Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25448 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. I, 11/11/2020, (ud. 21/10/2020, dep. 11/11/2020), n.25448

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAGDA Cristiano – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

A.I.A., rappr. e dif. dall’avv. Giacomo Cainarca,

elett. dom. presso lo studio dell’avv. Valentina Valeri, in viale

Regina Margherita n. 239, come da procura spillata in calce

all’atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministero p.t. rappr. e dif.

ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato presso i

Uffici, in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

per la cassazione del decreto Trib. Milano 10.4.2019, n. 3312, in

R.G. 12462/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

FERRO Massimo alla camera di consiglio del 21.10.2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. A.I.A. impugna il decreto Trib. Milano 10.4.2019, n. 3312, in R.G. 12462/2018 di rigetto dell’impugnazione interposta avverso il provvedimento 23.1.2018 di diniego della tutela invocata dinanzi alla competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e da tale organo disattesa;

2. il tribunale, dopo aver proceduto a sentire il richiedente, ha ritenuto: a) implausibile il narrato esposto nelle dichiarazioni relative all’allontanamento dalla Nigeria, prospettato con riguardo all’aggressione subita da un gruppo criminale (“sette maschere”), operativo a (OMISSIS) (nell’Oyo State), per via della genericità ed incoerenza dei riferimenti, l’assimilabilità a delinquenza comune dell’attività subita, la risalenza dei fatti (oltre 5 anni), la non riscontrabilità dell’autenticità dei documenti prodotti, anche in difetto di compiuta identificazione del richiedente, sprovvisto di passaporto; b) la non inerenza dei fatti dichiarati ai presupposti della persecuzione, nè al danno grave D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. a) e b), mancando, dalle stesse dichiarazioni, sia i motivi di cui al cit. D.Lgs., art. 8, sia gli elementi di organizzazione del gruppo autore delle condotte aggressive riferite, quale fuori controllo, poichè invero individuato in un primo tempo e contrastato dalla stessa polizia; c) insussistente un conflitto armato generalizzato nell’Oyo State, in Nigeria, secondo le fonti consultate e ai sensi del D.Lgs. cit., art. 14, lett. c); d) infondata la richiesta di protezione umanitaria, per omessa allegazione e prova di violazione di diritti umani fondamentali nel Paese d’origine, ove il richiedente conserva un radicamento familiare, di ragioni di salute e di sufficiente grado di stabile integrazione in Italia; e) infondata anche una autonoma domanda di asilo ex art. 10 Cost., trattandosi di misura ricompresa nel trattato sistema di triplice protezione;

3. il ricorrente propone due motivi di ricorso, il Ministero si è costituito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si lamenta la violazione dell’art. 10 Cost. e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, anche come vizio di motivazione, avendo il tribunale trascurato che si tratta di norma che conserva autonomia nel sistema delle fonti della protezione internazionale, almeno per quella cd. umanitaria, da riconoscere in ragione della vulnerabilità in cui è occorso il richiedente, in rapporto alle condizioni d’insicurezza, salute e assistenza sociale, anche con riguardo alla famiglia nel frattempo costituita;

2. con il secondo mezzo si deduce l’erroneità del decreto in punto di protezione sussidiaria, mal motivata per ogni aspetto considerato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ed in particolare quanto al conflitto armato nella zona di provenienza;

3. il primo motivo, nonostante la genericità e l’assemblamento di due censure in una, appare scindibile quanto al profilo della violazione dell’art. 10 Cost.; sul punto esso è inammissibile, poichè in contrasto con consolidato indirizzo di legittimità, per cui “il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, ed al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, cosicchè non v’è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3″ (Cass. 16362/2016, 11110/2019);

4. l’esame del secondo profilo del primo motivo e di una parte del secondo motivo, va a sua volta preceduto dal rilievo dell’omessa censura, ad opera del richiedente, del puntuale giudizio di non credibilità del narrato, motivato dal giudice di merito in ragione di implausibilità e incoerenza; si tratta invero di ratio decidendi, oltre che autonoma, pregiudiziale rispetto alla disamina dei profili di critica – peraltro in forma assai incerta – rivolti al diniego della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), motivata dal tribunale anche per difetto di provenienza delle minacce da gruppi non connotati, come nel caso, da forza statuale o parastatuale o comunque di spessore organizzativo cospicuo e non contrastato dalla polizia;

5. così, non solo costituisce ragione d’inammissibilità aver omesso di contestare in modo adeguato un essenziale accertamento sul difetto di genuinità soggettiva del ricorrente, posto che ciascuna delle due citate rationes decidendi è “di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere del ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso” (Cass. 10815/2019); ma, si aggiunge, il giudizio di non credibilità del narrato spiega effetti anche nel merito quanto al diniego della protezione richiesta; invero, per un verso, va ripetuto che “D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, verifica sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (Cass. 21142/2019); per altro verso, è pacifico che il giudizio di non credibilità influenza negativamente il contenuto dello stesso onere di cooperazione istruttoria, secondo un limite minimo comune ad entrambi gli indirizzi, pur non convergenti, seguiti sinora sul punto da questa Corte (Cass. 15794/2019 e 16122/2020);

6. circa il secondo profilo del secondo motivo, il ricorso è poi inammissibile, per plurime ragioni; esso contrasta con il principio per cui, si ripete, “ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. 18306/2019); in ogni caso, l’accertamento “implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito. Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5” (Cass. 30105/2018); inoltre, il ricorrente per cassazione che intenda denunciare in sede di legittimità la violazione del dovere di cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito non deve limitarsi a dedurre l’astratta violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, a ha l’onere di allegare l’esistenza e di indicare gli estremi delle COI che, secondo la sua prospettazione, ove fossero state esaminate dal giudice di merito avrebbero dovuto ragionevolmente condurre ad un diverso esito del giudizio; la mancanza di tale allegazione – che, nella specie, difetta di ogni puntale riferimento allo Stato di provenienza del richiedente – impedisce alla Corte di valutare la rilevanza e decisività della censura, rendendola inammissibile;

7. quanto infine al secondo profilo del primo motivo e comunque alla censura sul mancato conseguimento della protezione umanitaria, il decreto, dopo aver escluso la credibilità del ricorrente e valorizzato la mancanza di documenti di identificazione come lo stesso passaporto, ha giudicato insufficiente il percorso integrativo allegato, posta la sua sostanziale coincidenza, per un verso, con le mere attività allestite dalla struttura di accoglienza e così, per altro, ponendo in dubbio la stessa integrazione – che di per sè non rappresenta comunque il fatto costitutivo di un diritto pieno alla misura protettiva – poichè realizzata mediante un rapporto di lavoro non stabile e un alloggio fornito da tale servizio pubblico, a fronte di riferimenti familiari ancora presenti nel Paese d’origine;

8. appare così rispettato nella decisione il principio, con Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018), per cui “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″; l’indirizzo è stato ribadito da Cass. s.u. 29460/2019, facendo nella specie difetto i termini oggettivi di un’effettiva comparabilità, al fine di censire la vulnerabilità del ricorrente, negata dal decreto, che ha appunto escluso, per la insufficienza e genericità dei richiami offerti, la rilevanza più specifica di altri fattori; si tratta di prospettazione tanto più necessaria a fronte della perentoria valutazione d’irrilevanza operata dal giudice di merito, anche in relazione alla non credibilità del narrato quanto alle ragioni dell’allontanamento dalla Nigeria (Cass.2682/2020); si può allora ribadire che l’odierna censura è nel suo complesso inammissibile per genericità e perchè si risolve in un vizio di motivazione, oltre però il limite del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

9. il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020), oltre a quelli per la condanna alle spese, secondo soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.100, oltre ad accessori di legge e alle spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 21 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

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