Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25353 del 29/11/2011

Cassazione civile sez. II, 29/11/2011, (ud. 03/11/2011, dep. 29/11/2011), n.25353

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GOLDONI Umberto – Presidente –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.V. (OMISSIS), residente in (OMISSIS), rappresentato

e difeso per procura a margine del ricorso dall’Avvocato CAPRIOLI

Giovanni, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avvocato

Corrado Carruba in Roma, Via di Vigna Murata n. 1;

– ricorrente –

contro

N.F.M.T. e M.L.A.,

residenti in (OMISSIS), rappresentati e difesi per procura a

margine

del controricorso dall’Avvocato AGUGLIA Giorgio, elettivamente

domiciliati presso lo studio dell’Avvocato Carlo Bogino in Roma,

viale Ippocrate n. 104;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 683 della Corte di appello di Lecce,

depositata il 27 ottobre 2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 3

novembre 2011 dal Consigliere relatore Dott. Mario Bertuzzi;

udite le conclusioni del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. RUSSO Alberto Libertino, che ha chiesto il rigetto del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

N.F.M.T. e M.L.A. convennero dinanzi al tribunale di Lecce C.V. esponendo di avere commissionato al convenuto lavori di ristrutturazione di un immobile per i quali avevano versato la soma di L. 603.336.798, maggiore rispetto alle opere commissionate, il cui valore ammontava a L. 275.900.016, nonchè consegnato, a solo titolo di garanzia, due assegni di L. 121.000.000 e di L. 14.820.000, aggiungendo che quest’ultimo era stato posto all’incasso; che i lavori erano stati eseguiti con ritardo e le opere realizzate presentavano diverse irregolarità; chiesero, pertanto, che il contratto di appalto fosse dichiarato risolto per inadempimento del convenuto, con sua condanna al pagamento della somma versata in eccesso, pari a L. 327.436.782, ed alla restituzione dell’assegno di L. 121.000.000 e dell’importo di L. 14.820.000.

Costituitosi in giudizio, il C. si oppose alle domande controdeducendo che egli aveva dovuto sospendere l’esecuzione dei lavori per non avere la controparte provveduto al loro pagamento, omettendo di versargli il saldo ancora dovuto di L. 180.000.000, e che parte degli assegni rilasciati dagli attori si riferivano ad un diverso rapporto di scambio di assegni e sconto cambiali finalizzato ad ottenere finanziamenti. Chiese pertanto che il rapporto di appalto fosse dichiarato risolto per inadempimento degli attori, con loro condanna al pagamento del saldo di L. 180.000.000.

All’esito dell’istruttoria, in cui vennero prodotti documenti, sentite le parti ed espletata consulenza tecnica d’ufficio, il Tribunale, accertato l’inadempimento del C. delle obbligazioni del contratto di appalto, lo condannò al pagamento della somma di Euro 113.659,96, oltre interessi e rivalutazione, nonchè alla restituzione dell’assegno di L. 121.000.000 e dell’importo di L. 14.820.000.

Interposto gravame da parte del convenuto, con sentenza n. 683 del 27 ottobre 2005 la Corte di appello di Lecce riformò la decisione impugnata limitatamente alla disposta rivalutazione della somma liquidata, che annullò, confermandola per il resto. A sostegno di tale conclusione, per quanto qui ancora interessa, il giudice di secondo grado affermò che i pagamenti effettuati dagli attori dovevano imputarsi al rapporto di appalto per non avere il convenuto fornito alcuna prova di avere ricevuto i titoli consegnatigli sulla base di rapporti diversi.

Per la cassazione di questa decisione, notificata il 27 novembre 2005, con atto notificato il 17 gennaio 2006, ricorre C.V., affidandosi a cinque motivi.

Resistono con controricorso, illustrato anche da memoria, N. F.M.T. e M.L.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo di ricorso denunzia difetto di motivazione e falsa applicazione dell’art. 132 cod. proc. civ., lamentando che la sentenza impugnata abbia aderito acriticamente alla pronuncia di primo grado, senza esaminare e pronunciarsi sui motivi di appello con i quali era stata denunziato l’omesso esame delle dichiarazioni rese dalle parti, degli elementi processuali e della richiesta di ulteriore indagine istruttoria, nonchè la mancanza di motivazione del rigetto della domanda riconvenzionale.

Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.

In particolare, infondata deve ritenersi la censura di nullità della sentenza per difetto assoluto di motivazione, atteso che la Corte di merito ha motivato la propria statuizione di rigetto delle ragioni dell’appellante non già mediante un acritico richiamo alle argomentazioni della pronuncia di primo grado, come sostenuto dal ricorrente, ma in forza di una autonoma valutazione delle risultanze processuali e di proprie considerazioni, affermando che il convenuto non aveva fornito alcuna prova di avere ricevuto gli assegni e le cambiali rilasciate dalla controparte sulla base di un rapporto di finanziamento, mentre invece era da presumersi che le avesse ottenute nell’ambito del rapporto di appalto pacificamente in corso tra le parti.

Il mezzo appare invece inammissibile, per difetto di decisività e di autosufficienza, laddove lamenta l’omessa considerazione di risultanze istruttorie, non avendo il ricorrente spiegato nè illustrato quali elementi decisivi di giudizio a favore della propria tesi il giudice a quo avrebbe colpevolmente trascurato. Costituisce diritto vivente di questa Corte il principio che il ricorso per cassazione deve essere sostenuto dal requisito di autosufficienza, il quale impone al ricorrente che deduca l’omessa considerazione o erronea valutazione da parte del giudice di merito di risultanze istruttorie di riprodurre esattamente il contenuto dei documenti e delle prove che si assumono non esaminate, al fine di consentire alla Corte di valutare la sussistenza e decisività delle stesse (Cass. n. 17915 del 2010; Cass. n. 18506 del 2006; Cass. n. 3004 del 2004).

Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 115 cod. proc. civ., assumendo che il giudice di appello, nell’escludere la sussistenza di rapporti di finanziamento tra le parti, ha trascurato di considerare le stesse ammissioni sul punto fatte dagli attori nell’atto introduttivo, ove essi riferivano del “rilascio di cambiali per complessive L. 128.000.000 spesso di favore e (al)l’assunzione di obbligazioni fidejussorie per operazioni bancarie del C.” ed affermavano che “il C. …è riuscito a convincerlo (il M.) a procurargli liquidità presso le banche mediante il rilascio di cambiali di favore che, assicurava avrebbe ritirato egli stesso ..”, e quanto riferito dal M. stesso in sede di interrogatorio formale.

Il mezzo è inammissibile.

Gli elementi di fatto in esso indicati che il giudice di merito avrebbe omesso di considerare nella ricostruzione del rapporto intercorso tra le parti non appaiono infatti decisivi al fine di affermare che, se essi fossero stati valutati, avrebbe potuto portare ad una decisione diversa, conclusione che costituisce la condizione necessaria per poter giungere alla cassazione della sentenza impugnata. In particolare, la circostanza che da essi emerga la sussistenza di altri rapporti tra le parti non può considerarsi, a tal fine, decisiva, tenuto conto che la ratio della decisione della Corte di merito non può essere perimetrata alla sola affermazione circa la mancanza di prova di tali rapporti, ma va correttamente identificata nell’affermazione secondo cui “inverosimile e comunque del tutto sfornita di adeguato supporto probatorio, appare la circostanza che il C., tramite istituti bancari, si procurava in contanti della somme di denaro, che poi consegnava sempre in contanti al M. e che poi quest’ultimo periodicamente restituiva al C.”. Da questa argomentazione discende che il giudice di secondo grado ha disatteso la tesi del convenuto sulla base del rilievo che egli non aveva provato nè di avere ricevuto i titoli dalla controparte al fine di procurarle finanziamenti, nè comunque che, dopo la negoziazione degli stessi, le somme da lui incassate venivano consegnate al M.. Di nessun rilievo appaiono pertanto le dichiarazioni degli attori riportate nel ricorso, che nulla riferiscono in ordine a tale ultima circostanza, che sola avrebbe potuto paralizzare la domanda delle controparti diretta alla restituzione dei relativi importi.

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 2697 cod. civ., lamentando che il giudice di appello non abbia rilevato le palesi incongruenze esistenti nella prospettazione dei fatti proposta dagli attori, che non hanno dato alcuna plausibile spiegazione di avere consegnato all’odierno ricorrente importi superiori a quelli dovuti in base agli stati di avanzamento dei lavori e non hanno pertanto affatto assolto all’onere di dimostrare i fatti costitutivi della domanda.

Il mezzo appare in parte inammissibile ed in parte infondato.

Inammissibile nella misura in cui la censura contesta la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle risultanze processuali da parte del giudice di merito, che costituiscono apprezzamenti di fatto sindacabili solo sotto il profilo del motivazione, che nella specie non risulta sollevato, ed in quanto non sostenuta da un richiamo specifico ai documenti o ai mezzi di prova da cui emergerebbero le contraddizioni o incongruenze lamentate.

Infondato in quanto la domanda di restituzione svolta dagli attori trovava causa unicamente nel versamento in favore della controparte di somme superiori al corrispettivo delle opere effettivamente eseguite, fatti che sono stati puntualmente accertati dal giudice di merito.

Con il quarto motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., lamentando l’omessa pronuncia da parte della Corte di merito sulla sua domanda riconvenzionale di risoluzione del contratto per inadempimento dell’altra parte e di condanna al pagamento del saldo del corrispettivo.

Il motivo è manifestamente infondato.

La pronuncia di rigetto delle domande riconvenzionali avanzate dal C. in primo grado appare infatti espressamente contenuta nella decisione della Corte territoriale, che ha rigettato il suo appello e quindi confermato la pronuncia di primo grado che quelle domande aveva respinto. Sul punto non è pertanto configurabile alcun vizio di omessa pronuncia, mentre laddove si intendesse riferire la censura al vizio di omessa motivazione, va comunque osservato che le ragioni del rigetto appaiono agevolmente individuabili nei motivi per cui sono state accolte le contrapposte domande avanzate dagli attori.

Il quinto motivo denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 345 cod. proc. civ., lamentando che la Corte di appello non abbia accolto le richieste dell’appellante di rinnovazione della consulenza grafica e di ammissione di prova testimoniale.

Il mezzo appare inammissibile.

La prima censura per difetto di specificità, non indicando il ricorrente nemmeno le ragioni per cui il giudice di merito avrebbe dovuto disporre il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio.

La seconda per difetto del requisito di autosufficienza, già sopra richiamato, non avendo il ricorrente riprodotto i capitoli della prova testimoniale di cui lamenta la mancata ammissione, limitandosi ad indicarne genericamente l’oggetto, allegazione che tuttavia si manifesta del tutto insufficiente a consentire a questa Corte un’adeguata valutazione sulla decisività della prova richiesta e quindi sulla rilevanza del vizio lamentato.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, vanno poste, per il principio di soccombenza, a carico del ricorrente.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in Euro 3.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 3 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2011

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