti normative, ha costantemente affermato che “il dovere del Ministero della Salute di vigilare attentamente sulla preparazione ed utilizzazione del sangue e degli emoderivati postula l’osservanza di un comportamento informato a diligenza particolarmente qualificata, specificamente in relazione all’impiego delle misure necessarie per verificarne la sicurezza, essendo tenuto ad evitare o ridurre i rischi a tali attività connessi”, precisandosi, altresì, che la “colpa della P.A. rimane d’altro canto al riguardo integrata anche in ragione della violazione dei dovuti comportamenti di vigilanza e controllo imposti dalle fonti normative più sopra richiamate, costituenti limiti esterni alla sua attività discrezionale ed integranti la norma primaria del “neminem laedere” di cui all’art. 2043 c.c.”, norma “in base alle quali essa è tenuta ad un comportamento attivo di vigilanza, sicurezza ed attivo controllo in ordine all’effettiva attuazione da parte delle strutture sanitarie addette al servizio di emotrasfusione di quanto ad esse prescritto al fine di prevenire ed impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto (…), non potendo invero considerarsi esaustiva delle incombenze alla medesima in materia attribuite la quand’anche assolta mera attività di normazione (emanazione di decreti, circolari, ecc.)” (Cass. Sez. 6-3, ord. 10 maggio 2018, n. 11360, Rv. 648807-01), ravvisando, così, “il comportamento omissivo e comunque non diligente del Ministero nei controlli e nell’assolvimento dei compiti affidatigli”, anche nel mancato assolvimento degli adempimenti “relativi all’attuazione del “Piano sangue”, previsto dalla L. n. 592 del 1967 (…) e realizzato solo nel 1994″ (Cass. Sez. 6-3, ord. 19 gennaio 2017, n. 1382, non massimata);

– che, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla Corte di Appello di Bologna, in diversa composizione, per la decisione nel merito, nel rispetto dei principi di diritto di cui sopra, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e, per l’effetto, cassa la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello di Bologna, in diversa composizione, per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2020

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