Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25433 del 12/11/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 25433 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: PICCIALLI LUIGI

SENTENZA

sul ricorso 25998-2007 proposto da:
IUS GIANFRANCO C.F. SIUGFR42S12I403V, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 38, presso lo
studio dell’avvocato SINOPOLI VINCENZO, che lo
rappresenta e difende;
– ricorrentecontro

2013
2044

LATINI LORENZO, PEGAN GLORIA, LATINI LEONARDO, QUALI
EREDI

DI

LATINO-GIORGIO

LATINI,

elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA CARLO POMA 4, presso lo
studio dell’avvocato BALIVA MARCO, che li rappresenta

Data pubblicazione: 12/11/2013

e difende;
– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 3343/2006 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 13/07/2006;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

PICCIALLI;
udito l’Avvocato Stelvio Del Frate con delega
depositata

in
del

difensore

uidenza

dell’Avv.

ricorrente

che

si

Sinopoli
riporta

Vincenzo
agli

atti

depositati;
udito

l’Avv.

controricorrenti

Baliva
che

ha

Marco
chiesto

difensore
il

rigetto

dei
del

ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. AURELIO GOLIA che ha concluso per
l’inammissibilità del ricorso.

udienza del 08/10/2013 dal Consigliere Dott. LUIGI

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto notificato il 18.2.1993 Latino Giorgio Latini citò al giudizio del Tribunale di
z
Roma liktfranco Ius,a1 fine di sentirlo condannare al pagamento della somma di £
74.977.757,a saldo di opere in appalto relative ad un appartamento in Roma,parte oggetto
di iniziale pattuizione e parte commesse o comunque resesi necessarie in corso d’opera,

174.977.757, di cui £ 100.000.000 ricevute in acconto.
Costituitosi il convenuto,contestò la domanda,opponendo la necessità di “una revisione
complessiva della contabilità finale” e la “cattiva esecuzione di parte delle opere
C –C
eseguite”,proponendo riconvenzionali domande di risarcimento,rescissione ex art. 1448 o
risoluzione del contratto per inadempimento grave dell’attore.
Espletate consulenza tecnica di ufficio,seguita da relativi chiarimenti,e prove orali,
interrotta e riassunta la causa a seguito della morte dell’ attore,con subentro degli eredi
Lorenzo e Leonardo Latini e Gloria Pagano,con sentenza n. 29510/2003 l’adito
tribunale,rigettate le riconvenzionali, accolse integralmente la domanda principale,
essenzialmente ritenendo: che il primo conteggio metrico estimativo rispecchiasse il
contenuto dei patti tra le parti,tenendo anche conto che parte di lavori pattuiti non erano
stati eseguiti;che il secondo computo,ad oggetto dei lavori aggiuntivi,fosse conforme ai
medesimi criteri convenzionali originari;che la contestazione telegrafica del committente
del 29.4.92 fosse tardiva,con riferimento alla data della consegna delropera,avvenuta il
26.11.91,e peraltro generica; che,a seguito delle successive lettere di messa in mora
dell’attore il convenuto era rimasto silente;che la stessa contestazione contenuta in
comparsa di risposta fosse generica,con conseguente tardività delle richieste successive .
Con sentenza dei 24/5-13/7/2006 la Corte d’Appello di Roma respingeva,con il carico
delle relative spese,i1 gravame di Gianfranco Ius,confermando di massima le suesposte
ragioni. Per quanto ancora in questa sede rileva,la corte territoriale confermava in
1

per un importo complessivo,come da rispettivi allegati computi metrico- estimativi,di £

particolare: a)l’intervenuta decadenza del committente dalla garanzia di cui all’art. 1667
c.c., ribadendo al riguardo la genericità del telegramma in data 29.4.92,a fronte del quale
la risposta dell’appaltatore,dichiaratosi disposto ad eseguire un sopralluogo per la
constatazione dei vizi occulti,non ancora da riscontrare,non poteva equivalere a
riconoscimento degli stessi, in quanto non ancora conosciuti; b) che l’importo dei lavori

medesimi criteri desumibili dal preventivo del 10.5.1991,non oggetto di contestazione,
relativo a quelli contrattuali;c) che la mancata risposta al riguardo del convenuto
all’interrogatorio formale deferitogli,la cui utilizzabilità era stata contestata
dall’appellante, costituiva soltanto uno degli argomenti,in concorso con altri e più
rilevanti, utilizzati dal primo giudice ai fini della propria valutazione.
Avverso tale sentenza Gianfranco Ius ha proposto ricorso per cassazione affidato a due
motivi,corredati da relativi quesiti ex art. 366 bis c.p.c..
Hanno resisti li eredi Latini con rituale controricorso.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1322,1346,1362
e 1667 c.c.,in relazione all’art. 360 co.I n. 3 c.p.c.
Si censura la valutazione,dalla corte di merito fornita in relazione al contenuto ed alla
negata valenza ricognitiva della lettera in data 13.11.1992 del Latini,sostenendo che con
la stessa l’appaltatore,dichiarandosi disposto ad un sopralluogo ed alla eliminazione
degli eventuali vizi occulti, avrebbe assunto un impegno in tale senso, sia pur
condizionato al riscontro dei vizi. esonerando committente dalla denunzia,con la
conseguente inapplicabilità della decadenza di cui all’art. 1667 c.c.
Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1657 c.c.,in
relazione all’art. 360 coI n. 3 c.p.c.,con riferimento alla questione dei lavori aggiuntivi.

extracontrattuali era stato correttamente determinato dal primo giudice,sulla base dei

Si censura l’argomento secondo cui, al rendiconto relativo a tali opere,non avrebbe
fatto seguito alcuna contestazione, ribadendo che invece la stessa era stata formulata con
il telegramma del 29.4.1992,negando alcuna rilevanza alla mancata risposta
all’interrogatorio formale e contestando il ricorso all’assunta valutazione equitativa,
anziché ai criteri di mercato esposti dal c.t.u. nella propria relazione, ai quali,in assenza di

convenuto,i giudici avrebbero dovuto attenersi.
I motivi sono entrambi infondati.
Come è stato già chiarito da questa Corte,in tema di appalto,la denuncia dei vizi e delle
difformità dell’opera ai fini di cui all’art. 1667 c.c., pur non dovendo essere
necessariamente analitica, deve comunque,a1 fine di impedire la decadenza del
committente dalla garanzia, contenere una pur sintetica indicazione,con riferimento a
quei difetti accertabili,nella loro reale sussistenza,anche in un momento successivo (in tal
senso v. Cass. nn. 11520/2011,644/1999). Non è quindi sufficiente una generica
contestazione o protesta,in cospetto della quale la manifestazione della disponibilità
dell’appaltatore alla concreta verifica dei vizi o delle difformità non può tradursi
nell’assunzione di un valido impegno alla relativa eliminazione,che resterebbe
comunque indeterminato.
Nel caso di specie,in cui è stato accertato che con il telegramma del 29.4.1992
(“contesto.. qualità lavori eseguiti”) il committente si era limitato ad una generica
contestazione delle opere eseguite, correttamente è stato escluso che la comunicazione
potesse,ai sensi dell’art.1667 co. 2 c.c.,integrare gli estremi di una denunzia ; altrettanto
fondatamente,si è negato alla risposta dell’appaltatore alcuna valenza ricognitiva,tale da
esimere la controparte dalla specifica denuncia,non essendo ipotizzabile una ricognizione
di fatti incerti ed indeterminati,ai fini dell’assunzione di un impegno giuridico.

specifico accordo tra le parti e in considerazione dell’ espressa reiterata contestazione del

Correttamente è stato„pertanto,escluso che,con tale risposta, l’appaltatore avesse assunto
una nuova obbligazione condizionata, considerato che anche questa sarebbe rimasta
indeterminata,in assenza di precisazione del facere costituente il relativo oggetto.
A tanto aggiungasi – e la considerazione risulta dirimente – che neppure in sede di
costituzione in giudizio,come rilevato dalla corte di merito con argomento non censurato,

essere garantito, limitandosi ad eccepire (e dedurre a fondamento della riconvenzionale),
la “cattiva esecuzione di parte delle opere eseguite”,a1 riguardo instando per
l’ammissione di una consulenza tecnica chiaramente esplorativa.
A fronte di tale persistente genericità delle contestazioni,inficiante per inosservanza
dell’art. 183 c.p.c. anche l’eccezione e la domanda riconvenzionale del convenuto,
correttamente la corte di merito ha ritenuto tardive le precisazioni fornite soltanto a
giudizio inoltrato, confermando,sotto il profilo sostanziale,la decadenza dalla pretesa
garanzia ex art. 1667 c.c.
Il primo motivo va,dunque,respinto.
Non miglior sorte merita il secondo motivo,non ravvisandosi la dedotta violazione
dell’art. 1657 c.c.,considerato che il criterio seguito dai giudici di merito per la
determinazione del corrispettivo delle opere aggiuntive risulta essenzialmente fondato
sulla implicita considerazione della sostanziale unitarietà del rapporto,nell’ambito del
quale l’esecuzione degli ulteriori lavori costituiva uno sviluppo di quelli previsti
nell’accordo iniziale,così lasciando ragionevolmente presumere che la parti avessero
inteso riferirsi,anche per il corrispettivo degli stessi,ai medesimi criteri convenzionali
seguiti per la determinazione del compenso — base.
In siffatto contesto la mancata risposta del convenuto

all’interrogatorio formale

deferitogli,in relazione alla quale le giustificazioni addotte sono rimaste sfornite di
prove,costituisce soltanto un argomento ulteriore valutato ex art. 232 c.p.c,ma non

il convenuto committente ebbe a precisare i vizi o le difformità da cui pretendeva di

decisivo e indispensabile,attesa la sufficienza degli altri elementi presi in considerazione
dai giudici di merito al fine di ritenere che,a1 di là delle generiche deduzioni dei vizi,i
criteri determinativi del compenso per gli ulteriori lavori inizialmente non previsti,
fossero individuabili,anche in assenza di specifiche contestazioni al riguardo, in quelli
convenzionali originari „

in assenza di accolto delle parti,bensì di interpretazione della volontà delle stesse,non è
configurabile la dedotta violazione dei gradati criteri suppletivi di cui all’art. 1657 c.c.,ai
quali il giudice deve ricorrere soltanto in assenza di accordo dei contraenti,che può
essere desunto anche per facta concludentia,come lo è stato nella specie,sulla scorta di
ragionevole ed incensurabile apprezzamento di merito.
Il ricorso va conclusivamente respinto.
Le spese,infine,seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio in
favore dei controricorrenti,che liquida in complessivi C 3.700,00,di cui 200 per
esborsi,oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma 1’8 ottobre 2013.

Non essendosi,dunque,trattato di determinazione,da parte del giudice,di un corrispettivo

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