Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25343 del 11/11/2013


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Civile Sent. Sez. 6 Num. 25343 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: GIUSTI ALBERTO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PECORARO Aldo, POLIZZI Giuseppe, PATRICOLO Domenico, GENCO
Claudio, DENARO Claudia, PROVENZANO Vincenzo, SAVERINO Girolama, RENNA Massimiliano, rappresentati e difesi, in forza di
procura speciale a margine del ricorso, dagli Avv. Giovanni Lo
Bello e Teresa Tornambè, con domicilio per legge presso la
cancelleria civile della Corte di cassazione, piazza Cavour,
Roma;
ricorrenti

contro
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro tempore;
– intimato –

Data pubblicazione: 11/11/2013

avverso il decreto della Corte d’appello di Caltanissetta, depositato il 23 ottobre 2012.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 4 ottobre 2013 dal Consigliere relatore Dott. Alberto

udito l’Avv. Giovanni Lo Bello;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Ignazio Patrone, che ha concluso per
raccoglimento del ricorso.
Ritenuto che la Corte d’appello di Caltanissetta, con decreto in data 23 ottobre 2012, ha rigettato domanda di equa
riparazione proposta, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n.
89, da Aldo Pecoraro e dagli altri istanti indicati in epigrafe per la durata irragionevole di un processo amministrativo
svoltosi dinanzi al TAR Sicilia, iniziato nel luglio 1997 e
definito con sentenza di inammissibilità dell’ottobre 2009;
che la Corte d’appello ha rilevato la mancanza di prova in
ordine alla dedotta sofferenza per l’ingiustificato protrarsi
del processo, giacché la palese inammissibilità della domanda
collettivamente proposta da numerosi dipendenti della USL n. 6
di Palermo, priva dei sia pur minimi requisiti di determinatezza sotto il profilo del petitum e della causa petendi, denota la mancanza di uno specifico interesse alla celere definizione del giudizio presupposto;

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Giusti;

che per la cassazione del decreto della Corte d’appello il
Pecoraro e gli altri istanti indicati in epigrafe hanno proposto ricorso, con atto notificato il 12 dicembre 2012, sulla
base di un motivo, articolato in cinque profili;

Considerato che il Collegio ha deliberato l’adozione di una
motivazione in forma semplificata;
che con un unico complesso motivo i ricorrenti denunciano:
violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della legge n. 89
del 2001 e dell’art. 6, par. l, della CEDU; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione; violazione e falsa applicazione dell’art. 11 delle preleggi; violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della legge 28 dicembre 2005, n. 263;
violazione e falsa applicazione dell’art. 54, coma 2, del decreto-legge n. 112 del 2008;
che i ricorrenti lamentano che, pur in assenza di eccezioni
sollevate dal Ministero, l’equa riparazione sia stata esclusa,
sulla sola base della soccombenza nel giudizio presupposto,
senza neppure considerare l’avvenuta presentazione di istanze
sollecitatorie e di fissazione di udienza al fine di far definire il giudizio;
che la censura è fondata, essendosi la Corte d’appello discostata dal principio secondo cui, in caso di violazione del
termine di durata ragionevole del processo, il diritto
all’equa riparazione di cui all’art. 2 della legge n. 89 del

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che il Ministero non ha resistito con controricorso.

2001, spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente
dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti,
costituendo l’ansia e la sofferenza per l’eccessiva durata i
riflessi psicologici del perdurare dell’incertezza in ordine

in cui il soccombente abbia promosso una lite temeraria, o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire proprio il perfezionamento della fattispecie di cui al
richiamato art. 2, e dunque in difetto di una condizione soggettiva di incertezza: dell’esistenza di queste situazioni,
costituenti abuso del processo, deve dare prova puntuale
l’Amministrazione, non essendo sufficiente, a tal fine, la deduzione che la domanda della parte sia stata dichiarata inammissibile (Cass., Sez. I, 26 aprile 2010, n. 9938);
che il decreto impugnato è cassato;
che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto,
la causa può essere decisa nel merito;
che nel caso di specie, infatti, dallo stesso provvedimento
impugnato emerge che la durata complessiva del giudizio amministrativo è stata (dal luglio 1997 all’ottobre 2009) di circa
dodici anni e tre mesi; detratto il termine ragionevole, stimato in tre anni, la durata non ragionevole risulta essere
stata di circa nove anni e tre mesi;
che alla luce dell’accertata irragionevole durata del giudizio, a ciascun ricorrente spetta un indennizzo che va liqui-

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alle posizioni coinvolte nel processo, ad eccezione del caso

dato, tenuto conto della modesta entità della posta in gioco
(la controversia del giudizio presupposto avendo ad oggetto
differenze retributive per lavoro straordinario), sulla base
di euro 500 per anno (cfr. Cass., Sez. II, 24 luglio 2012, n.

legali dalla data della domanda al saldo;
che – tenuto conto dell’esito del giudizio e del ridimensionamento del quantum riconosciuto a titolo di equa riparazione – ai ricorrenti compete altresì il rimborso della metà
delle spese dell’intero giudizio (previa compensazione della
restante parte), spese liquidate, nell’intero, nella misura
indicata in dispositivo;
che le spese devono essere distratte in favore dei difensori dei ricorrenti, dichiaratisi antistatari.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e,
decidendo nel merito,

condanna

il Ministero dell’economia e

delle finanze al pagamento, in favore di ciascun ricorrente,
della somma di euro 4.625, oltre interessi legali dalla data
della domanda al saldo;

condanna il Ministero alla rifusione

della metà delle spese dell’intero giudizio, con compensazione
della restante parte, spese complessivamente liquidate,
nell’intero, per il giudizio di merito, in euro 1.140, di cui
euro 50 per esborsi, 490 per diritti e 600 per onorari, oltre
alle spese generali e agli accessori di legge, e, per il giu-

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12937), e quindi in complessivi euro 4.625, oltre interessi

dizio di legittimità, in euro 606,25, di cui euro 506,25 per
compensi ed euro 100 per esborsi, oltre agli accessori di legge. Dispone la distrazione delle spese del giudizio di merito
e di legittimità in favore dei difensori dei ricorrenti, Avv.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2
Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, il 4 ottobre
2013.

Giovanni Lo Bello e Teresa Tornambè.

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