Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25392 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. lav., 11/11/2020, (ud. 05/03/2020, dep. 11/11/2020), n.25392

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14597-2016 proposto da:

I.A., B.M., C.A., M.E.,

P.M.M., tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE

TUPINI 113, presso lo studio dell’avvocato NICOLA CORBO, che li

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

INTESA SAN PAOLO S.P.A., (incorporante Sanpaolo Imi S.p.a.), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA BARBERINI 47 (c/o Fisspa), presso lo studio

dell’avvocato ANGELO PANDOLFO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MARIALUCREZIA TURCO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7221/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 02/12/2016 R.G.N. 5965/2011.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Napoli, con sentenza del 2 dicembre 2015, ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva rigettato le domande proposte da I.A., B.M., P.M.M., M.E., C.A. nei confronti di Intesa San Paolo Spa con cui costoro chiedevano accertarsi il loro diritto alla rideterminazione della contribuzione correlata (da versare da parte del datore al Fondo di solidarietà e di sostegno al reddito costituito con D.M. n. 158 del 2000) calcolata sulla base di tutta la retribuzione percepita con inclusione nella stessa delle voci cd. “variabili” e non solo di quelle cd. “fisse”, con conseguente condanna della società al versamento all’Inps della differenza tra quanto versato e quanto dovuto in base alla predetta normativa;

2. contro la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i soccombenti con quattro motivi ai quali ha resistito la società con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. i motivi di ricorso possono essere come di seguito sintetizzati:

1.1. con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c. e di ogni altra norma e principio in materia di interesse e legittimazione ad agire, per avere la Corte territoriale affermato “che sarebbe dubbio l’interesse ad agire degli attuali ricorrenti perchè la misura della contribuzione non inciderebbe sul trattamento loro riservato”;

1.2. con il secondo si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1993, art. 2, comma 28, del D.M. n. 158 del 2000, artt. 1 e ss. e del D.Lgs. 30 aprile 1997, n. 184 e di ogni altra norma e principio in materia di contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa, oltre che degli artt. 2697 c.c. e ss. e art. 210 c.p.c. e ss. e di ogni altra norma e principio in materia di onere della prova; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5); si sostiene che la Corte territoriale avrebbe errato a non tenere conto che la volontà delle parti, consacrata nel verbale di conciliazione dalle stesse sottoscritto, era di proseguire una “contribuzione volontaria” e di determinare la retribuzione di riferimento tenendo conto di tutte le voci retributive previste dal contratto collettivo di settore;

1.3. con il terzo motivo viene dedotta ancora violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1993, art. 2, comma 28, del D.M. n. 158 del 2000, artt. 1 e ss. e del D.Lgs. 30 aprile 1997, n. 184 e di ogni altra norma e principio in materia di contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), in quanto la Corte di Appello non avrebbe spiegato, sulla base della contrattazione collettiva applicabile, per quale ragione la retribuzione da considerare avrebbe dovuto essere solo quella “base”;

1.4. con il quarto motivo viene dedotta sempre violazione falsa applicazione della L. n. 662 del 1993, art. 2, comma 28, del D.M. n. 158 del 2000, artt. 1 e ss. e del D.Lgs. 30 aprile 1997, n. 184 e di ogni altra norma e principio in materia di contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5); si censura diffusamente la sentenza impugnata per aver considerato la contribuzione a favore del Fondo “figurativa” piuttosto che “volontaria”;

2. preliminarmente all’esame dei motivi, va rilevata la nullità del giudizio per difetto di integrità del contraddittorio, in conformità a quanto statuito da Cass. n. 8956 del 2020;

nella citata sentenza, nell’ambito di un analogo contenzioso volto alla condanna del datore di lavoro al pagamento all’INPS, quale gestore del Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito del personale dipendente delle aziende di credito, di cui al D.M. n. 158 del 2000, di somme a titolo di contribuzione, viene affermato il principio secondo cui nella controversia ove si lamenti, da parte del lavoratore, il mancato versamento della contribuzione correlata da parte del datore di lavoro l’ente previdenziale è litisconsorte necessario e ciò indipendentemente dal fatto che la normativa di settore ponga formalmente a carico del Fondo il versamento all’INPS della contribuzione correlata, trattandosi di onere che grava in ultima analisi sull’istituto di credito alle cui dipendenze ha prestato servizio il lavoratore prima dell’accesso al Fondo medesimo;

il Collegio reputa che debba essere data continuità a detto principio anche nella presente controversia in cui non risulta che l’INPS sia stato parte, rinviando per ogni altra argomentazione di supporto al precedente richiamato;

3. la nullità del giudizio per difetto di integrità del contraddittorio è rilevabile in ogni stato e grado del processo e dunque anche in questa sede di legittimità, con il solo limite del giudicato (cfr. tra le altre Cass. n. 26388 del 2008 e n. 9394 del 2017), derivandone ex art. 354 c.p.c. la necessità di rimettere le parti avanti al primo giudice affinchè provveda alla sua instaurazione ex novo, previa integrazione del contraddittorio (giurisprudenza costante fin da Cass. n. 2786 del 1963), per cui la sentenza impugnata va cassata e le parti rimesse avanti al primo giudice, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte, provvedendo sul ricorso, cassa la sentenza impugnata e rimette le parti avanti al primo giudice, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 5 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

 

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