Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25393 del 12/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 25393 Anno 2013
Presidente: MIANI CANEVARI FABRIZIO
Relatore: CURZIO PIETRO

SENTENZA
sul ricorso 14062-2008 proposto da:
CUSMA FULVIO, domlciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI
CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato DE
MITRI RAFFAELE, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

2013
2566

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AUTORITA’ PORTUALE DI TRIESTE, in persona del (ilegale
304.2e_c:zal
elettivamente domiciliata
o e • • • re
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in ROMA,

VIA G.D’AREZZO 32,

presso lo studio

dell’avvocato MUNGARI MATTEO, che la rappresenta e

Data pubblicazione: 12/11/2013

difende unitamente all’avvocato CELLOT MIRIAM, giusta
delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 98/2007 della CORTE D’APPELLO
di TRIESTE, depositata il 13/06/2007 r.g.n. 299/04;

udienza del 17/09/2013 dal Consigliere Dott. PIETRO
CURZIO;
udito l’Avvocato ALBERTO CAVALIERE per delega MATTEO
MUNGARI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARIO PRESA, che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

Ragioni della decisione
Fulvio Cusma, socio lavoratore con mansioni di facchino della Compagnia Portuale
di Trieste, subì un infortunio sul lavoro il 5 marzo 1997 (frattura trimalleolare della

da una scarica elettrica), mentre lavorava nel Porto di Trieste.
Ottenne il riconoscimento della natura di infortunio sul lavoro dell’evento dall’INAIL
che riconobbe una invalidità permanente del 25%.
Il lavoratore agì in giudizio nei confronti della sola Autorità portuale di Trieste, non
anche della Compagnia, chiedendone la condanna “al risarcimento del danno morale
e biologico, in misura di £. 73.146.613, nonché il danno patrimoniale da determinarsi
in corso di causa”.
L’Autorità portuale si costituì eccependo fra l’altro la sua carenza di legittimazione
passiva, oltre che l’infondatezza della domanda.
Il Tribunale di Trieste rigettò tutte le domande del lavoratore.
Il Cusma propose appello.
La Corte d’appello di Trieste, con sentenza pubblicata 1’11 luglio 2007, ha così
deciso: “In parziale modifica della sentenza del tribunale di Trieste, dichiara il difetto
di legittimazione della convenuta APT. Conferma nel resto”.
Nella motivazione la Corte motivava, sulla base della ctu, che la gru presso la quale
avvenne l’incidente era munita di efficienti dispositivi contro le scariche
elettrostatiche e che quindi l’Autorità aveva provveduto ad adottare le misure a suo
carico. Spiegava poi che la scarica elettrica era stata determinata da un accumulo di
carica sulla persona, dal quale ci si tutela con calzature antistatiche, di cui il
lavoratore non era munito. Quindi, secondo la Corte, l’infortunio non era stato
determinato da una carenza antinfortunistica della gru e dalla mancata adozione di
misure di tutela contro le elettrocuzioni provenienti dalle strutture metalliche, ma
Ricorso n. 14062.08
Udienza 17 settembre 2013
Pietro Curzio,

es/

caviglia sx e frattura del 10 cuneiforme, riportata a seguito di una caduta determinata

dal mancato utilizzo di scarpe antistatiche, la cui fornitura era di esclusiva
competenza della Compagnia portuale, estranea al presente giudizio. L’obbligo di
fornire tali calzature “non era dell’Autorità, ma della cooperativa, estranea però al
presente giudizio, sicché la pretesa è stata coltivata nei confronti di un soggetto non

Contro tale decisione il Cusma propone ricorso per cassazione articolato in quattro
motivi. L’Autorità si difende con controricorso. Il Cusma ha depositato una memoria.
Con il primo motivo il ricorrente denunzia “omessa, insufficiente o contraddittoria
motivazione in relazione all’interpretazione del documento contratto di concessione
n. 1515”. Si tratta del contratto di concessione dell’autorità portuale alla Mantini srl
società capogruppo, dal quale la Corte d’appello avrebbe, a parere della difesa del
ricorrente, “tratto delle errate ed illogiche conclusioni” su di un punto decisivo della
controversia ovvero sull’imputabilità o meno della responsabilità dell’accaduto
all’Autorità portuale.
Il motivo è inammissibile perché, in violazione dell’art. 360, n. 5, cpc, non si
specifica qual è il fatto sul quale verte il vizio di motivazione, né tanto meno le
ragioni della sua natura controversa e decisiva. “Il motivo di ricorso con cui – ai sensi
dell’art. 360, n. 5,c.p.c. così come modificato dall’art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n.
40 – si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, deve
specificamente indicare il “fatto” controverso o decisivo in relazione al quale la
motivazione si assume carente, dovendosi intendere per “fatto” non una “questione” o
un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex
art. 2697 c.c., (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od
anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto
principale), purché controverso e decisivo (Cass., ord., 5 febbraio 2011, n. 2805; ma
cfr.,anche, Cass. 29 luglio 2011, n. 16655).

Ricorso n. 14062.08
Udienza 17 settembre 2013

legittimato”.

Nel caso in esame si verte sulla interpretazione di una convenzione, quindi di un atto
giuridico. Si è fuori dall’ambito dell’accertamento di un fatto e si propone, invece,
una diversa interpretazione dell’atto giuridico, senza però prospettare se e quale dei
canoni ermeneutici dettati dal codice sarebbe stato violato dalla Corte di merito nella

Con il secondo motivo ed il terzo motivo si denunzia violazione degli artt. 112, 324,
325, 327 e 329 c.p.c. e nullità della sentenza o del procedimento (secondo motivo) e
dell’art. 100 c.p.c. (terzo motivo).
Per il secondo motivo si formula il seguente quesito di diritto: “La Corte
erroneamente qualificando quale mancanza di legittimazione passiva anziché
mancanza di titolarità della situazione giuridica controversa in capo all’APT, non
poteva riformare la sentenza del Tribunale di Trieste, in quanto non investita sul
punto da uno specifico motivo d’appello, né dalla parte appellante, né da parte
dell’appellato in via incidentale, ed essendosi formato il giudicato”.
Il motivo non è fondato perché il giudice di primo grado si era espresso
esplicitamente sul punto relativo alla individuazione del soggetto responsabile, la sua
decisione era stata oggetto di impugnazione mirata sul punto in sede di appello e la
Corte d’appello si è espressa sulla questione sottopostale. Nessun giudicato si era
pertanto formato sul tema controverso.
Per il terzo motivo il quesito è: “è corretta l’azione di responsabilità proposta da
Cosma nei confronti dell’APT, anche se l’attore al momento del fatto lesivo era alle
dipendenze di altro datore di lavoro, in quanto la sua prestazione lavorativa postulava
l’esistenza di un vincolo di dipendenza e di vigilanza a carico del committente con
conseguente obbligo in capo alla stessa di apprestare le misure antinfortunistiche più
idonee al caso concreto e di vigilare sul loro effettivo utilizzo’.’ Il motivo rimane
assorbito dal rigetto del primo motivo, in quanto la sussistenza o meno di un obbligo
specifico per l’Autorità deriva dalla interpretazione della convenzione.
Ricorso n. 14062.08
Udienza 17 settembre 2013

sua interpretazione.

Con il quarto motivo si denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c. per mancata
pronuncia su tre motivi di appello, concernenti il primo, l’errata valutazione delle
prove; il secondo la mancata indicazione delle norme di diritto a fondamento della
responsabilità; il terzo l’omesso esame del ‘quantum’ risarcibile. Il primo rilievo non

peraltro si colloca a valle del tema centrale costituito dalla individuazione del
soggetto tenuto a fornire le calzature. La seconda censura, concernente la mancata
indicazione delle norme, non ha rilevo perché ciò che conta è il fatto che la Corte ha
spiegato con adeguata argomentazione il perché la Autorità portuale non può essere
ritenuta responsabile. L’ultimo motivo è irrilevante perché la mancata quantificazione
è conseguente all’assenza di responsabilità con riferimento alla posizione
dell’Autorità portuale.
Il ricorso pertanto deve essere rigettato.
Le spese del giudizio di legittimità devono essere poste a carico della parte che ha
presentato un ricorso infondato ed è quindi soccombente. Vengono liquidate secondo
i parametri previsti dal D.M. Giustizia, 20 luglio 2012, n. 140 (cfr. Cass. Sez. un.
17405 e 17406 del 2012), considerato il valore della controversia.
PQM
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento al controricorrente
delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in 3.500,00 euro per compensi
professionali, 50,00 euro per esborsi, oltre accessori.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 17 settembre 2013.

è fondato perché la Corte si è espressa sulla valutazione delle prove, valutazione che

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