Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25433 del 12/12/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 12/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep. 12/12/2016), n.25433

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18619-2015 proposto da:

MELOGRANO SRL in persona dell’amministratore unico e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA

DEI GRACCHI 39, presso lo studio dell’avvocato ADRIANO GIUFFRE’, che

la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCESCA

GIUFFRE’, CECILIA COMINASSI giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

avverso la sentenza n. 22/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE

di MILANO SEZIONE DISTACCATA DI BRESCIA del 24/11/2014, depositata

il 12/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLA VELLA;

udito l’Avvocato Francesca Giuffrè difensore della ricorrente che si

riporta agli scritti e chiede l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue.

1. In fattispecie relativa a cartella di pagamento per Iva 2008, con il primo motivo di ricorso la società contribuente lamenta la “Violazione e falsa applicazione”: del D.P.R. n. 322 del 1988, art. 8, comma 3; del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19, comma 1 e artt. 28 e 30; della “Dir.CE n. 112/2006”, artt. 168, 183, 252 e 261; della “Sesta Direttiva CE n. 77/388 come modificata dalla Direttiva 2000/17”, per avere il giudice d’appello sostenuto la “inammissibilità della detrazione dell’eccedenza IVA nella fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione annuale”, trascurando che “il credito iva risultava documentalmente comprovato (cfr. quivi doc. 4, 5, 6 e 11) ed in merito alla mancata presentazione della dichiarazione 2007… si era comprovato di aver commesso un errore di trasmissione in perfetta buona fede”.

1.1. Il motivo è fondato, avendo la CTR aderito all’orientamento opposto a quello di recente avallato dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali, con sentenza n. 17757 dell’8 settembre 2016 hanno formulato il seguente principio di diritto: “La neutralità dell’imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale, l’eccedenza d’imposta – risultante da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto – sia riconosciuta dal giudice tributario se siano stati rispettati dal contribuente tutti i requisiti sostanziali per la detrazione; pertanto, in tal caso, il diritto di detrazione non può essere negato nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo formale automatizzato, laddove, pur non avendo il contribuente presentato la dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, sia dimostrato in concreto – ovvero non controverso – che si tratti di acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni.

1.2. Con riferimento al caso di specie, va altresì sottolineata l’affermazione delle Sezioni Unite per cui, “in presenza di una violazione formale – intesa come inadempimento di un obbligo distinto dalle condizioni essenziali previste dalle direttive IVA per l’esercizio della detrazione – la questione da risolvere è esclusivamente di natura probatoria”, essendo onere del contribuente “dimostrare che, in quanto destinatario di transazioni commerciali, è debitore dell’IVA e titolare del diritto di detrarre l’imposta (Cass. Sez. 5, n. 7576 del 2013)”; circostanze, queste, “che restano riservate all’accertamento in fatto da parte del giudice di merito (Cass. Sez. 5, n. 5072 del 2015)”.

1.3. Al riguardo, dal ricorso emerge che la C.T.P. aveva correttamente accolto il ricorso rilevando che “in sede di contenzioso la ricorrente ha prodotto registri IVA, bilanci e dichiarazioni fiscali relativi agli anni 2006/2007/2008”, mettendo perciò a disposizione “tutta la documentazione contabile delle registrazioni e liquidazioni IVA relatore all’anno 2007 al fine di controllare l’esistenza del credito maturato nell’anno in cui la dichiarazione è stata omessa”.

2. Alla luce degli stessi rilievi che precedono vanno invece respinte le censure sollevate con i motivi terzo e quarto, connessi al primo.

3. Invero, il terzo motivo, proposto in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), attiene alla radicale nullità della sentenza per vizio di “motivazione apparente”, con riguardo all’affermazione del giudice d’appello per cui “la documentaione prodotta in atti dalla contribuente, quali i registri I.V.A., i bilanci e le dichiarazioni fiscali, non rappresentano tutta quella che la ricorrente avrebbe dovuto versare in causa, per ottenere il riconoscimento del credito d’imposta richiesto, quindi non è sufficiente a supportare le richieste della ricorrente, stante, in ogni caso, la tardività” – equiparata ad omissione – della trasmissione della dichiarazione Mod. Unico 2008. Tale affermazione va letta nel senso che il giudice d’appello ha ritenuto comunque preclusiva la suddetta omissione, sicchè essa integra una motivazione non già apparente, seppure contraria al riferito indirizzo nomofilattico.

4. Nella quarta censura, proposta in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, il fatto decisivo viene individuato nella “disamina e verifica… che le dichiarazioni prodotte fossero esaustive di quelle fiscalmente rilevanti”, nonchè nella omessa “considerazione sia in ordine alla buona fede della contribuente, sia in ordine alla valenza della documentazione prodotta”, ritenuta insufficiente “con argomentazione del tutto nuova e mai prima di allora oggetto di contraddittorio tra le parti”. In realtà, dal passaggio motivazionale sopra trascritto (e, con riguardo alla dedotta buona fede della contribuente, anche da altre parti della sentenza impugnata) emerge chiaramente che le circostanze dedotte sono state puntualmente prese in considerazione dal giudice d’appello.

5. Resta assorbito il secondo motivo, con cui si deduce “violazione e falsa applicazione”: del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, e del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 54 e 54 bis – “per illegittimità dell’iscrizione a ruolo diretta non preceduta da avviso di accertamento – nonchè “dei principi di collaborazione, affidamento e buona fede” di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 10.

5.1. Peraltro, si tratta di una censura infondata, alla luce della altrettanto recente pronunzia delle Sezioni Unite di questa Corte n. 17758 dell’8/9/2016, con la citiate è stato fissato il seguente principio di diritto: “In fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, ben potendo il fisco operare, con procedure automatizzate, fin controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d’indagine diversi da mero raffronto con dati ed elementi in possesso dell’anagrafe tributaria, ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 54 bis e 60, (fatta salva, nel successivo giudizio d’impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili)”.

6. In conclusione, il ricorso va accolto per quanto di ragione e, non occorrendo ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa con accoglimento dell’originario ricorso del contribuente, previa cassazione della sentenza impugnata, senza rinvio.

7. Sussistono i presupposti per l’integrale compensazione delle spese processuali tra le parti, in quanto gli arresti nomofilattici sopra indicati sono sopravvenuti nel corso del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’originario ricorso del contribuente.

Dichiara interamente compensate tra le parti le spese processuali.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA