Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25333 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 11/11/2020, (ud. 27/11/2019, dep. 11/11/2020), n.25333

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino – Presidente –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. MUCCI Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6783/2012 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in Roma, via A. Toscani

n. 59, presso lo studio dell’Avv. Liliana Zuccardi Merli che lo

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato presso

cui è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

e contro

EQUITALIA ESATRI S.P.A., in persona del legale rappresentante

– intimata –

avverso la sentenza n. 86/13/11 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA LOMBARDIA, depositata il 19 agosto 2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27 novembre 2019 dal Cons. ROBERTO MUCCI.

 

Fatto

CONSIDERATO

che:

1. la CTR della Lombardia ha rigettato il gravame interposto da S.A. avverso la sentenza della CTP di Milano di rigetto del ricorso del medesimo contro la cartella di pagamento n. (OMISSIS) per IVA, IRPEF e IRAP relativamente all’anno d’imposta 2002, emessa a seguito di accertamento divenuto definitivo sull’omessa dichiarazione della plusvalenza ritratta dalla cessione di azienda;

2. ha ritenuto la CTR: a) tempestiva la notificazione della cartella stante la definitività dell’avviso di accertamento; b) conseguentemente preclusa ogni altra questione di merito; c) non rilevante la dedotta violazione degli artt. 3 e 53 Cost. anche con riferimento alla sanzione minima;

3. avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione la S.A. affidato a tredici motivi, cui replica l’Agenzia delle Entrate con controricorso; Equitalia Esatri s.p.a. non ha svolto difese.

Diritto

RITENUTO

che:

4. l’avviso dell’adunanza camerale risulta ritualmente comunicato a parte ricorrente mediante deposito in cancelleria dell’avviso medesimo – stante l'”indirizzo non valido” rilevato dal sistema con riferimento all’indirizzo p.e.c. indicato in ricorso dal patrono del S. -, nonchè mediante notificazione a quest’ultimo ex art. 140 c.p.c., con i relativi adempimenti di legge;

5. sui motivi di ricorso.

5.1. con il primo motivo di ricorso S.A. denuncia violazione del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, art. 4, comma 3, per mancata partecipazione dell’Agenzia delle Entrate alla procedura di mediazione;

5.2. con il secondo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 2, comma 1, poichè l’Agenzia delle Entrate, non partecipando alla mediazione senza giustificato motivo, pur vertendo “l’attuale controversia” su “un diritto disponibile” (v. p. 4 del ricorso), ha ostacolato il diritto del ricorrente;

5.3. con il terzo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 8, comma 5, e art. 116 c.p.c., comma 2: l’esito della mediazione costituisce prova che la plusvalenza di cui alla cartella impugnata non si è realizzata;

5.4. con il quarto motivo si denuncia violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c.: l’atto notarile di cessione, cui è allegata la situazione patrimoniale dell’azienda con l’elenco dei beni, il contratto di leasing e l’avviamento, prova l’insussistenza della plusvalenza, stante anche “la certificazione del prezzo percepito dal ricorrente nell’anno 2002” (p. 6 del ricorso);

5.5. con il quinto motivo si denuncia violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 14 e del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 37, comma 40: non sarebbe legittima la notificazione della cartella dopo sette anni dalla cessione dell’azienda, cioè in sostanza “a tempo indeterminato in quanto anche l’accertamento soggiace al termine di decadenza e prescrizione” (p. 7 del ricorso);

5.6. con il sesto motivo si denuncia violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 43: la notificazione dell’avviso di accertamento sarebbe illegittima oltre il termine quadriennale dalla presentazione della dichiarazione;

5.7. con il settimo motivo si denuncia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 47: l’avviso di accertamento non recherebbe le ragioni del mancato riconoscimento di deduzioni e detrazioni; inoltre, è nozione di comune esperienza che l’avvio di un’attività (quale quella poi ceduta dal S.) comporta spese che per legge devono essere detratte; infine, la proposta conciliativa formulata in sede di mediazione (favorevole al ricorrente e da questi accettata in assenza, come detto, dell’amministrazione) proverebbe l’insussistenza della contestata plusvalenza;

5.8. con l’ottavo motivo si denuncia violazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, comma 1: i giudici tributari di primo e secondo grado non avrebbero considerato l’irregolarità della notificazione dell’avviso di accertamento, omettendo di esaminare il merito del rapporto tributario;

5.9. con il nono motivo si denuncia violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 3: essendo il titolo esecutivo formato dall’atto presupposto (avviso di accertamento) e dalla cartella, la nullità della notificazione del primo comporterebbe la nullità del secondo, non avendo i giudici di primo e secondo grado motivato sul merito del rapporto tributario;

5.10. con il decimo motivo si denuncia violazione della L. 20 novembre 1982, n. 890, art. 8 poichè la notificazione dell’avviso di accertamento per compiuta giacenza non si sarebbe perfezionata;

5.11. con l’undicesimo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 11; non partecipando alla mediazione l’Agenzia delle Entrate avrebbe eluso il profilo dell’illegittima tassazione della cessione di azienda a fini IRAP, affermata dalla circolare n. 27/E/2009 dell’Agenzia delle Entrate;

5.12. con il dodicesimo motivo si denuncia violazione del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, artt. 1, 5 e 6: le sanzioni per omessa presentazione delle dichiarazioni IRPEF e IVA sarebbero illegittime;

5.13. con il tredicesimo motivo si denuncia violazione degli artt. 3 e 53 Cost.: le sanzioni irrogate sarebbero sproporzionate rispetto alla capacità contributiva del ricorrente, nonchè comportanti una disparità di trattamento rispetto alla normativa del 2009 sul cd. scudo fiscale;

6. il primo, il secondo, il terzo e l’undicesimo mezzo – da esaminarsi congiuntamente poichè all’evidenza connessi in relazione all’invocato rilievo, anche probatorio, della mediazione a suo tempo coltivata dal S. – sono inammissibili: in carenza di richiami in sentenza alle questioni agitate con le doglianze in esame, parte ricorrente non indica in quale atto processuale e in quale momento del giudizio di merito abbia prospettato dette questioni;

6.1. le doglianze sono altresì manifestamente infondate atteso che il procedimento di mediazione non si applica alle liti tributarie, giusta il disposto del D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 2, comma 1, (il quale prevede che “Chiunque può accedere alla mediazione per la conciliazione di una controversia civile e commerciale vertente su diritti disponibili”): invero, dette liti non rientrano nel novero di quelle civili e commerciali, nè i diritti del fisco nei confronti del contribuente hanno – al contrario di quanto opinato da parte ricorrente – natura disponibile (Sez. 5, 26 ottobre 2001, n. 13218);

7. il quarto mezzo è inammissibile: in disparte l’evidente confusione fatta dal ricorrente tra fede privilegiata dell’atto pubblico ex art. 2700 c.c., da un lato, e prova del cd. contenuto intrinseco dello stesso, dall’altro (la fede privilegiata non si estende all’intrinseco, che può essere inveritiero, sicchè è sempre ammessa qualsiasi prova contraria: tra le tante, da ultimo, Sez. 6-1, 25 luglio 2019, n. 20214), la censura – che per giunta mescola inammissibilmente profili di violazione di legge e di vizio motivazionale – opera una non consentita critica della valutazione delle prove rimessa al giudice del merito;

8. il quinto e sesto mezzo – da esaminarsi congiuntamente in quanto all’evidenza connessi – sono inammissibili poichè non si confrontano con la ratio decidendi della sentenza impugnata, laddove si afferma che la legittimità dell’iscrizione a ruolo discende dalla definitività dell’avviso di accertamento, regolarmente notificato al contribuente che aveva infatti presentato istanza di accertamento con adesione;

9. il settimo mezzo è inammissibile sia per le ragioni evidenziate in relazione alle censure sin qui esaminate, sia perchè esso investe, ancora una volta, profili di merito non scrutinabili nella presente sede di legittimità;

10. l’ottavo, il nono e il decimo mezzo – da esaminarsi congiuntamente poichè tutti investenti in vario modo il profilo, già visto, dell’asserita nullità della notificazione dell’avviso di accertamento – sono inammissibili: quanto all’ottavo motivo, la motivazione dell’avviso di accertamento è cosa diversa dalla regolarità della sua notificazione; quanto al nono e decimo motivo, tali censure non si confrontano compiutamente con la ratio decidendi della sentenza impugnata, secondo cui (come si è già rilevato) la legittimità dell’iscrizione a ruolo è conseguita dalla definitività dell’avviso di accertamento, regolarmente notificato al contribuente che aveva infatti presentato istanza di accertamento con adesione e si era poi riservato di produrre memoria a seguito della convocazione, donde il rilievo del principio della sanabilità dei vizi per raggiungimento dello scopo dell’atto ex art. 156 c.p.c., affatto trascurato dal ricorrente;

11. il dodicesimo mezzo è inammissibile in conseguenza dell’inammissibilità di quelli che lo precedono; esso è altresì formulato in modo affatto generico, mercè il mero richiamo alle citate norme asseritamente violate, e in definitiva concerne un profilo di doglianza nuovo, non avendo il ricorrente curato di indicare, anche in questo caso, in quale atto processuale e in momento del giudizio di merito abbia specificamente sollevato la censura ora in discorso;

12. il tredicesimo mezzo è in parte inammissibile e in parte infondato: esso infatti attinge una volta di più profili di puro merito, come è reso evidente dalla manifesta infondatezza della questione di illegittimità costituzionale posta – peraltro in termini affatto generici e cursori – dal ricorrente in termini di mera critica al merito legislativo.

13. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e le spese del giudizio di cassazione conseguentemente liquidate, come in dispositivo, in favore dell’Agenzia delle Entrate; nulla per le spese quanto al concessionario non costituito.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’Agenzia delle Entrate, liquidate in Euro 5.000,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 27 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

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