Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25398 del 12/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 12/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep.12/12/2016),  n. 25398

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12347-2015 proposto da:

L.E., nella qualità di Amministratore di Sostegno del

Sig. F.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato ANTONIO MEDIATI, giusta procura in calce alla memoria

di costituzione nel giudizio di appello;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, CF. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso, unitamente e

disgiuntamente, dagli avvocati MAURO RICCI, EMANUELA CAPANNOLO e

CLEMENTINA PULLI, giusta procura speciale a margine del ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1644/2014 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, emessa il 21/10/2014 e depositata il 10/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19 /10 /2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito l’Avvocato Emanuela Capannolo, per il controricorrente, che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

F.S. adiva il giudice del lavoro chiedendo accertarsi il diritto alla indennità di accompagnamento con decorrenza dalla data della istanza amministrativa del 12.11.2009 e la condanna dell’INPS all’erogazione dei relativi ratei oltre accessori.

Il giudice di primo grado, in accoglimento della domanda, condannava l’INPS alla erogazione della prestazione con decorrenza dal dicembre 2009.

La Corte di appello di Reggio Calabria, in parziale riforma della decisione, in adesione agli esiti della rinnovata consulenza di ufficio, fissava la decorrenza del beneficio alla data del 18.7.2011 e compensava integralmente le spese dei giudizi di primo e secondo grado.

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso L.E., amministratore di sostegno dell’originario ricorrente sulla base di cinque motivi, ha resistito con tempestivo controricorso. Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il Consigliere relatore ha formulato proposta di inammissibilità del ricorso.

Il Collegio condivide tale valutazione non inficiata dalle deduzioni svolte dalla memoria di parte ricorrente.

Preliminarmente occorre dare atto delle modalità con le quali è stato redatto il presente ricorso il quale a pagina 7 contiene l’enunciazione di due motivi di ricorso, contrassegnati con i numeri 1 e 2 ed a pagina 12 l’enunciazione di altri due motivi di ricorso contrassegnati anch’essi con i numeri 1 e 2 (che per comodità di esposizione saranno ora indicati con i numeri 3 e 4); a pagina 13 si censura la statuizione di compensazione delle spese.

Si premette che con il primo motivo è dedotta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Con il secondo motivo è dedotta “violazione e falsa applicazione di norme di diritto.”. I motivi sono stati illustrati congiuntamente. Con essi, in sintesi, si è inteso contestare la decorrenza della prestazione, quale stabilita dalla sentenza impugnata, deducendosi la inadeguata valutazione da parte dell’ausiliare di secondo grado del complesso patologico sofferto dal periziato.

Con il terzo motivo è dedotta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Con il quarto è dedotta violazione o falsa applicazione di norme di diritto. I motivi sono illustrati congiuntamente. Con tali motivi si censura la decisione per non essersi il giudice di appello pronunziato sulle eccezione di inammissibilità del gravame formulata nella memoria di costituzione di secondo grado dall’odierna parte ricorrente; l’eccezione era fondata sulla carenza nell’atto di appello dell’INPS dei requisiti prescritti dall’art. 342 c.p.c. in quanto non poteva configurarsi come parte integrante dello stesso il semplice richiamo de relato, alla relazione sanitaria redatta dal medico dell’INPS. Si deduce inoltre, che il motivo di gravame inerente alle contestazioni mosse al ctu era inammissibile per violazione del divieto di novum non avendo l’istituto previdenziale formulato osservazioni critiche alla consulenza di ufficio, nel corso del giudizio di primo grado.

Con il quinto motivo è censurata la statuizione di compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio.

I motivi di ricorso vanno dichiarati inammissibili.

Invero quanto al primo motivo di ricorso con il quale si denunzia vizio di motivazione con riferimento all’accertamento peritale di secondo grado, si premette che le Sezioni unite di questa Corte hanno chiarito che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. (Cass. ss.uu. n.8053 del 2014)

In particolare è stato precisato che il controllo previsto dal nuovo n. 5) dell’art. 360 c.p.c. concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). In conseguenza la parte ricorrente sarà tenuta ad indicare, nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale).

Tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, la decisività del fatto stesso.

Parte ricorrente non ha sviluppato il motivo di ricorso in termini coerenti con tali prescrizioni.

Premesso, infatti, che alla luce della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non possono trovare ingresso censure attinenti alla insufficienza e contraddittorietà di motivazione, si rileva che l’odierno ricorrente non ha individuato il fatto storico, avente carattere di decisività, che ha costituito oggetto di discussione fra le parti ed il cui esame è stato omesso dal giudice di appello. Si è limitato infatti a dedurre, in termini assertivi, la mancata valutazione di documentazione sanitaria senza illustrarne la decisività. Inoltre, in violazione degli oneri prescritti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., n. 6, in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte. (Cass. 26174 del 2014).

Parimenti inammissibile è il secondo motivo con il quale si deduce violazione di norme di diritto.

Secondo l’insegnamento di questa Corte il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3 deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie, diversamente impedendosi alla Corte di Cassazione di verificare il fondamento della lamentata violazione. (Cass. n. 5353de1 2007, n. 11501 del 2006).

Parte ricorrente ha omesso di specificare quali erano le norme assuntivamente violate e quale lo specifico errore di diritto ascritto alla sentenza di secondo grado. Nè, come sembra assumersi in memoria, tale errore di diritto sarebbe configurabile in relazione alla dedotta inadeguata considerazione del disturbo comportamentale e del declino cognitivo, attestato dalla certificazione in atti,. posto che la sussistenza del diritto all’indennità di accompagnamento deve necessariamente correlarsi ai riflessi funzionali di tali patologie sull’autonomia di vita dell’aspirante al beneficio, riflessi che la relazione peritale, con accertamento non validamente contrastato dall’odierna parte ricorrente, ha evidentemente ritenuto inidonei ad integrare la condizione di invalidità giustificativa del beneficio in controversia.

In merito alle censure formulate con i motivi terzo e quarto occorre premettere che, come chiarito da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, l’erronea indicazione della norma processuale violata nella rubrica del motivo non determina “ex se” l’inammissibilità di questo se la Corte possa agevolmente procedere alla corretta qualificazione giuridica del vizio denunciato sulla base delle argomentazioni giuridiche ed in fatto svolte dal ricorrente a fondamento della censura, in quanto la configurazione formale della rubrica del motivo non ha contenuto vincolante, ma è solo l’esposizione delle ragioni di diritto della impugnazione che chiarisce e qualifica, sotto il profilo giuridico, il contenuto della censura. (ex plurimis Cass. n. 14026 del 2012).

Nel caso di specie, sulla base della relativa illustrazione, deve ritenersi che, con i motivi terzo e quarto parte ricorrente, nel dedurre “La Corte di appello non si è pronunciata sulle eccezioni sollevate dal ricorrente nella memoria di costituzione depositata nel giudizio di appello, abbia inteso far valere una violazione astrattamente riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4. Invero ciò che viene espressamente denunziato è appunto, l’error in procedendo del giudice di secondo grado.

Secondo il costante orientamento di questa Corte, affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi. (ex plurimis Cass. n. 15367 del 2014).

Le modalità di articolazione dei motivi, per il profilo in esame non sono conformi a tali prescrizione avendo parte ricorrente omesso di riportare negli esatti termini la eccezione formulata nella memoria di costituzione. Parimenti inammissibile risulta la censura di violazione del divieto di novum in quanto non sorretta dalla adeguata ricostruzione del fatto processuale con riferimento alle fasi di merito e comunque già in astratto inidonea a determinare la cassazione della decisione alla luce del principio affermato da questa Corte, secondo il quale nel giudizio d’appello, nessuna preclusione alla formulazione dei motivi può derivare dalla mancata proposizione, nel procedimento di primo grado, di censure rivolte alle conclusioni della consulenza tecnica d’ ufficio, una volta che queste siano state acquisite in sentenza o siano state disattese motivatamente, restando fermo solo l’obbligo d’impugnare con motivi specifici la pronuncia, nella parte in cui si rapporta adesivamente o negativamente alla relazione dell’ausiliare. (Cass. n. 16292 del 2009).

Infine anche il quinto motivo attinente alla statuizione di integrale compensazione delle spese risulta inammissibile, in quanto affidato esclusivamente all’affermazione che “la sentenza impugnata merita censura nella parte in cui sono state compensate integralmente le spese di entrambi i gradi di giudizio a seguito di parziale accoglimento dell’appello” e quindi senza alcuna specificazione della norma violata prima ancora che delle argomentazioni destinate a sorreggere tale assunto.

In base, quindi, alle considerazioni che precedono, in conformità della proposta del Consigliere relatore formulata nella relazione di cui agli artt. 375 e 380 bis c.p.c. il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese di lite sono regolate secondo soccombenza.

L’attuale condizione del ricorrente di ammesso al patrocinio a spese dello Stato esclude, allo stato, la debenza di quanto previsto dall’art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 2.500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2016

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