Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25355 del 20/09/2021

Cassazione civile sez. III, 20/09/2021, (ud. 11/03/2021, dep. 20/09/2021), n.25355

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7500-2019 proposto da:

FINO 2 SECURITISATION SRL e per essa, quale mandataria, DOBANK SPA,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ALBERICO II 33, presso lo

studio dell’avvocato ELIO LUDINI, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

T.G., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE REGINA

MARGHERITA 278, presso lo studio dell’avvocato MARCO FERRARO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato STEFANO GIOVE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7628/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/03/2021 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Nel 2012 Unicredit Credit Management Bank S.p.a. convenne in giudizio, innanzi al Tribunale di Roma il notaio T.G. per sentirlo condannare al risarcimento dei danni pari ad Euro 1.291.142,24, oltre interessi accessori e spese eventualmente riconosciuti al creditore ipotecario di primo grado Gala Assets S.p.a. e/o a quella maggiore somma assegnata al medesimo creditore ipotecario in sede di distribuzione del ricavato, e/o nella misura ritenuta equa e di giustizia.

A fondamento della proposta domanda, l’attrice espose che il convenuto non aveva rilevato l’esistenza di iscrizione ipotecaria di grado antecedente a quella iscritta dall’istituto mutuante (cui era subentrata l’attrice) a seguito del contratto di mutuo ipotecario stipulato dal predetto professionista in favore della Montevenere S.r.l., ritenendo questi che altra iscrizione ipotecaria della Gala Assets – pur descritta dal notaio nella relazione alla banca – insistesse su altre e diverse porzioni dello stesso complesso immobiliare. Stante l’inadempienza della società mutuataria, la banca aveva intrapreso un’azione esecutiva immobiliare nei confronti della società debitrice apprendendo, in quel contesto, nel 2006, che il bene offerto in garanzia ipotecaria era gravato da altra, ipoteca di primo grado iscritta in favore di altro soggetto.

Il T. si costituì contestando la domanda ed eccependo la prescrizione del diritto azionato.

Il Tribunale adito, con sentenza 15791/13, rigettò la domanda attorea, accogliendo l’eccezione di prescrizione sollevata dal professionista.

Avverso detta sentenza Unicredit Credit Management Bank S.p.a. propose appello, del quale l’appellato, costituendosi in secondo grado, chiese il rigetto.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 7628/2018, pubblicata il 30 novembre 2019, dichiarò inammissibile l’impugnazione e compensò integralmente le spese del giudizio.

Avverso detta sentenza Fino 2 Securitisation S.r.l. – attuale titolare del credito vantato nel presente giudizio, quale cessionaria dei crediti già di titolarità della doBank S.p.a. (nuova denominazione di Unicredit Credit Management Bank S.p.a.) v. ricorso p. 7 – e per essa, quale mandataria, doBank S.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, basato su tre motivi e illustrato da memoria.

T.G. ha resistito con controricorso, pure illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Vanno disattese le doglianze prospettate dal controricorrente, che neppure ha proposto ricorso incidentale sul punto, circa la legittimazione attiva della ricorrente, alla luce di quanto da quest’ultima puntualmente dedotto in memoria.

2. Con il primo motivo si denunzia “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in relazione all’art. 24 Cost., nonché in relazione all’art. 101 c.p.c.”.

Il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte territoriale ha ritenuto inammissibile e infondato il primo motivo di appello, con cui la banca appellante aveva lamentato che il Tribunale avesse autorizzato il T. a versare in atti un documento (la comunicazione del notaio M. del 16 dicembre 1991 al Banco di Santo Spirito), pur se tale documento non risultava annotato nel fascicolo d’ufficio del quale non vi era traccia, sicché la predetta banca non aveva potuto visionare tale documento con grave violazione del diritto di difesa.

Dopo aver precisato che la Corte territoriale ha ravvisato un profilo di inammissibilità del ricordato motivo di appello per non aver l’appellante dedotto “come avrebbe potuto essere diversa – nel senso da(l medesimo) auspicato – la sentenza di prime cure qualora il documento fosse stato espunto dalle carte processuali, posto che non sembra che al documento in questione il Tribunale abbia annesso valenza probatoria decisiva” e ha ravvisato l’infondatezza del medesimo motivo di appello “posto che nessuna lesione del diritto di difesa si è verificato dato che dopo che il notaio appellante era stato autorizzato a depositare il documento in questione la Banca lo ha potuto visionare”, la ricorrente rappresenta che il T. aveva assunto, nella memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, di aver prodotto la comunicazione del notaio M. in parola ma tale documento non risultava annotato nel fascicolo d’ufficio né vi era dello stesso alcuna traccia. Deduce, altresì, la ricorrente che, rilevata tale mancanza anche nella terza memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, il Tribunale aveva autorizzato il deposito del documento non presente in atti senza assegnare un idoneo termine per repliche e/o per rimetterli in termini per la richiesta di eventuale prova contraria e che, in sede di comparsa conclusionale, la banca aveva proposto istanza di revoca o modifica di detto provvedimento, lamentando la grave lesione del diritto di difesa ai suoi danni, istanza su cui però il Tribunale non si era mai pronunciato.

Ad avviso della parte ricorrente vi sarebbe stata una duplice lesione del suo diritto di difesa e del principio del contraddittorio, non essendole stato consentito di confutare l’attendibilità del detto documento e/o la sua valenza probatoria, avendo chiesto espressamente nell’istanza di revoca e/o modifica del provvedimento reso all’udienza dell’11 aprile 2013, oltre che la revoca o modifica del predetto provvedimento, anche la remissione della causa sul ruolo per esercitare il proprio diritto di difesa e confutare il documento della parte avversa, istanza su cui non si erano pronunciati né il Tribunale né la Corte di merito.

Sostiene, inoltre, la ricorrente, che il T. aveva fondato la sua difesa proprio sul documento in questione e deduce che il Tribunale avrebbe utilizzato il documento in parola per determinare il proprio convincimento, come si desumerebbe dall’affermazione contenuta in sentenza, secondo cui “la questione attiene, quindi, ad un fatto ben noto alle parti, tanto che la Banca chiese anche una qualche valutazione al Prof. M. nel 1991”.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Ed invero il mezzo all’esame difetta di specificità, essendo stato formulato in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6. Lo stesso, infatti, si fonda su Atti dei quali la ricorrente omette di riprodurre testualmente il contenuto, per la parte che qui rileva, e di localizzarli in questo giudizio di legittimità, anche secondo le facoltà indicate dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 22726 del 3/11/2011.

3. Con il secondo motivo si deduce “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in relazione all’art. 2935 c.c., nonché omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

La ricorrente censura la sentenza di secondo grado nella parte in cui la Corte di appello, pur affermando che l’art. 2935 c.c. prevede che la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere e che il notaio, nella specie, aveva riferito nella sua relazione che l’ipoteca de qua non era pregiudizievole, sicché la prescrizione non poteva che decorrere dal momento in cui l’ipoteca si era palesata potenzialmente pregiudizievole, ha poi attribuito alla decisione del Tribunale un’autonoma ratio decidendi che si discostava dalle produzione ed allegazioni del giudizio di primo grado e che non aveva “alcuna ragione di essere”. Ad avviso della ricorrente, una volta accertato che il termine di prescrizione non poteva che decorrere dalla manifestazione effettiva del danno, ovvero dal momento in cui detta parte percepì direttamente l’entità della pretesa del creditore ipotecario di primo grado, la responsabilità del notaio avrebbe dovuto ritenersi in re ipsa, il danno sarebbe consistito nell’intervento stesso della Gala Assets nella procedura esecutiva intrapresa dalla banca ai danni di Montevenere S.r.l. e, quindi, la Corte di appello non avrebbe potuto non accertare il danno subito dalla banca.

Pertanto, sarebbe incomprensibile l’inciso con cui la Corte territoriale ha rilevato che la difesa dell’appellante “non ha speso un solo argomento per confutare tale ratio decidendi in base alla quale il Tribunale ritiene insussistente il danno e non provata la pretesa risarcitoria”.

Sostiene la ricorrente che la lettura dell’atto di appello non potrebbe ingenerare alcun dubbio sulla puntuale denuncia di tutte le ragioni per cui la sentenza doveva ritenersi viziata, sicché sarebbero inconferenti i richiami giurisprudenziali operati dalla Corte di merito, peraltro, a suo avviso, irrilevanti per il corretto inquadramento della fattispecie dedotta in giudizio.

Lamenta la ricorrente che la Corte di appello avrebbe omesso di valutare un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, ovvero la responsabilità contrattuale del Notaio T., sicché la motivazione della sentenza di secondo grado apparirebbe “omessa e/o comunque erronea e finanche tautologica se solo si presta attenzione all’inciso finale della motivazione, laddove si rileva che “le spese vanno compensate posta che sulla questione della prescrizione l’impugnazione era in tesi fondata e comunque non era in discussione l’errore del notaio””.

3.1. Il secondo motivo è inammissibile per l’assorbente rilievo che lo stesso non si correla alla ratio decidendi della sentenza impugnata, che non è imperniata sulla prescrizione ma sulla mancanza del danno. Pur a voler ritenere che le deduzioni di cui a p. 15 del ricorso possano collegarsi, comunque a tale ratio, va tuttavia rilevata in tal caso l’assoluta genericità di quanto ivi dedotto e la totale assenza di una precisa indicazione della parte in cui l’atto di appello recasse la censura della motivazione della sentenza di primo grado sulla mancata prova del danno e in quali esatti termini tale censura fosse stata proposta, con conseguente inammissibilità del motivo anche sotto tale profilo.

4. Con il terzo motivo si lanenta “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in relazione alla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17”.

La ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui, dopo aver dichiarato inammissibile il gravame, la Corte di merito ha dichiarato dovuta dall’appellante una somma pari al contributo unificato versato, sul rilievo che, a tal fine, conta l’esito finale dell’impugnazione, e sostiene che proprio la statuizione relativa alla compensazione delle spese operata dalla Corte di appello sul rilievo che sulla questione della prescrizione l’impugnazione era in tesi fondata e che non era in discussione l’errore del notaio, sarebbe indicativa della mancanza di un rigetto integrale dell’impugnazione che potesse consentire l’applicazione della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

4.1. Il motivo è infondato.

Ed invero, il mezzo in esame, pur essendo ammissibile per come prospettato, è privo di fondamento, in quanto l’argomento speso dalla Corte di merito circa la fondatezza in tesi dell’impugnazione sulla questione della prescrizione è finalizzate soltanto a dare supporto motivazionale alla compensazione delle spese operata da quella Corte.

Va comunque aggiunto, per completezza, che questa Corte ha già avuto modo di affermare più volte che la declaratoria della sussistenza dei presupposti per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, in ragione dell’integrale rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, non ha natura di condanna – non riguardando l’oggetto del contendere tra le parti in causa – bensì la funzione di agevolare l’accertamento amministrativo; pertanto, tale dichiarazione non preclude la contestazione nelle competenti sedi da parte dell’amministrazione ovvero del privato, ma non può formare oggetto di impugnazione (Cass., ord., 13/11/2019, n. 29424; Cass., ord., 27/11/2020,n. 27131). Inoltre, è stato pure precisato che la debenza dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato (c.d. doppio contributo) pari a quello dovuto per l’impugnazione è normativamente condizionata a due presupposti: il primo, di natura processuale, costituito dall’adozione di una pronuncia di integrale rigetto o inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, la cui sussistenza è oggetto dell’attestazione resa dal giudice dell’impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater; il secondo, di diritto sostanziale tributario, consistente nell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, il cui accertamento spetta invece all’amministrazione giudiziaria (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315).

5. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

6. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

7. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore del controricorrente, in Euro 14.000,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2021

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