Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25388 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. lav., 11/11/2020, (ud. 19/02/2020, dep. 11/11/2020), n.25388

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14718-2018 proposto da:

SERVIZI AUSILIARI SICILIA società consortile per azioni, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA VIA ANTONIO STOPPANI 1, presso lo studio dell’Avvocato

MASSIMILIANO MANGANO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

C.G., domiciliato in ROMA presso LA CANCELLERIA DELLA

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

FRANCESCO DOMENICONI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 809/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 25/10/2017 R.G.N. 894/2015.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. il Tribunale di Palermo, con sentenza non definitiva n. 820 del 2015 premesso che con precedente pronuncia era stata dichiarata l’illegittimità del termine apposto ai contratti a progetto stipulati da C.G. con la società Biosphera Spa e disposta la conversione del rapporto di lavoro subordinato in contratto a tempo indeterminato dal 3.4.2007 – ritenne attuato, in forza di una cessione di azienda realizzata tra detta società e la Società Ausiliari Sicilia s.c.p.a. (d’ora in avanti, per brevità, SAS), il passaggio del lavoratore alle dipendenze di quest’ultima ex art. 2112 c.c. a decorrere dal 1 novembre 2012; con la successiva sentenza definitiva lo stesso Tribunale condannò SAS al pagamento delle retribuzioni maturate dal trasferimento d’azienda sino al ripristino del rapporto avvenuto in data 31.7.2015;

2. la Corte di Appello di Palermo, con sentenza del 25 ottobre 2017, ha confermato la citata pronuncia nella parte in cui ha ritenuto la sussistenza di un trasferimento d’azienda ed ha escluso che “alla luce delle disposizioni dello statuto la SAS sia assoggettata a forme di controllo analoghe a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici”; ha altresì respinto il motivo di appello secondo il quale la conversione del rapporto di lavoro sarebbe stata impedita dalle leggi regionali contenenti divieti di assunzione di personale per i soggetti in esse indicati, sul rilievo che si trattava di leggi successive alla stipulazione del contratto a termine poi convertito;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la SAS con due motivi, illustrati da memoria; C.G. ha resistito con controricorso ed ha prodotto nota spese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia “violazione e falsa applicazione dei canoni ermeneutici del contratto di cui all’art. 1363 c.c. in relazione allo statuto della SAS (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.)”; si critica la sentenza impugnata per avere ritenuto che l’esponente non fosse “una società in house soggetta al controllo analogo”;

2. il motivo non merita accoglimento per le ragioni già esposte da questa Corte in precedenti maturati su analoghe vicende (tra le più recenti v. Cass. nn. 1991 e 5990 del 2019);

invero la Corte di merito, con accertamento di fatto qui non sindacabile, analizzate le disposizioni dello statuto della SAS ha escluso che la stessa fosse assoggettata a forme di controllo analoghe a quelle esercitate dagli enti pubblici sui propri uffici e che, in sostanza, costituisse una longa manus della p.a.; per il resto la censura, benchè avanzata ex art. 360 c.p.c., n. 3, si risolve nella mera riproposizione di una diversa interpretazione e valutazione delle clausole dello statuto;

come noto, infatti, l’interpretazione di uno statuto quale atto di autonomia organizzativa contrattuale, al pari di ogni altro atto negoziale, è riservata all’esclusiva competenza del giudice del merito (cfr. Cass. n. 17067 del 2007; Cass. n. 11756 del 2006), con una operazione che si sostanzia in un accertamento di fatto (Cass. n. 9070 del 2013 e Cass. n. 12360 del 2014); quindi le valutazioni del giudice di merito in ordine all’interpretazione degli atti negoziali soggiacciono, nel giudizio di cassazione, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale ed al controllo della sussistenza di una motivazione logica e coerente (ex plurimis, Cass. n. 4851 del 2009; Cass. n. 3187 del 2009; Cass. n. 15339 del 2008; Cass. n. 11756 del 2006; Cass. n. 6724 del 2003; Cass. n. 17427 del 2003); inoltre, sia la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica, sia la denuncia del vizio di motivazione esigono una specifica indicazione, non potendo le censure risolversi, in contrasto con l’interpretazione loro attribuita, nella mera contrapposizione di una interpretazione diversa da quella criticata (tra le innumerevoli: Cass. n. 18375 del 2006; Cass. n. 12468 del 2004; Cass. n. 22979 del 2004, Cass. n. 7740 del 2003; Cass. n. 12366 del 2002; Cass. n. 11053 del 2000); tali consolidati principi sono stati ribaditi anche avuto specifico riguardo all’interpretazione di clausole statutarie, allorquando si è affermato che l’interpretazione di esse si traduce in un’indagine di fatto affidata in via esclusiva al giudice di merito ed è pertanto censurabile in sede di legittimità soltanto nel caso in cui la motivazione risulti talmente inadeguata da non consentire di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per attribuire all’atto negoziale un determinato contenuto, oppure nel caso di violazione delle norme ermeneutiche; la denuncia di quest’ultima violazione esige una specifica indicazione dei canoni in concreto non osservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice di merito, non potendo nessuna delle due censure risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (Cass. n. 26683 del 2006; Cass. n. 2637 del 2003; Cass. n. 14859 del 2000); nella specie, al cospetto dell’approdo esegetico cui è pervenuta la Corte distrettuale, parte ricorrente, nella sostanza, si limita a rivendicare un’alternativa interpretazione plausibile più favorevole, ma per sottrarsi al sindacato di legittimità quella data dal giudice non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni;

3. con il secondo motivo di ricorso si denuncia che “dall’aver ritenuto la Corte che la SAS non fosse società in house soggetta a controllo analogo e dall’averne conseguentemente disconosciuto tale natura e la connessa natura di soggetto pubblico” sarebbe derivata la violazione di numerose norme di legge, anche regionali, considerando applicabile l’art. 2112 c.c., “così eludendo e violando non solo il divieto di assunzione, ma anche il divieto di accesso nella pubblica amministrazione senza concorso e, comunque, in mancanza di evidenza pubblica (D.L. n. 112 del 2008, art. 18 conv. in L. n. 133 del 2008)”

4. anche tale motivo non merita accoglimento in quanto si fonda sul presupposto dell’esistenza di una società in house già disatteso con il rigetto del primo mezzo di impugnazione, invocandosi, peraltro, norme inapplicabili nella fattispecie in esame, ratione temporis, trattandosi di costituzione del rapporto a tempo indeterminato in epoca anteriore alla entrata in vigore delle medesime (v., tra le altre, Cass. n. 13480 del 2018, Cass. n. 14521 del 2018, Cass. n. 5990 del 2019);

5. conclusivamente il ricorso va rigettato, con spese che seguono la soccombenza liquidate dal Collegio come da dispositivo;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 5.250,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, accessori secondo legge e spese generali al 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13,comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 19 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

 

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