Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25386 del 09/10/2019

Cassazione civile sez. I, 09/10/2019, (ud. 11/06/2019, dep. 09/10/2019), n.25386

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12592/2014 proposto da:

Comune di Rutigliano, in persona del sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, Circonvallazione Clodia n. 80,

presso lo studio dell’avvocato Arbia Gennaro E., rappresentato e

difeso dall’avvocato Didonna Michele, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

S.A.I.C.O. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Cosseria n. 2, presso lo

studio del Dott. Placidi Alfredo, rappresentata e difesa dagli

avvocati Albanese Giovanni, Valla Giacomo, giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 501/2014 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 04/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/06/2019 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 501/2014 depositata il 4-4-2014 e notificata il 29-4-2014, la Corte d’Appello di Bari, pronunciando in unico grado, ha determinato l’indennità di espropriazione e l’indennità di occupazione dovute a S.A.I.C.O. s.r.l. dal Comune di Rutigliano rispettivamente in Euro 120.869,25, oltre interessi legali dalla data dell’esproprio (27-1-2005) sino al soddisfo, e in Euro 3.602,90, oltre interessi legali dalla data di scadenza di ciascuna annualità di occupazione fino al soddisfo, ordinando il deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti delle suddette somme, decurtate degli importi già depositati. La Corte d’appello ha ritenuto che l’accordo iniziale di cessione del suolo, a seguito della convenzione di lottizzazione n. 21498 del 12-12-1999, fosse venuto meno, non essendo intervenuta detta cessione, avendo il Comune offerto un’indennità di gran lunga inferiore a quella pattuita con la suddetta convenzione ed avendo il Comune emesso il decreto di esproprio, così manifestando una volontà incompatibile con quella di dare esecuzione alla cessione volontaria. La Corte territoriale, all’esito dell’espletamento di CTU, ha determinato le indennità di cui sopra disattendendo, in parte, le risultanze dell’elaborato peritale, e segnatamente ritenendo ingiustificata la decurtazione del 50% del valore venale, pari, quest’ultimo, a Euro 93,70 al mq., indicata dal CTU perchè trattasi di suoli in zona E.P.R. e quindi non pienamente edificabili dopo la convenzione di lottizzazione.

2. Avverso questa sentenza, il Comune di Rutigliano propone ricorso, affidato a quattro motivi, a cui resiste con controricorso la S.A.I.C.O. s.r.l.. Le parti hanno depositato memorie illustrative.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il Comune ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti. Ad avviso dell’Ente ricorrente la Corte territoriale ha omesso l’esame di fatti decisivi risultanti dalla convenzione di lottizzazione del 12-11-1999 (all. 1), dalla nota prot. N. 406 del 25-3-2003 (all. 2) e dalla comunicazione prot. n. 61/LLPP del 121-2004 (all. 4), il cui testo, nelle parti di rilevanza, riporta nel ricorso. Dalla lettura di detti atti emerge che il comune di Rutigliano aveva ritualmente e ripetutamente invitato i lottizzanti, e in particolare la S.A.I.C.O. s.r.l., alla cessione volontaria dei suoli E.R.P., indicando la stima dell’indennità di esproprio secondo l’accordo negoziale contenuto nella convenzione di lottizzazione del 1999. In particolare la misura dell’indennità era stata nel tempo aggiornata secondo l’Indice Istat rispetto alla somma inizialmente concordata nell’importo complessivo di Euro 56.123,78 (Lire 108.670.799), da ripartirsi pro quota tra tutti i proprietari lottizzanti secondo la percentuale d’incidenza di ognuno sulla superficie complessiva dell’area destinata all’edilizia residenziale pubblica. L’incidenza percentuale attribuita alla S.A.I.C.O. s.r.l.. era inizialmente pari al 35,15% della superficie totale (corrispondente alle particelle (OMISSIS) catasto foglio 6/A) destinata all’edilizia residenziale pubblica. Successivamente alla stipulazione della convenzione di lottizzazione la S.A.I.C.O. s.r.l. aveva acquistato i suoli di proprietà di altra ditta compartista, aventi estensione pari al 47,7 dell’intera area E.R.P., divenendo proprietaria di una superficie complessiva con incidenza percentuale pari all’82,85%. Di conseguenza, in base gli atti di compravendita trasmessi dai compartisti, con Det. 3 giugno 2004, n. 94, il Comune rideterminava in 51.736,46 (pari all’82,85% dell’importo totale di Euro 62.478,47) l’indennità spettante alla S.A.I.C.O. s.r.l. e di seguito autorizzava la Tesoreria provinciale al deposito in favore della società della somma di Euro 31.224,10 a titolo di acconto (60%) e disponeva di vincolare al bilancio comunale il restante importo da liquidarsi pari a Euro 20.539,36 (40% del totale concordato). Adduce pertanto il Comune ricorrente di aver dato prova documentale che la S.A.I.C.O. s.r.l. era stata ripetutamente invitata ad addivenire sia alla cessione volontaria dei terreni, previa offerta del prezzo concordato in convenzione, sia a dichiarare l’assenza di diritti di terzi sui suoli E.R.P. e a dimostrare la piena e libera proprietà degli stessi. Il rifiuto della S.A.I.C.O. s.r.l. di accettare l’indennità di esproprio come concordata in base all’accordo sulla quantificazione contenuto nella convenzione di lottizzazione aveva impedito al Comune di concludere il procedimento acquisitivo dei suoli destinati all’edilizia residenziale pubblica e, stante l’urgenza di provvedere all’assegnazione dei suoli alle cooperative edilizie, il Comune era costretto ad adottare il decreto di esproprio con ordinanza n. 16 del 27-1-2005.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L. n. 765 del 1967, art. 8,L. n. 865 del 1971, artt. 19 e segg., D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 20 e segg. e degli artt. 1322 e 1372 c.c.. Deduce il ricorrente che l’accordo bonario sull’indennità di esproprio non produce l’effetto traslativo della proprietà del bene, che si realizza o con un atto di cessione volontaria o con un decreto di esproprio, qualora il proprietario espropriando si rifiuti di stipulare l’atto di cessione volontaria, come previsto dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 20. Richiama la giurisprudenza di questa Corte e del Consiglio di Stato in ordine alla vincolatività di detti accordi circa la quantificazione dell’indennità dovuta (Cass. n. 5624/2009 e Cass. n. 13415/2008; Cons. Stato n. 4810/2013). Riporta nel testo del ricorso, per la parte di rilevanza, la clausola della convenzione di lottizzazione del 1999 secondo cui “…i lottizzanti espressamente ed irrevocabilmente accettano la misura della predetta complessiva somma… ed altresì accettano che venga loro interamente corrisposta al momento dell’acquisizione da parte del Comune di Rutigliano della superficie fondiaria destinata alla E.R.P. e della correlativa area per urbanizzazioni secondarie” (pag. n. 2 all. 1).

3. Con il terzo motivo denuncia il ricorrente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per motivazione apparente e violazione dell’art. 111 Cost.. Censura la sentenza impugnata nelle parti in cui la Corte territoriale ha affermato che l’indennità offerta nel 2003 non era stata accettata dalla S.A.I.C.O. s.r.l. in quanto il Comune aveva contestato l’estensione dell’area e che, quand’anche fosse stato ravvisabile l’inadempimento della S.A.I.C.O. s.r.l., il Comune avrebbe dovuto agire ex art. 2932 c.c. oppure chiedere la risoluzione dell’accordo. Assume il ricorrente di non aver avuto conoscenza, al momento dell’offerta dell’indennità di cui alla nota n. 406 del 25-32003, che la S.A.I.C.O. s.r.l. aveva acquistato i suoli di altra ditta compartista. Una volta acquisita detta conoscenza il Comune aveva offerto alla S.A.I.C.O. s.r.l. l’esatta misura spettante in relazione alla maggiore estensione dell’area E.R.P. di sua proprietà con Det. 3 giugno 2004, n. 94 e neppure detta offerta era stata accettata, mentre il Decreto di Esproprio 27 gennaio 2005, n. 16, veniva adottato oltre sei mesi dopo. Alla stregua di dette considerazioni, ad avviso del Comune si configura come meramente apparente la motivazione della sentenza impugnata secondo cui l’accordo iniziale sull’indennità era rimasto senza effetto perchè “posto nel nulla dal Comune con la nuova determinazione dell’indennità”. Sotto altro profilo denuncia il ricorrente che la sentenza è nulla per motivazione perplessa, nella parte in cui si afferma che il Comune avrebbe dovuto agire ex art. 2932 c.c., oppure chiedere la risoluzione dell’accordo, atteso che, invece, correttamente l’Amministrazione aveva esercitato i poteri autoritativi, emettendo il decreto di esproprio, al fine di non compromettere l’interesse pubblico primario alla realizzazione dell’edilizia residenziale pubblica, considerato, peraltro, che la S.A.I.C.O. S.R.L. (di seguito per brevità Saico) era divenuta proprietaria della quasi totalità dell’area.

4. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la violazione del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37 e del metodo di stima cd. sintetico-comparativo e la nullità della sentenza per motivazione apparente. Adduce che la Corte territoriale ha ritenuto ingiustificata la decurtazione del 50% del valore venale, pari, quest’ultimo, a Euro93,70 al mq., disattendendo sul punto le risultanze della CTU, che aveva calcolato il valore con quella decurtazione perchè trattasi di suoli in zona E.P.R., e quindi non pienamente edificabili dopo la convenzione di lottizzazione. La Corte d’appello non ha fornito, ad avviso del ricorrente, alcuna motivazione al riguardo, omettendo di considerare che i terreni ablati era destinati urbanisticamente in zona E.R.P..

5. I primi due motivi, da esaminare congiuntamente per la loro connessione, sono fondati nei sensi di cui alla motivazione che segue.

5.1. Occorre premettere che il Comune ricorrente ha riportato nel testo del ricorso le parti dei documenti il cui esame assume omesso e ne ha evidenziato il carattere di decisività nel percorso argomentativo seguito dal giudice di merito, così rispettando il principio dell’autosufficienza (Cass. n. 19985 del 2017).

Va premesso altresì che la Corte territoriale, in conformità alla prospettazione espressa dalla Saico nell’atto introduttivo del giudizio, ha motivato il proprio convincimento dando per presupposta la validità originaria dell’accordo, contenuto nella convenzione di lottizzazione del 12-11-1999, sulla quantificazione dell’indennità spettante alla Saico e agli atri compartisti per la cessione volontaria della superficie destinata alla Edilizia Residenziale Pubblica (di seguito per brevità E.R.P.). Tutti i compartisti, compresa l’attuale controricorrente, si impegnavano, quindi, in relazione alle aree di proprietà di ciascuno, a trasferire la suddetta superficie al Comune per un prezzo già determinato, da incrementare secondo indici Istat.

In ordine alla validità di accordi di tipologia uguale o simile a quella di cui si sta trattando, questa Corte ha più volte precisato che: a) l’inserimento di atti negoziali (un accordo, o una convenzione, o un concordato) nell’ambito di un procedimento autoritativo, da considerare veri e propri contratti, ancorchè ad oggetto pubblico siccome contrassegnati dall’intervento dell’Amministrazione quale titolare di poteri pubblicistici nella materia che ne rappresenta il substrato, non solo viene tradizionalmente ammesso nell’ambito del procedimento ablativo, ma è stato espressamente previsto dalle stesse norme dettate sin dalla L. n. 2359 del 1865, il cui art. 26, consente all’espropriante e all’espropriato di accordarsi amichevolmente sull’ammontare dell’indennità; b) dette figure non integrano un numerus clausus, essendo da riconoscere la possibilità di farvi ricorso anche quando le parti non si limitino a determinare amichevolmente l’indennità in base al prezzo del fondo (così espressamente Cass. n. 22626 del 2006; in senso conforme Cass. n. 3217/2005; 10789/2003; 6968/2002).

Nel caso di specie l’accordo, la cui validità originaria, si ribadisce, non è stata posta in discussione da Saico, non è corrispondente, quanto a scansione temporale, allo schema legale del citato art. 26, che presuppone l’avvenuta comunicazione dell’indennità provvisoria di espropriazione. Sempre in base a quanto risulta dalla ricostruzione fattuale di cui alla sentenza impugnata, è stata la Saico a dolersi del fatto che il Comune non avesse rispettato le pattuizioni di cui trattasi e del fatto che il Comune non avesse offerto per il trasferimento dei suoi beni rientranti nell’area destinata all’E.R.P. la somma pattuita, della quale la Saico neppure ha posto in discussione la congruità, a titolo di prezzo per il suddetto trasferimento di beni.

Resta da precisare che l’accordo sulla quantificazione dell’indennità di cui si è appena detto è contenuto nella convenzione di lottizzazione del 1999, ma le relative pattuizioni sono autonome rispetto alla più complessa regolamentazione della suddetta convenzione di lottizzazione. Tanto emerge dall’accertamento compiuto dal giudice di merito, che, nel vagliare la persistente validità dell’accordo sulla quantificazione dell’indennizzo dovuto per il trasferimento della superficie destinata all’E.R.P., prende in considerazione solo gli impegni assunti dalle parti con detto specifico accordo. Non può dunque ritenersi, contrariamente a quanto sostiene la controricorrente nella memoria illustrativa, che la Corte territoriale abbia ricostruito la fattispecie riconducendola al paradigma della convenzione lottizzatoria di cui alla L. n. 241 del 1990, art. 11, perchè, se così fosse stato, avrebbe preso in considerazione una fattispecie ben più complessa, composta da una serie di indefettibili elementi, secondo lo schema legale, quali, a titolo esemplificativo, la predisposizione di un piano di assetto urbanistico da parte dei privati e l’impegno degli stessi a realizzare le opere di urbanizzazione, dei quali non si rinviene il benchè minimo accenno nella sentenza impugnata.

5.2. Passando all’esame della doglianza di cui al primo motivo di ricorso, le Sezioni Unite di questa Corte (sentenze n. 8053 e 8054 del 2014) hanno chiarito che il controllo previsto dall’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5), concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Secondo le Sezioni unite “poichè la sentenza, sotto il profilo della motivazione, si sostanzia nella giustificazione delle conclusioni, oggetto del controllo in sede di legittimità è la plausibilità del percorso che lega la verosimiglianza delle premesse alla probabilità delle conseguenze. L’implausibilità delle conclusioni può risolversi tanto nell’apparenza della motivazione, quanto nell’omesso esame di un fatto che interrompa l’argomentazione e spezzi il nesso tra verosimiglianza delle premesse e probabilità delle conseguenze e assuma, quindi, nel sillogismo, carattere di decisività: l’omesso esame è il tassello mancante alla plausibilità delle conclusioni rispetto alle premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario”.

5.3. La Corte territoriale, nel vagliare la questione della persistente validità ed efficacia della pattuizione sulla quantificazione del prezzo per la cessione delle aree destinate all’E.R.P., l’ha risolta negativamente, ritenendo “caducato e privo di qualsiasi effetto” l’accordo sull’indennizzo, in base ad un percorso argomentativo che risulta viziato ai sensi del citato art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame di più fatti secondari, idonei ad interrompere l’iter logico di detto percorso.

In particolare le argomentazioni della Corte d’appello per giungere alla suddetta conclusione si sviluppano attraverso i seguenti fondamentali passaggi: 1) l’indennità offerta dal Comune era di gran lunga inferiore a quella pattuita; 2) Saico non era stata invitata a stipulare l’atto di cessione volontaria con l’indicazione del prezzo concordato e rivalutato in base agli indici Istat e di conseguenza Saico non si era rifiutata di cedere volontariamente i suoli.

Adduce il Comune, lamentando l’omesso esame dei fatti storici, secondari e decisivi, nonchè oggetto di dibattito processuale, risultanti dalla convenzione di lottizzazione del 12-11-1999 (all. 1), dalla nota prot. N. 406 del 25-3-2003 (all. 2) e dalla comunicazione prot. n. 61/LLPP del 12-1-2004 (all. 4), che: 1) la somma offerta era quella concordata, considerata l’incidenza percentuale di aree E.R.P., pari al 35,15%, inizialmente assegnata a Saico, la quale solo successivamente aveva acquistato la proprietà di altra compartista, raggiungendo l’incidenza percentuale pari all’82,85%, di cui il Comune teneva conto, una volta appresa la circostanza, non tempestivamente comunicata da Saico, con la Det. 3 giugno 2004, n. 94, ricalcolando così l’indennità prima dell’emissione del decreto di esproprio del 27-12005; 2) Saico era stata reiteratamente invitata a stipulare la cessione volontaria, così come tutti gli altri compartisti che, al contrario di Saico, avevano accettato l’indennità offerta, come concordata.

I fatti suelencati, risultanti dai citati documenti ritualmente prodotti, non sono stati esaminati dalla Corte territoriale e, nel caso che si sta scrutinando, l’omesso esame degli stessi si configura come “il tassello mancante alla plausibilità delle conclusioni rispetto alle premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario”, in quanto idoneo ad interrompere l’iter logico del percorso motivazionale.

La motivazione omessa su fatti essenziali e decisivi onde ricostruire la fattispecie concreta ai fini della sussunzione in quella astratta, rende la sentenza impugnata monca e priva della sua conclusione razionale e quindi meritevole di essere cassata sul punto affinchè il giudice del rinvio proceda a nuovo esame.

Spetterà quindi al giudice del merito, all’esito dell’esame dei fatti suindicati, accertare se sia ravvisabile o meno la persistente validità ed efficacia dell’accordo sulla quantificazione dell’indennizzo.

5.4. E’ sussistente anche il vizio denunziato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, anche come falsa applicazione di legge (pag. n. 19 ricorso), che è correlato alla ricostruzione della fattispecie concreta effettuata dalla Corte territoriale omettendo l’esame di fatti decisivi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nei termini appena precisati.

La giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che “l’errore nella ricostruzione della fattispecie concreta può determinare una lacuna tale da non consentire l’esatta riconduzione alla fattispecie astratta, cagionando un errore di sussunzione rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per falsa applicazione della legge. Invero l’incompleta ricostruzione del fatto storico complesso è errore che inficia l’esatta qualificazione giuridica della fattispecie, falsandola inevitabilmente sol che si pensi che – come dottrina avverte – la stessa scelta della norma da applicare deriva da una determinata ricostruzione della vicenda fattuale” (così da ultimo Cass. n. 1379/2019).

La Corte territoriale ha ritenuto che la persistenza di validità ed efficacia dell’accordo sulla quantificazione dell’indennità dovesse escludersi in base ad una pluralità di concorrenti, e comunque collegate, ragioni, ovvero perchè: A) era rimasto senza effetto l’accordo iniziale sull’indennità; B) non era seguito alcun atto di trasferimento dei terreni; C) l’accordo iniziale era stato posto nel nulla dal Comune con la nuova determinazione dell’indennità e legittimamente Saico non aveva accettato l’indennità come rideterminata con il provvedimento del 3-6-3004, trattandosi di “quantificazione operata tardivamente” (pag. n. 10 della sentenza impugnata), pur se anteriore al decreto di espropriazione; D) il Comune aveva emesso il decreto di esproprio, scegliendo così di non dare più esecuzione all’accordo, essendo incompatibile l’emissione di detto decreto con il trasferimento della proprietà del bene mediante cessione volontaria.

Le ragioni elencate sub A), B) e C), riepilogate per completezza e chiarezza espositiva, attengono alla ricostruzione della vicenda che il giudice del rinvio dovrà effettuare in base a quanto già si è detto (p.5.2. e p.5.3.).

Quanto alla ragione indicata sub D), di rilevanza solo qualora l’indagine di merito si concluda con l’esito della persistenza della validità ed efficacia dell’accordo sulla quantificazione, trovano applicazione i principi di diritto affermati da questa Corte (da ultimo Cass. n. 27131 del 2017 e Cass. n. 13415 del 2008) secondo i quali “l’emanazione di un tempestivo decreto di espropriazione, in luogo della stipulazione dell’atto di cessione del bene, non comporta la caducazione dell’accettazione dell’indennità provvisoria, pur espressamente condizionata alla detta stipulazione, atteso che il decreto di espropriazione è equivalente, quanto all’efficacia dell’accordo sull’indennità, all’atto di cessione del bene, non essendo ipotizzabile un interesse giuridicamente apprezzabile dell’espropriato in merito alle forme attraverso le quali si realizza, in maniera del tutto indifferente quanto agli effetti, il trasferimento della proprietà del bene” (cfr. anche Cass. n. 8709/1998, in tema di promessa di cessione volontaria del bene, la cui caducazione è stata affermata da questa Corte perchè all’accordo non era seguito nè il negozio di cessione, nè il decreto di esproprio).

Si tratta di principi affermati da questa Corte con riferimento alle ipotesi di accordo bonario intervenuto successivamente all’offerta dell’indennità provvisoria, ai sensi della L. n. 865 del 1971, art. 12, comma 2, ma che trovano applicazione anche nella fattispecie in esame, ricorrendo identità di ratio.

Una volta affermato, in punto di diritto, che è consentito l’inserimento di atti negoziali, nella specie sull’ammontare dell’indennità, nell’ambito di un procedimento autoritativo, da considerare veri e propri contratti, ancorchè ad oggetto pubblico, pure se estranei al paradigma legale, non integrando le figure legali un numerus clausus per quanto si è già detto (p.5.1.), ne consegue l’insussistenza di un interesse giuridicamente apprezzabile dell’espropriato in merito alle forme attraverso le quali si realizza il trasferimento della proprietà del bene, risultando, anche nella specie, gli effetti della modalità di trasferimento del tutto indifferenti rispetto alla pattuizione di cui trattasi, ossia sull’ammontare dell’indennità concordata, della cui congruità, come già evidenziato in base a quanto risulta dall’esposizione in fatto di cui alla sentenza impugnata, Saico non si è affatto doluta.

La Corte territoriale, nel ricostruire la fattispecie concreta attribuendo rilevanza nei termini precisati alla modalità di trasferimento del bene, non l’ha quindi correttamente ricondotta a quella astratta, rispetto alla quale per l’espropriato restano indifferenti le modalità di trasferimento del bene, in base ai principi di diritto suesposti, espressi da questa Corte con riferimento allo schema legale della L. n. 865 del 1971, art. 12, comma 2, ma applicabili anche nel caso di specie.

Conclusivamente i primi due motivi di ricorso devono essere accolti nei sensi di cui si è detto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione ad essi, onde consentire al giudice del rinvio indicato in dispositivo di procedere a nuovo esame della fattispecie concreta, conformandosi a quanto innanzi statuito, regolando anche le spese. Restano assorbiti gli altri motivi di ricorso.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il secondo motivo del ricorso nei sensi di cui in motivazione, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di Appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2019

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