Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25380 del 12/11/2013


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 25380 Anno 2013
Presidente: SALME’ GIUSEPPE
Relatore: MERCOLINO GUIDO

zione

SENTENZA
sul ricorso proposto da
BARDETTA ANTONIA CONCETTA, elettivamente domiciliata in Roma, alla
via Lunigiana n. 6, presso il dott. GREGORIO D’AGOSTINO, unitamente all’avv.
MARIO INTILISANO del foro di Messina, dal quale è rappresentata e difesa in
virtù di procura speciale a margine del ricorso
RICORRENTE

contro
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
INTIMATO

avverso la sentenza della Corte di cassazione n. 20950/10, pubblicata 1 1 11 ottobre
2010.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 3 ottobre
2013 dal Consigliere dott. Guido Mercolino;

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Data pubblicazione: 12/11/2013

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale
dott. Pierfelice PRATIS, il quale ha concluso per la dichiarazione d’inammissibilità o in subordine per il rigetto del ricorso.

1.

Con sentenza dell’il ottobre 2010, questa Corte ha rigettato il ricorso

per cassazione proposto da Antonia Concetta Bardetta avverso il decreto emesso il
12 settembre 2008, con cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva rigettato
la domanda di equa riparazione proposta dalla ricorrente nei confronti del Ministero della Giustizia, per la violazione del termine di ragionevole durata del processo,
verificatasi in un procedimento esecutivo.
A fondamento della decisione, la Corte ha richiamato il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui dalla durata del processo
esecutivo dev’essere detratto il periodo di sospensione determinato dalla pendenza
di un giudizio di opposizione all’esecuzione, dovendo escludersi il carattere unitario dei due procedimenti.
2. — Avverso la predetta sentenza la Bardetta ha proposto ricorso per revocazione, affidato ad un solo motivo. Il Ministero non ha svolto attività difensiva.
3. — Con ordinanza del 31 ottobre 2012, la Sesta Sezione di questa Corte ha
rinviato la causa alla pubblica udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1.

Con l’unico motivo d’impugnazione, la ricorrente sostiene che, nell’e-

scludere la rilevanza del periodo di sospensione, ai fini dell’accertamento della
violazione del termine di ragionevole durata, la sentenza impugnata ha enunciato
un principio di diritto diametralmente opposto a quello risultante dalla propria
consolidata giurisprudenza, secondo cui la durata della sospensione non può esse-

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

re detratta da quella del procedimento esecutivo, in quanto l’opposizione all’esecuzione s’innesta sullo stesso come una parentesi cognitiva ad esso funzionalmente
collegata, e non suscettibile di autonoma considerazione.

Com’è noto, l’errore di fatto previsto dall’art. 395, primo comma, n. 4 cod.
proc. civ., che ai sensi dell’art. 391 bis può costituire motivo di revocazione delle

sentenze pronunciate dalla Corte di cassazione, deve consistere, al pari di quello
imputabile al giudice di merito, in un errore di percezione, o in una mera svista
materiale, che abbia indotto il giudice ad affermare l’esistenza (o l’inesistenza) di
un fatto decisivo, che risulti invece escluso (o accertato) in modo incontestabile in
base agli atti e ai documenti di causa, sempre che tale fatto non abbia costituito
oggetto di un punto controverso su cui il giudice di legittimità si sia pronunciato
(cfr. Cass., Sez. lav., 29 ottobre 2010, n. 22171; Cass., Sez. III, 15 luglio 2009, n.
16447; 9 luglio 2009, n. 16136). Esso, pertanto, non è configurabile allorchè si
denuncino vizi della sentenza che investano direttamente la formulazione del giudizio sul piano logico-giuridico, come accade quando la falsa percezione fatta valere dal ricorrente consista nell’omessa considerazione di un orientamento giurisprudenziale o nell’errata supposizione della sua esistenza o ancora, come nella
specie, nel travisamento del suo contenuto (cfr. Cass., Sez. lav., 28 marzo 2000, n.
3735).
La valutazione della portata di precedenti giurisprudenziali e della loro pertinenza al caso esaminato attiene infatti all’individuazione della regula juris da porre a fondamento della decisione, e risulta pertanto estranea alla ricostruzione dei
fatti, suscettibile di costituire oggetto dell’errore percettivo contemplato dall’art.
395, primo comma, n. 4 cit., incidendo invece sull’apprezzamento della rilevanza

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2. — La censura è inammissibile.

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giuridica degli stessi, in cui si risolve il principio di diritto enunciato dalla sentenza (cfr. Cass., Sez. III, 3 giugno 2002, n. 8023). Censurare detta valutazione, sotto
il profilo dell’inesistenza dell’orientamento giurisprudenziale al quale la Corte ha

dunque non già denunciare un errore di fatto, ma voler mettere nuovamente in discussione il giudizio di diritto compiuto nella sentenza impugnata, in contrasto
con il combinato disposto degli artt. 391 bis, 391 ter e 395 cod. proc. civ., che,

ammettendo la revocazione delle sentenze della Corte di cassazione per circostanze estranee all’applicazione delle norme giuridiche, confermano il carattere definitivo della decisione adottata in diritto dal giudice di legittimità (cfr. Cass., Sez. I,
20 febbraio 2013, n. 4179).
3. — Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, non potendo ritenersi ostativa a tale pronuncia l’ordinanza interlocutoria adottata all’esito del procedimento in camera di consiglio, con cui la Sesta Sezione ha dichiarato di condividere la
soluzione prospettata dalla relazione di cui all’art. 380-bis, primo comma, cod.
proc. civ., nella quale il relatore si era pronunciato a favore dell’ammissibilità del
ricorso, rilevando che la motivazione della sentenza impugnata era fondata esclusivamente sul rinvio ad una giurisprudenza asseritamente consolidata, della quale
veniva riportata una massima, il cui significato risultava però travisato, per un apparente errore percettivo.
Presupponendo una delibazione limitata alla sussistenza dei presupposti per
la trattazione del ricorso in camera di consiglio, la predetta ordinanza non può infatti pregiudicare la decisione della causa, trovando applicazione anche nel giudizio di cassazione l’art. 177 cod. proc. civ., il quale, nell’enunciare il predetto principio, precisa che, al di fuori delle ipotesi previste dal terzo comma, non configu-

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inteso aderire o dell’esistenza di un orientamento diverso o contrario, significa

rabili in sede di legittimità, le ordinanze lato sensu istruttorie e quelle destinate a
regolare lo svolgimento del processo possono essere sempre modificate o revocate
dal giudice che le ha pronunciate (cfr. Cass., Sez. II, 11 febbraio 2011, n. 3409;

cacia vincolante soltanto ai fini dell’individuazione del rito da seguire per l’ulteriore corso del procedimento, imponendone la trattazione in udienza pubblica, ma
non anche ai fini della decisione della causa, ben potendo il collegio, all’esito della
piena delibazione del ricorso, dichiararne l’inammissibilità, anche per le medesime
ragioni che avevano precedentemente indotto il relatore a proporne la trattazione
camerale (cfr. Cass., Sez. I, 8 gennaio 2013, n. 219; Cass., Sez. III, 15 febbraio
2011, n. 3688; Cass., Sez. II, 11 febbraio 2011, n. 3409). E’ pertanto irrilevante la
circostanza che, nell’escludere la ricorrenza delle condizioni prescritte dall’art. 375
cod. proc. civ., il collegio abbia recepito le indicazioni formulate dal relatore ai
fini della decisione della causa, configurandosi la relazione prevista dall’art. 380bis cod. proc. civ. non già come un segmento di decisione sottoposto all’approvazione del collegio, ma come una mera proposta di definizione processuale accelerata, offerta al contraddittorio e alla connessa considerazione critica delle parti, e
quindi utilizzabile o meno (in tutto in parte) come elemento di formazione della
decisione (cfr. Cass., Sez. Un., 27 marzo 2009, n. 7433; Cass., Sez. VI, 4 luglio
2011, n. 14593; Cass., Sez. I, 2 luglio 2008, n. 18047; 5 ottobre 2007, n. 20965;
16 aprile 2007, n. 9094).
4. — La mancata costituzione dell’intimato esclude la necessità di provvedere
al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

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Cass., Sez. lav., 26 marzo 1999, n. 2911). Il provvedimento in esame spiega effi-

Così deciso in Roma, il 3 ottobre 2013, nella camera di consiglio della Prima

Sezione Civile

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