Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25338 del 20/09/2021

Cassazione civile sez. I, 20/09/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 20/09/2021), n.25338

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 8648/2016 R.G. proposto da:

G.E.A., in proprio ed in qualità di erede di

G.L., e B.A.M., e R.M., rappresentati e difesi

dagli Avv. Eva Marri, e Paolo Panariti, con domicilio eletto presso

lo studio di quest’ultimo in Roma, via Celimontana, n. 38;

– ricorrente –

contro

G.S., rappresentata e difesa dall’Avv. Marco Milani, con

domicilio eletto in Roma, piazza dei Prati degli Strozzi, n. 32,

presso lo studio dell’Avv. Anna Chilese;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze n. 1200/15,

depositata il 25 giugno 2015.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio dell’8 aprile

2021 dal Consigliere Dott. Guido Mercolino;

viste le conclusioni motivate formulate, ai sensi del D.L. n. 137 del

2020, art. 23, comma 8-bis, convertito con modificazioni dalla L. 18

dicembre 2020, n. 176, dal Pubblico ministero, in persona del

Sostituto Procuratore generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha chiesto

il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. G.E.A. convenne in giudizio il padre G.L., per sentir accertare l’esistenza, a partire dal 1954 o al più tardi dal 1958, di una società di fatto con lo stesso, avente ad oggetto l’esercizio dell’attività d’impresa della ditta denominata “Sfilacciatura G.L.”, e la spettanza ad esso attore, in qualità di socio, della proprietà del 50% dei beni della società, con il trasferimento dei medesimi beni anche per equivalente.

A sostegno della domanda, l’attore espose che l’impresa, fittiziamente gestita in forma di ditta individuale, era stata in realtà condotta in forma sociale, avendo egli prestato attività lavorativa con il padre, unico intestatario del conto bancario nel quale erano confluiti i relativi proventi, dai quali veniva detratto pariteticamente quanto necessario per il loro mantenimento, mentre il residuo veniva reinvestito in parte nell’azienda ed in parte in immobili anche essi intestati esclusivamente al padre. Aggiunsero che, avendo egli chiesto di regolarizzare la situazione, il padre, con lettera del 23 settembre 1994, gli aveva riconosciuto la proprietà del 50% dei beni immobili acquistati dopo il 1976 ed aveva quantificato il suo apporto nella misura del 30% di quelli acquistati in epoca anteriore, valutando il saldo a suo credito, detratte le spese, in Lire 1.043.675.316. Mentre erano in corso trattative per la determinazione del valore degl’immobili e dell’importo delle spese, il padre aveva peraltro alienato a terzi il più importante dei cespiti indicati nella predetta lettera, per un prezzo dichiarato inferiore a quello effettivo, senza dargliene comunicazione.

Si costituì G.L., ed eccepì l’incompetenza del Tribunale ordinario, assumendo che nel 1976 era stata costituita un’impresa familiare, della quale chiese l’accertamento e la liquidazione. Chiese inoltre, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore al risarcimento dei danni cagionati dalla trascrizione dell’atto di citazione.

2. Nel frattempo, G.L. aveva convenuto separatamente in giudizio il figlio e la nuora R.M., per sentirli condannare al rilascio di due unità immobiliari site in (OMISSIS), dagli stessi adibite a propria abitazione, e delle quali sosteneva di essere proprietario.

Si erano costituiti i convenuti, ed avevano eccepito che gl’immobili erano compresi tra quelli dei quali G.E.A. aveva rivendicato la comproprietà al 50%, chiedendo l’accertamento dell’intervenuto acquisto per usucapione della predetta quota.

3. Riuniti i due giudizi, il Tribunale di Prato, con sentenza parziale del 15 dicembre 2000, dichiarò la controversia assoggettabile al rito del lavoro, e con sentenza del 10 agosto 2004 dichiarò inammissibile la domanda di accertamento dell’esistenza dell’impresa familiare, in quanto proposta tardivamente.

3.1. Il giudizio, proseguito con rito ordinario e dichiarato interrotto per la morte di G.L., fu quindi riassunto nei confronti della figlia G.S., in qualità di coerede, e della moglie B.A.M., in qualità di usufruttuaria generale, le quali si costituirono e dichiararono di abbandonare le domande di rilascio e risarcimento dei danni proposte dal loro dante causa.

3.2. Con sentenza del 21 maggio 2009, il Tribunale rigettò la domanda di accertamento dell’esistenza della società di fatto, ritenendo non provati il compimento di atti di gestione o di disposizione degli utili da parte dell’attore e la simulazione dell’atto costitutivo dell’impresa familiare; rigettò inoltre la domanda di accertamento dell’intervenuto acquisto per usucapione degli immobili siti in (OMISSIS), ritenendo non provata l’interversione del possesso, e dichiarò non luogo a provvedere sulle domande di rilascio e risarcimento dei danni proposte da G.L..

4. L’impugnazione proposta da G.E.A. e R.M. nei confronti di G.S., essendo nel frattempo deceduta anche B.A.M., è stata rigettata dalla Corte d’appello di Firenze con sentenza del 25 giugno 2015.

Premesso che il fenomeno dell’impresa familiare risulta incompatibile con quello societario, stante il carattere speciale e residuale della relativa disciplina, irriducibile a quella di qualsiasi tipo di società, la Corte ha ritenuto non provato che il rapporto tra le parti, costituito in forma d’impresa familiare, dissimulasse un rapporto di società, sorto nel 1954 o nel 1958, e quindi anteriore alla formale costituzione dell’impresa familiare, intervenuta il 24 novembre 1976, e proseguita fino alla cessazione dell’attività d’impresa, verificatasi nel 2002. Ha rilevato infatti che gli appellanti non avevano censurato la sentenza di primo grado, nella parte in cui aveva ritenuto necessaria una controdichiarazione scritta attestante l’accordo simulatorio, reputando assorbente tale considerazione ed irrilevante il passaggio in giudicato della dichiarazione d’inammissibilità della domanda di accertamento dell’esistenza della impresa familiare, in quanto pronuncia di mero rito. Precisato inoltre che, ai fini dell’accertamento dell’esistenza di una società di fatto, nei rapporti interni tra i soci, occorre procedere alla ricostruzione della reale volontà delle parti, ha ritenuto che gravasse sull’attore l’onere di fornire la relativa prova, osservando comunque che la mancata contestazione dell’operatività dei limiti previsti dall’art. 1417 c.c. per la prova della simulazione precludeva la valutazione degli elementi indiziari a tal fine allegati. Per completezza, ha affermato che la controdichiarazione non poteva essere individuata nella lettera indirizzata all’attore il 23 settembre 1994, la quale non conteneva un riconoscimento della natura fittizia dell’atto costitutivo dell’impresa familiare, ma, anzi, una rivendicazione della titolarità esclusiva dell’impresa e del patrimonio immobiliare da parte del convenuto, nonché la riaffermazione dell’operatività del regolamento d’interessi stabilito nel 1976, in virtù del quale l’attore aveva potuto godere di risorse che gli avevano consentito di mantenere decorosamente la propria famiglia. Ha confermato pertanto l’infondatezza della domanda di accertamento dell’esistenza della società di fatto, ritenendo conseguentemente assorbite le censure riguardanti la domanda di trasferimento del 50% del patrimonio della società.

La Corte ha dichiarato invece inammissibili le censure riguardanti il rigetto della domanda di accertamento dell’acquisto per usucapione delle unità immobiliari site in (OMISSIS): ha rilevato infatti che la prova testimoniale dedotta al riguardo coincideva con quella articolata dall’attore nel giudizio promosso dal convenuto per il rilascio dei medesimi immobili e già ammessa nel giudizio di primo grado, a seguito della riassegnazione delle cause riunite al Tribunale ordinario, aggiungendo che la stessa era stata regolarmente assunta, e quindi non era ripetibile in appello.

3. Avverso la predetta sentenza G.E.A. e R.M. hanno proposto ricorso per cassazione, articolato in sei motivi, illustrati anche con memoria. G.S. ha resistito con controricorso, anch’esso illustrato con memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo d’impugnazione, i ricorrenti denunciano la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e ss., art. 1414 c.c., comma 1, artt. 1417 e 2730 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., osservando che il richiamo della sentenza impugnata alla disciplina dettata dall’art. 1417 cit. risulta non pertinente alla domanda da lui proposta, avente ad oggetto la simulazione non già relativa, ma assoluta dell’atto costitutivo dell’impresa familiare. Premesso di aver sempre sostenuto che tale atto non aveva in alcun modo modificato il rapporto preesistente, sorto come società di fatto e come tale proseguito fino alla chiusura dell’attività, affermano che il carattere assoluto della simulazione comportava l’ammissibilità della prova per confessione, la quale emergeva dalla lettera del 23 settembre 1994, in cui il padre aveva ammesso l’apporto fornito dal figlio all’impresa e l’avvenuto reimpiego degli utili nell’attività, riconoscendogli la comproprietà degl’immobili acquistati. Aggiungono che erroneamente la sentenza impugnata ha conferito rilievo all’intento conciliativo della lettera, dalla quale emergeva la partecipazione del figlio alla gestione dell’impresa, al patrimonio, agli utili ed alle perdite per un periodo di circa trent’anni, nonché l’utilizzazione in senso atecnico dell’aggettivo “familiare” riferito all’impresa. Sostengono che, nell’escludere la portata confessoria della lettera, la Corte territoriale non ha tenuto conto del carattere ricognitivo e precettivo della stessa, attestante l’assoluta mancanza dell’affectio familiaris e il riconoscimento dell’affectio societatis, violando i criteri ermeneutici che impongono una valutazione complessiva dello atto ed escludono la rilevanza della disposizione a transigere, privando la lettera di qualsiasi effetto in riferimento all’intero periodo anteriore al 1975, e negando alla prova il valore attribuitole dalla legge.

2. Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e ss., art. 1417 c.c., art. 2724 c.c., n. 1 e art. 2729 c.c. e dell’art. 116 c.c., osservando che la qualificazione della fattispecie come simulazione relativa ha determinato l’erronea applicazione dei limiti imposti alla relativa prova dall’art. 1417 cit., con l’esclusione dell’ammissibilità della prova testimoniale e di quella per presunzioni. Premesso che la dichiarazione contenuta nella lettera del 23 settembre 1994 integrava un principio di prova scritta, idoneo a giustificare il ricorso alle predette prove, sostengono che la Corte territoriale ne ha travisato la portata, confermativa dell’esistenza di una società di fatto e della volontà delle parti di non modificare il rapporto attraverso la formale costituzione dell’impresa familiare. Rilevato che le testimonianze acquisite avevano dimostrato la natura societaria del rapporto, confermando l’attività prestata dal figlio nell’impresa, la divisione dei compiti con il padre ed il reimpiego degli utili nell’acquisto degli immobili, aggiungono che la sentenza impugnata ha omesso di procedere ad una valutazione complessiva di tali elementi e di trarne le dovute conseguenze logiche, avendo conferito rilievo, in contrario, alle risposte fornite dall’attore in sede d’interrogatorio formale, delle quali ha travisato il senso. Censurano infine la sentenza impugnata nella parte in cui ha negato alla lettera prodotta il valore di controdichiarazione, idonea a dimostrare la simulazione dell’impresa familiare, senza considerare che la relativa prova può essere costituita anche da un atto unilaterale proveniente dal contraente cui la simulazione è opposta, e senza procedere ad una valutazione complessiva dell’atto.

3. Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 230-bis c.c., art. 2724 c.c., n. 1, artt. 2729 e 2730 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., osservando che la sentenza impugnata non ha tratto le dovute conseguenze dalla natura residuale della disciplina dell’impresa familiare, applicabile soltanto quando non sia provata la configurabilità di un rapporto diverso. Sostengono che, nel privilegiare l’aspetto formale del rapporto, la Corte territoriale non ha tenuto conto dell’andamento sostanziale dello stesso negli anni precedenti alla costituzione dell’impresa familiare, trascurando i diritti maturati dall’attore in riferimento a tale periodo, senza considerare che all’epoca il predetto istituto non era stato ancora introdotto dalla legge. Ribadiscono che dalla lettera del 23 settembre 1994 emergevano tutti gli elementi idonei ad integrare la società di fatto, ivi compresa l’affectio societatis, risultante anche dalle deposizioni rese dai testi, insistendo sull’omessa valutazione delle prove documentali e testimoniali e sul mancato ricorso alla prova per presunzioni.

4. I predetti motivi, da esaminarsi congiuntamente, in quanto aventi ad oggetto questioni strettamente connesse, sono inammissibili.

Le censure proposte dai ricorrenti mirano infatti a sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del vizio di violazione di legge, variamente declinato in relazione alle disposizioni riferibili alla vicenda sostanziale ed a quelle che disciplinano la valutazione delle prove, una rivisitazione degli elementi acquisiti agli atti, non consentita a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, cui sono affidate in via esclusiva l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la verifica della loro attendibilità e concludenza e la scelta, tra le complessive risultanze del processo, di quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass., Sez. VI, 13/01/2020, n. 331; Cass., Sez. II, 8/08/2019, n. 21187; Cass., Sez. VI, 4/08/2017, n. 19547).

Nel ribadire la simulazione dell’atto costitutivo dell’impresa familiare, in quanto volto a consentire la prosecuzione dell’attività produttiva nella forma della ditta individuale, dissimulante in realtà una società di fatto, i ricorrenti insistono, in particolare, sulla natura confessoria della lettera del 23 settembre 1994 e sulle risultanze della prova testimoniale assunta nel corso del giudizio, omettendo peraltro di censurare il rilievo formulato dalla Corte d’appello, e ritenuto assorbente di ogni ulteriore doglianza, secondo cui la decisione di primo grado non era stata impugnata nella parte in cui aveva ritenuto necessaria, ai fini della prova della simulazione, la produzione di una contro-dichiarazione scritta recante l’accordo simulatorio, ai sensi dell’art. 1417 c.c. Tale rilievo preclude l’esame delle censure riflettenti l’inapplicabilità della predetta disposizione, in ragione dell’asserita configurabilità della fattispecie dedotta in giudizio come simulazione assoluta anziché relativa, trattandosi di una questione non proponibile in questa sede, in quanto non rilevabile d’ufficio e non affrontata nel precedente grado di giudizio, nel quale i ricorrenti si sono limitati ad individuare la controdichiarazione proprio nella citata lettera del 23 settembre 1994 (cfr. Cass., Sez. III, 17/01/2018, n. 907; Cass., Sez. VI, 9/07/2013, n. 17041; Cass., Sez. I, 30/03/2007, n. 7981).

Il richiamo all’art. 1417 c.c. (che trova comunque conforto nell’orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il carattere assoluto della simulazione non esclude la necessità della prova scritta dell’accordo simulatorio, ove, come nella specie, il contratto simulato sia stato stipulato in forma scritta: cfr. Cass., Sez. II, 7/01/2019, n. 123; 10/04/2015, n. 7270; Cass., Sez. III, 15/01/2003, n. 471) non ha peraltro impedito alla Corte territoriale di procedere alla valutazione del contenuto della lettera, della quale ha escluso la configurabilità come controdichiarazione, ravvisandovi piuttosto una riaffermazione da parte del convenuto della titolarità esclusiva dell’impresa e dell’operatività del regolamento d’interessi previsto dall’atto costitutivo dell’impresa familiare. L’apprezzamento in tal modo compiuto non può ritenersi validamente censurato dai ricorrenti, i quali, nel far valere la violazione delle norme che disciplinano l’interpretazione dei contratti (pacificamente ritenute applicabili, nei limiti della compatibilità, anche alla confessione, in quanto mero atto giuridico: cfr. Cass., Sez. II, 25/06/1999, n. 6592; Cass., Sez. III, 22/05/1995, n. 1960), in particolare dell’art. 1362 c.c., comma 2, artt. 1363 e 1367 c.c., si limitano ad insistere sulla natura confessoria della lettera, senza essere in grado di addurre argomenti risolutivi contrari alle conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata: nel lamentare la mancata valutazione dei prospetti allegati alla lettera, essi omettono infatti di riportarne il contenuto a corredo delle censure, le quali risultano pertanto, sotto tale profilo, prive di specificità; nel contestare l’utilizzabilità, quale criterio interpretativo, dell’intento conciliativo perseguito dall’autore dello scritto, non considerano che lo stesso, oltre a non essere stato affatto valorizzato dalla sentenza impugnata, che vi ha accennato esclusivamente quale argomento risultante dalla sentenza di primo grado, non attiene al comportamento tenuto nella fase successiva alla redazione della lettera, ma alla dichiarazione nella stessa contenuta; nell’invocare il principio di conservazione, non tengono infine conto del rilievo della Corte d’appello, volto a sottolineare l’efficacia dell’atto, secondo cui dallo stesso emergeva la ferma volontà dell’autore di rivendicare la titolarità esclusiva e l’operatività del regolamento d’interessi previsto dall’atto costitutivo dell’impresa familiare.

5. Con il quarto motivo, i ricorrenti denunciano la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 1362,1363 e 1998 c.c., nonché la nullità della sentenza impugnata per omessa pronuncia, rilevando che, nel ravvisare un nesso di consequenzialità tra la domanda di accertamento dell’esistenza della società di fatto e quelle di trasferimento degli immobili e di pagamento delle somme di cui alla lettera del 23 settembre 1994, la Corte territoriale non ha considerato che le stesse trovavano fondamento nella ricognizione di debito operata dal padre dell’attore, la quale esonerava quest’ultimo dalla prova del proprio diritto.

5.1. Il motivo è inammissibile, non essendo accompagnato dalla trascrizione dei passi salienti dell’atto di citazione in primo grado e dell’atto di appello, indispensabili ai fini della valutazione del rapporto originariamente esistente tra le predette domande e delle modalità della loro riproposizione in sede di gravame, non ricostruibili né sulla base delle conclusioni rassegnate nel giudizio di secondo grado, riportate nell’intestazione della sentenza impugnata, né sulla base dell’esposizione sommaria dei fatti di causa, contenuta nella narrativa del ricorso. La parte che in sede di legittimità intenda far valere l’omessa pronuncia in ordine ad una o più domande proposte in giudizio, ovvero l’errata interpretazione delle stesse da parte del giudice di merito, è infatti tenuta, in ossequio al canone di specificità dell’impugnazione, a riportarle puntualmente nel ricorso, nei loro esatti termini, in modo tale da consentire a questa Corte di controllare la veridicità del proprio assunto, prima ancora di accertare la fondatezza delle censure (cfr. Cass., Sez. VI, 4/3/2013, n. 5344; Cass., Sez. lav., 21/09/2004, n. 18936; 11/06/2004, n. 11126).

6. Per analoghe ragioni, va dichiarato inammissibile il quinto motivo, con cui i ricorrenti deducono la nullità della sentenza impugnata per violazione degli artt. 112 e 167 c.p.c. e dell’art. 70-bis disp. att. c.p.c., rilevando che la Corte d’appello ha omesso di esaminare il motivo d’impugnazione con cui era stata fatta valere l’inammissibilità della domanda riconvenzionale di riconoscimento di un’indennità per l’occupazione degli immobili siti in (OMISSIS), in quanto tardiva.

6.1. Precisano infatti i ricorrenti che la predetta domanda era stata proposta nella comparsa di costituzione depositata dopo il ventesimo giorno precedente all’udienza di comparizione fissata nell’atto di citazione, differita ai sensi dell’art. 168 c.p.c., comma 4, aggiungendo che la stessa era stata irritualmente riproposta nella memoria depositata ai sensi dell’art. 184 c.p.c. nel giudizio promosso dal convenuto e successivamente riunito a quello promosso dall’attore. Nel sostenere che l’eccezione d’inammissibilità della domanda, disattesa dalla sentenza di primo grado, era stata espressamente riproposta in sede di gravame, i ricorrenti si limitano peraltro a riportare il contenuto del decreto di differimento dell’udienza e della comparsa di costituzione depositata dal convenuto in primo grado, nonché quello della memoria recante la predetta eccezione, senza trascrivere, a corredo della censura, il contenuto dell’atto di appello, con la conseguenza che anche il motivo in esame risulta privo di specificità.

7. E’ infine inammissibile, sempre per difetto di specificità, il sesto motivo, con cui i ricorrenti lamentano la nullità della sentenza impugnata per omessa pronuncia in ordine al motivo di appello riguardante il rigetto della domanda di accertamento dell’intervenuto acquisto per usucapione degli immobili siti in (OMISSIS).

7.1. Premesso infatti che la censura investiva nella sua interezza la pronuncia relativa alla predetta domanda, i ricorrenti sostengono che le deposizioni rese dai testi avevano consentito di accertare che gl’immobili erano stati costruiti da essi ricorrenti, che li avevano abitati fin dal 1971 ed avevano provveduto anche alle relative spese, senza corrispondere alcun corrispettivo. In tal modo, essi contestano l’interpretazione dell’atto di appello fornita dalla Corte territoriale, secondo cui il motivo in questione aveva ad oggetto esclusivamente la mancata ammissione della prova testimoniale dedotta in primo grado, in ordine alla quale la sentenza impugnata ha rilevato l’inammissibilità della censura, ritenendo, sulla base di un confronto tra i capi di prova articolati dai ricorrenti e quelli delle testimonianze ammesse ed assunte dinanzi al Tribunale, che la prova di cui gli appellanti avevano lamentato la mancata ammissione era stata in realtà ammessa ed espletata. Nel censurare la predetta interpretazione, i ricorrenti sostengono di non essersi limitati ad insistere per l’ammissione della prova testimoniale, ma di aver contestato anche la ricostruzione dei fatti compiuta dalla sentenza di primo grado sulla base delle deposizioni rese dai testi escussi, omettendo tuttavia di riportare, a corredo della propria censura, il contenuto del motivo di gravame, con la conseguente impossibilità di verificare in questa sede la veridicità e la fondatezza del loro assunto.

7. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso dallo stesso art. 13, comma 1 bis.

Si dà atto che la presente sentenza è firmata dal solo Presidente del collegio per impedimento dell’estensore, cons. Guido Mercolino, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 3, in conformità al disposto del decreto del Primo Presidente della Corte di cassazione n. 163/2020, recante integrazione delle Linee guida sull’organizzazione della Corte di cassazione nell’emergenza Covid-19.

Così deciso in Roma, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2021

 

 

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