Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25403 del 12/12/2016


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Cassazione civile, sez. I, 12/12/2016, (ud. 10/05/2016, dep.12/12/2016),  n. 25403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.P., QUALE EREDE DI C.J. elettivamente

domiciliata in Roma, corso Vittorio Emanuele II, n. 18, presso lo

studio Grez; rappresentata e difesa dagli avv.ti Fausto Falorni e

Federico De Meo, giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI PISTOIA, elettivamente domiciliato in Roma, corso Vittorio

Emanuele II, n. 18, nello studio (avv. Lessona) dell’avv. Vittorio

Chierroni, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrente –

nonchè sul ricorso proposto in via incidentale da:

COMUNE DI PISTOIA, come sopra rappresentato;

– ricorrente in via incidentale –

contro

R.P., QUALE EREDE DI C.J. come sopra

rappresentata;

– controricorrente a ricorso incidentale –

avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze, n. 524,

depositata in data 19 aprile 2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza tenutasi

in data 10 maggio 2016 dal Consigliere Dott. Pietro Campanile;

sentito per la ricorrente l’avv. F. Falorni; sentito per il Comune di

Pistoia l’avv. Lia Belli;

udito il P.M., nella persona del Sost. P. G. Dott. DEL CORE Sergio,

che ha concluso per l’accoglimento di entrambi i ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Firenze ha rigettato l’opposizione alla stima definitiva proposta dalla sig.ra C.J. nei confronti del Comune di Pistoia in relazione a un terreno di sua proprietà, sottoposto a procedimento espropriativo per la realizzazione di una strada di collegamento fra il (OMISSIS) di detto Comune.

1.1 – La Corte distrettuale, dopo aver sottoposto ad esame critico la distinzione fra aree edificabili ed agricole, venendo in rilievo esclusivamente il valore di mercato del bene ablato, ha in ogni caso ritenuto che le deduzioni della proprietaria circa la natura conformativa del vincolo non fossero condivisibili.

1.2 – Ha quindi considerato congrua la stima effettuata dalla commissione provinciale, che aveva determinato in Euro 77.832,00 l’indennità di espropriazione, sulla base di un valore unitario di Euro 18.000 per mq, sulla base di un valore agricolo medio inerente all’attività vivaistica, anche se di fatto non esercitata.

1.3 – Per la cassazione di tale decisione la sig.ra R.P., quale erede dell’originaria attrice, propone ricorso, affidato a dodici motivi, cui il comune resiste, interponendo ricorso incidentale, con unico motivo, resistito da controricorso.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con il primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37, L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, nonchè della L. n. 2359 del 1965, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente sostiene che la corte di appello avrebbe erroneamente affermato la natura conformativa del vincolo.

2.1 – Con il secondo mezzo si denuncia, sotto diverso profilo, la violazione delle norme sopra indicate, nonchè omessa ovvero insufficiente motivazione: dopo aver svalutato la distinzione fra vincolo conformativo ed espropriativo, la corte distrettuale avrebbe erroneamente affermato la ricorrenza del secondo, benchè si trattasse di un raccordo viario (strada urbana di quartiere) di carattere secondario.

2.2 – Con la terza censura i vizi già denunciati vengono prospettati in relazione all’omessa considerazione della natura sostanzialmente pertinenziale del vincolo per verde pubblico rispetto alla strada da realizzare, con conseguente unicità della dedotta natura espropriativa.

2.3 – Con il quarto motivo viene censurata l’affermazione della corte distrettuale relativa alla natura non edificabile del terreno anche nell’ipotesi di natura espropriativa del vincolo, essendo già destinato a verde pubblico con il piano regolatore del 1974, ed ancor prima in parte vincolato a viabilità e verde di rispetto, ed in parte agricolo. Si sostiene che, dovendosi prescindere da ogni vincolo espropriativo, non si sarebbe dovuto tener conto di tutti i precedenti vincoli.

2.4 – Con il quinto motivo si sostiene che la natura edificatoria del terreno si sarebbe dovuta tener conto della zona omogenea (edificata) nel quale esso si trovava e della natura funzionale, rispetto a detta zona, dell’opera pubblica realizzata.

2.5 – Sotto il profilo da ultimo evidenziato si deduce, con il sesto mezzo, che un’area limitrofa, appartenente alla stessa attrice, era stata volontariamente ceduta e che, in tale occasione il prezzo risultava determinato in base alla edificabilità del suolo.

2.6 – Con i motivi dal settimo al nono si denuncia, sia sotto il profilo della violazione di legge (L. n. 2359 del 1865, art. 39), sia con riferimento al vizio motivazionale, l’erroneità della determinazione dell’indennità, anche nell’ipotesi della natura agricola dell’area ablata. Richiamata l’esigenza di considerare, dopo l’abrogazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, ad opera della decisione n. 181/2011 della Corte costituzionale, intervenuta dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, il valore di mercato del terreno, si afferma che la corte distrettuale non si sarebbe attenuta a tale criterio, discostandosi dalla stima del consulente tecnico d’ufficio, il quale, per altro, si era attenuto a una media fra i valori di mercato dei terreni agricoli e la stima effettuata dalla commissione provinciale.

2.7 – Con il decimo mezzo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., per aver omesso la Corte di appello di determinare, a fronte di rituale domanda dell’attrice, l’indennità di occupazione.

2.8 – L’undicesima censura riguarda la violazione dell’art. 1282 c.c., con riferimento all’esclusione degli interessi, anche di natura compensativa.

2.9 – Con l’ultimo motivo si deduce la violazione dell’art. 1224 c.c., comma 2, con riferimento al maggior danno.

3 – I primi sei motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto intimamente correlati, avendo ad oggetto la ricognizione giuridica del terreno, sono infondati.

3.1 – Prescindendo dai riferimenti alla c.d. edificabilità di fatto, riservato all’ipotesi in cui al momento del concludersi della vicenda ablatoria persista, riguardo alla stessa area, una situazione di carenza di pianificazione (Cass., 29 ottobre 2014, n. 22992; Cass., 29 dicembre 2004, n. 24099), e, ribadita, quindi, la primazia del criterio fondato sulla legale edificabilità, sulla base delle destinazioni risultanti dallo strumento urbanistico vigente al momento dell’emanazione del decreto di espropriazione, salva l’esigenza di prescindere dai vincoli di natura espropriativa, deve osservarsi, con riferimento all’ipotesi del vincolo stradale, che – in linea generale – la destinazione a strada pubblica impressa dal P.R.G. non è di per sè espressione di un potere di pianificazione esercitato in via astratta e generale, in quanto il carattere conformativo della relativa previsione ricorre solo nel caso in cui il piano regolatore abbia previsto la strada nell’ambito di una destinazione delle zone del territorio con limitazioni di ordine generale ricadenti su una pluralità indistinta di beni, dovendosi, per contro, ritenere sussistente un vincolo preordinato all’espropriazione ove ricorra una localizzazione lenticolare della strada, incidente su specifici beni e con un rilievo all’interno e a servizio delle singole zone (19 maggio 2013, n. 11236).

3.2 – La questione inerente alla natura del vincolo stradale, tuttavia, rimane superata dal rilievo della Corte di appello, che assume la rilevanza di un’autonoma ragione della decisione, secondo cui, in ogni caso, la precedente destinazione a verde pubblico escluderebbe la natura edificatoria del terreno. Sotto tale profilo va rilevato che le argomentazioni del ricorrente sono in contrasto con il consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui la destinazione a “verde pubblico” (al riguardo, v. Cass., 14 maggio 2013, n. 11455; Cass. 24 dicembre 2004, n. 23973; Cass. 12 marzo 2004, n. 5106; Cass. 16 maggio 1998, n. 4921; v. anche Cons. St., 9 dicembre 2015, n. 5582) – esprime di regola un vincolo conformativo.

4 – Sono fondati i motivi (dal settimo al nono), con i quali, sulla base dell’abrogazione delle norme che prevedevano il criterio fondato sul valore agricolo medio, si censura la determinazione dell’indennità.

5 – Non può invero prescindersi dalla citata sentenza della Corte costituzionale n. 181 del 2011, emessa, nelle more del presente giudizio, a completamento del processo di conformazione del diritto interno ai principi posti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

5.1 – Con i motivo di ricorso in esame la ricorrente ha impedito la definitiva ed immodificabile determinazione dell’indennità, ponendone in discussione l’ammontare ancora dovuto, e dalla parte ritenuto incongruo. Infatti l’impugnazione del credito indennitario, pur se limitata al presupposto della natura non edificatoria del terreno, rimette in discussione proprio il criterio legale utilizzato dalla corte territoriale, tenuto conto che il relativo capo della sentenza riposa sulla premessa dell’applicabilità della L. n. 865 del 1971, art. 16 e della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 4.

5.2 – Deve quindi rilevarsi che il sistema indennitario è ormai svincolato dalla disciplina delle formule mediane (dichiarata incostituzionale con sentenza n. 348 del 2007) e dei parametri tabellari, di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5-bis, commi 1 e 2 e della L. n. 865 del 1971, art. 16, commi 5 e 6 e risulta, invece, agganciato al valore venale del bene. Il serio ristoro che l’art. 42 Cost., comma 3, riconosce al sacrificio della proprietà per motivi d’interesse generale, si identifica, dunque, con il giusto prezzo nella libera contrattazione di compravendita, id est col valore venale del bene, posto che la dichiarazione d’incostituzionalità dei menzionati criteri riduttivi ha fatto rivivere detto criterio base di indennizzo, posto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39, riconosciuto applicabile ai casi già soggetti al pregresso regime riduttivo (Cass. n. 11480 del 2008; n. 14939 del 2010; n. 6798 del 2013; n. 17906 del 2014), ed ora sancito dal del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37, comma 1, come modificato dalla L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90.

5.3 – Tanto non comporta, tuttavia, che sia venuta meno, ai fini indennitari, la distinzione tra suoli edificabili e non edificabili, che è imposta dalla disciplina urbanistica in funzione della razionale programmazione del territorio – anche ai fini della conservazione di spazi a beneficio della collettività e della realizzazione di servizi pubblici – e che le regole di mercato non possono travalicare.

E l’inclusione dei suoli nell’uno o nell’altro ambito va effettuata in ragione di un unico criterio discretivo, fondato sulla edificabilità legale, posto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, tuttora vigente, e recepito nel T.U. espropriazioni di cui al D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37.

5.4 – La decisione impugnata non si è attenuta a tale principio, dovendosi rilevare che, come già affermato da questa Corte (Cass. Sez. un., 23 luglio 2013, n. 17868; Cass., 17 ottobre 2011, n. 21386), anche l’adozione di criteri correttivi al criterio fondato sul c.d. v.a.m. viola l’insopprimibile esigenza di determinare l’indennità, nell’ipotesi di espropriazione di terrenti agricoli, sulla base del valore di mercato, nella specie determinato dal consulente tecnico d’ufficio, in maniera sensibilmente superiore, ancorchè sulla base di una media tra valori approssimativa ed ora vieppiù ingiustificata, rispetto alla stima opposta.

6 – Il decimo motivo, con il quale sostanzialmente si invoca la determinazione dell’indennità di occupazione sulla base dei parametri testè indicati, è del pari – per la ragioni esposte – meritevole di accoglimento.

7 – Gli ulteriori motivi del ricorso principale rimangono all’evidenza assorbiti.

8 – Con il ricorso incidentale il Comune denuncia violazione della L. n. 2359, art. 39, del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 40: la sentenza impugnata avrebbe errato nel riconoscere ai terreni, in contrasto con le risultanze processuali, la possibilità di destinazione vivaistica. Per tale ragione il valore dell’area sarebbe inferiore a quella determinata dalla sentenza impugnata.

8.1 – La censura è inammissibile, in quanto si fonda esclusivamente sull’esclusione, con riferimento ai terreni de quibus, della destinazione vivaistica, omettendo di censurare specificamente la complessiva ratio della decisione impugnata, che, nel confermare – in epoca anteriore alla citata pronuncia del Giudice delle leggi – l’attendibilità della stima operata dalla commissione provinciale – ha precisato che, ai fini dell’applicazione del criterio fondato sul v.a.m., deve tenersi conto, nell’ipotesi di area non effettivamente coltivata, “del tipo di coltura prevalente nella zona, che nella pianura pistoiese è indubitabilmente quella vivaistica”.

9 – L’impugnata sentenza va quindi cassata in relazione all’aspetto relativo allo ius superveniens, con rinvio alla Corte d’appello di Firenze, che, in diversa composizione, provvederà a determinare le indennità di espropriazione e di occupazione, sulla base del valore di mercato pieno dei terreni ablati, considerando anche che, all’interno della categoria suoli inedificabili, rivestono valore a fini indennitari le possibilità di utilizzazioni intermedie tra l’agricola e l’edificatoria (parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti ecc.), sempre che siano assentite dalla normativa vigente sia pure con il conseguimento delle opportune autorizzazioni amministrative.

Il giudice del rinvio provvederà, altresì, a regolare le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta i primi sei motivi, accoglie il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo, assorbiti gli altri. Dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre

2016

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