Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25441 del 12/11/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 25441 Anno 2013
Presidente: BURSESE GAETANO ANTONIO
Relatore: BURSESE GAETANO ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 547-2008 proposto da:
CHIACCHIARETTA ANNA CHCNNA51R51D690B, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 6, presso lo studio
dell’avvocato CIPRIETTI SABATINO, che la rappresenta e
difende;
ricorrente
2013
2201

contro

CHIACCHIARETTA LEVINO CHCLVN23E12D690Y, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA DEI TRE OROLOGI 14/A (Studio
Prof. Gambino), presso lo studio dell’avvocato AVV.
SCHIONA LAMBERTO, rappresentato e difeso dall’avvocato

Data pubblicazione: 12/11/2013

SCHIONA ADRIANO;

controricorrente

avverso la sentenza n. 794/2006 della CORTE D’APPELLO
di L’AQUILA, depositata il 07/11/2006;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

ANTONIO BURSESE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. LUCIO CAPASSO che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

udienza del 30/10/2013 dal Presidente Dott. GAETANO

Chiacchiaretta-Chiacchiaretta

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Il Tribunale di Chieti con sentenza n. 381/03 rigettava il ricorso per
manutenzione del possesso proposto da Anna Chiacchiaretta nei confronti

23.11.200 un telegramma- ritenuto lesivo del possesso – del seguente
testuale tenore: ” AI solo fine di evitare l’inizio di altro giudizio ti invito a
sgomberare i locali di mia proprietà posti al piano superiore ed a togliere i
lucchetti abusivamente ed illegittimamente apposti il tutto entro tre giorni da
oggi.” La Chiacchiaretta, nel suo ricorso introduttivo depositato in data
14.2.200 , facendo riferimento ad altre pregresse controversie possessorie
insorte tra lei e il proprio zio riguardanti l’immobile sito in San Giovanni
Teatino, n, 14. , assumeva che il menzionato telegramma costituiva un
nuovo fatto di disturbo che poneva in pericolo il riconosciuto suo possesso
dell’immobile in questione. Il tribunale aveva ritenuto il predetto telegramma
inidoneo alla turbativa dell’altrui possesso, per la considerazione che aveva
fatto seguito a procedure ex art. 703 c.p.c. che avevano avuto esito
sfavorevole per l’attrice, inserendosi nell’ambito di una complessa vicenda
giudiziaria tra le parti, che involgeva anche questioni petitorie.
La sentenza de qua veniva appellata da Anna Chiacchiaretta, e l’adita Corte
d’Appello de L’Aquila, nella resistenza dell’appellato, con sentenza n.
794/06 depositata il 7.11.06, rigettava l’appello, confermando la pronuncia

Corte Suprema di Cassazione

– est. dr. G. A. Bursesc-

3

del proprio zio, Levino Chiacchieretta, che aveva spedito alla nipote, in data

impugnata. La corte confermava che l’appellante non poteva richiamare a
sostegno della nuova domanda possessoria gli stessi fatti che erano stati
oggetto della precedente azione possessoria ormai conclusa, come stabilito
e rilevato dal 1° giudice. Il telegramma poi non costituiva alcuna violazione

ove possibile, l’insorgenza di un’ulteriore controversia giudiziaria tra le parti.
Anna Chiacchiaretta , ricorre per la cassazione della suddetta pronunzia
sulla base di n. 3 motivi. Resiste l’intimato Levino Chiacchiaretta con
controricorso, illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLE DECISIONE
1 – Con il primo motivo del ricorso l’esponente

denuncia

/omessa o

insufficiente motivazione ou punti decisivi della controversia; sostiene che la
domanda peAmzsofiu úri Otam§ hdi hitte , 21-Itonornu P mmd”tl’ }n
quanto con la domanda de qua non si richiedeva un nuovo accertamento e
giudizio su fatti di turbativa già posti in essere dal Lavino Chicchiaretta ed
oggetto di altri ricorsi possessori ancora pendenti per il merito. Quindi a nulla
rileva la questione del formarsi del giudicato di cui parla la Corte
territoriale in relazione a i fatti costituenti l’oggetto della precedente azione
possessoria , fatti che erano stati da lei richiamati ma al solo fine illustrativo
della complessa vicenda in esame, caratterizzata da più azioni di spoglio o
di turbativa, poste in essere a in relazione a diverse stanze
dell’immobile in questione.

Corte Suprema di Cassazione — II sez.

G. A. Bursese-

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del possesso, in quanto conteneva piuttosto espressioni intese ad evitare ,

2- Con il 2° motivo, la ricorrente denunzia ivizio di motivazione e la
violazione art. 1362 c.c., nonché l’erronea interpretazione e valutazione delle
istanze istruttorie. Sostiene che il telegramma di cui trattasi ben poteva
costituire una turbativa o molestia ( di diritto) del possesso dell’immobile in

anche se le stesse non erano state ritenute dal giudice violazioni del
possesso.
Entrambe le doglianze — congiuntamente esaminate in quanto connesse —
non hanno pregio. Può dirsi pacifico che la presente controversia è una
autonoma e distinta domanda possessoria che ha come oggetto unicamente
la valutazione del alla stregua di una molestia possessoria di
diritto ai sensi dell’art. 1170 c.c. La Corte territoriale ha argomentativamente
chiarito che il telegramma non metteva in alcun modo in pericolo il possesso
dell’attrice, essendo evidente che lo stesso mirava solo a prevenire altre liti
tra le parti. E’ invero opportuno ricordare che il testo del telegramma è il
seguente: ” Al solo fine di evitare l’inizio di altro giudizio ti invito a
sgomberare i locali di mia proprietà posti al piano superiore ed a togliere i
lucchetti abusivamente ed illegittimamente apposti il tutto entro tre giorni da
oggi.” Trattasi invero di una manifestazione di volontà non esprimente
l’intenzione di mettere in pericolo il possesso altrui , ma di affermare un
proprio diritto, sia pure con la negazione di un diritto d’altri ; tutto ciò però
non appare certamente idoneo a mettere in pericolo il possesso che la

Corte Suprema di Cassazione —

z. civ. – est. dr. G. A. Bursese-

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questione, avuto riguardo alle pregresse vicende intercorse tra le parti,

ricorrente assume di avere sull’immobile in questione. D’altra parte la
valutazione del giudice distrettuale sul punto, in quanto congruamente
motivata, non può essere censurata in questa sede di legittimità.
Tale conclusione del resto è conforme all’insegnamento di questa S.C. (

può realizzarsi, anche senza tradursi in attività materiali, attraverso
manifestazioni di volontà che devono – però – esprimere la ferma intenzione
del dichiarante di tradurre in atto il suo proposito, mettendo in pericolo l’altrui
possesso. Invece, se le manifestazioni di volontà – siano esse verbali o
scritte – siano rivolte all’affermazione di un diritto proprio o alla negazione di
un diritto altrui, senza far temere imminenti azioni materiali contrastanti con
la situazione di possesso, non si è in presenza di molestia possessoria,
bensì solo di espressioni intese ad evitare – se possibile – una controversia
giudiziaria. La ricorrenza di una o dell’altra ipotesi rientra nella valutazione
del giudice di merito, il cui accertamento – se adeguatamente motivato sfugge al controllo di legittimità.” ( Cass. n. 1409 de/ 19/0211999).
3 – Passando al 3° motivo con esso la ricorrente denuncia la violazione
dell’art. art. 112 c.p.c. : omessa pronuncia sulla subordinata domanda,
ovvero violazione dell’art. 184 c.p.c. in quanto il giudice di 1° grado non
aveva consentito all’esponente di formulare le sue deduzioni istruttorie,
nonostante la tempestiva richiesta di termini di cui al predetto art. 184 c.p.c ,
richiesta che non era stata accolta. La doglianza — a parte la sua novità —

Corte Suprema di Cassazione — 11 se

v. – est. dr. G. A. Bursesc-

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sentenza n. 20800 del 10/10/2011) secondo cui : “La molestia possessoria

non ha alcun pregio, essendo evidente che sul punto vi era stata comunque
una pronuncia implicita trattandosi di deduzioni istruttorie evidentemente
ritenute del tutto irrilevanti ed inconferenti con il “thema decidendum “,
riguardante unicamente la valutazione di tale “telegramma”.

rigetta il ricorso

P.Q.M.
e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

processuali che liquida in € 1.800,00, di cui € 200,00 per esborsi.
In Roma li 30 ottobre 2013
IL PRESIDENTE EST. e N.Q.k.
tonio Bursese)
(dott. Ga

EIEPOSITATO IN CANCELLERIA
Roma,

Il ricorso dev’essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza.

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