Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25332 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 11/11/2020, (ud. 06/11/2019, dep. 11/11/2020), n.25332

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. GILOTTA Bruno – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1952/2014, promosso da:

G.M., rappresentata e difesa in giudizio dall’avv. Antonio

Vittucci ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Roma,

in via Monte Zebio, 40;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 73/65/13 emessa il 23 maggio 2013

dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, sez.

staccata di Brescia, avente ad oggetto l’avviso di accertamento

(OMISSIS), i.v.a., i.r.a.p. e altro 1999.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con la sentenza sopra detta la Commissione Tributaria Regionale di della Lombardia ha dichiarato inammissibile l’appello proposta dalla contribuente avverso la sentenza 70/12/11 della Commissione Tributaria Provinciale di Bergamo, rilevando il mancato deposito in segreteria della copia notificata dell’atto di appello.

Ricorre per la cassazione della sentenza G.M., per tre motivi, deducendo “nullità per violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, art. 14 e art. 102 c.p.c., nonchè dell’art. 354 c.p.c. e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 549, art. 59, comma 1, lett. b in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, e “nullità della sentenza per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2 artt. 24 e 111 Cost. e art. 47, comma 1, CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”; “violazione dell’art. 153 c.p.c., comma 2, come richiamato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1, comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4″.

Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Per la trattazione è stata fissata l’adunanza in camera di consiglio del 6 novembre 2019, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e art. 380 bis 1 c.p.c., il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. n. 168 del 2016.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Con il primo motivo la ricorrente rileva la nullità del giudizio di primo grado rilevabile d’ufficio – che si sarebbe svolto senza il contraddittorio della BTC s.n.c. in liquidazione e in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14.

Il motivo è infondato.

Il ricorso della contribuente ha avuto ad oggetto otto avvisi di accertamento, riguardanti i redditi della società in nome collettivo e quindi anche quelli personali dei soci, e due atti di contestazione di sanzioni.

La contribuente era stata ritenuta coobbligata dei debiti societari per avere, in concorso con il marito B.G., trasferito all’estero la sede di società, fra la quale la B.T.C. s.n.c., oberata di obbligazioni tributarie e in procinto di essere sottoposta ad accertamenti, così sottraendo le scritture contabili.

In questa stessa veste la contribuente era stata anche raggiunta da due di contestazione di sanzioni pecuniarie.

La ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14 che tuttavia non è applicabile in questo caso.

Come già precisato da questa Corte (Cass., 19456/’09), in tema di contenzioso tributario, l’unitarietà dell’accertamento che è alla base della rettifica delle dichiarazioni dei redditi della società di persone e di quelle dei singoli soci comporta la configurabilità di un litisconsorzio necessario esclusivamente nel caso in cui oggetto del giudizio sia il reddito sociale, il cui accertamento, sia sull'”an” che sul “quantum”, si riverbera anche sul reddito dei soci, e non anche nel caso in cui il socio, nell’impugnare l’avviso di accertamento a lui notificato, si limiti a contestare la legittimità delle sanzioni a lui irrogate per infedele dichiarazione. In tal caso, infatti, la questione proposta con il ricorso investe unicamente la posizione del socio, senza alcun coinvolgimento nè di quella della società nè di quella degli altri soci, giuridicamente del tutto autonome rispetto all’oggetto della lite.

In questo caso, l’Ufficio non ha contestato alla contribuente redditi provenienti dalla B.T.C. s.n.c.; ha contestato, oltre alle sanzioni connesse alla sottrazione delle scritture contabili, anche la solidarietà nel debito tributario della società; che non deriva dal rapporto societario, ma da altra supposta fonte d’obbligazione. La solidarietà non è contemplata nè dal litisconsorzio tributario necessario previsto dal suddetto art. 14, nè dalla disciplina generale prevista dall’art. 102 c.p.c. (cfr, Cass., 21514/’19; Cass., 18069/’19).

Il secondo e il terzo motivo, che attengono entrambi alla corretta instaurazione del giudizio di appello, vanno trattati congiuntamente.

La ricorrente sostiene che l’inammissibilità stabilita dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 non è una statuizione vincolante per l’interprete, al quale compete la qualificazione giuridica della fattispecie; che i principi regolatori del giusto processo impongono di circoscrivere alle ipotesi essenziali i casi di nullità degli atti per motivi formali; che, essendo la funzione del deposito in cancelleria della copia notificata in appello quella di consentire la comunicazione dell’appello al giudice di primo grado, il mancato deposito, come atto posteriore ed estraneo all’appello, non può costituire motivo di inammissibilità che presuppone un vizio anteriore e non successivo all’atto.

La doglianza è palesemente infondata.

Innanzi tutto, riguardo alla qualificazione normativa degli effetti processuali del mancato deposito in segreteria della copia della sentenza impugnata, l’inammissibilità stabilita dal legislatore non è un effetto che l’interprete può ignorare, per optare per un’altra sanzione processuale che l’appellante non indica, e che se fosse quella dell’improcedibilità (come previsto dall’art. 348 c.p.c.) produrrebbe sostanzialmente lo stesso effetto del passaggio in giudicato della sentenza impugnata.

Nel processo tributario, poi, la particolare severità della disciplina che pone a carico dell’appellante il tempestivo adempimento dell’onere finalizzato ad impedire il passaggio in giudicato della sentenza (onere che, se la notificazione avviene a mezzo di ufficiale giudiziario, è posto dall’art. 123 disp. att. c.p.c., a carico dell’ufficiale giudiziario che deve dare immediato avviso scritto alla cancelleria del giudice a quo) è giustificata dal costituire “l’unico deterrente per indurre l’appellante a fornire tempestivamente alla segreteria del giudice di primo grado la documentata notizia della proposizione dell’appello… Al fine di ottenere un ordinato e spedito svolgimento del processo, appare, perciò, non irragionevole che il legislatore – con la norma censurata – abbia posto a carico dell’appellante l’onere di depositare copia dell’atto di impugnazione a pena di inammissibilità. In particolare, con tale previsione, il legislatore ha perseguito il duplice obiettivo, da un lato, di non gravare la segreteria del giudice di appello di compiti informativi necessariamente intempestivi (perchè successivi alla costituzione in giudizio dell’appellante) ed organizzativamente onerosi e, dall’altro, di assicurare la tempestività e la completezza della comunicazione dell’interposta impugnazione, imponendo allo stesso appellante, che abbia proposto appello senza avvalersi dell’ufficiale giudiziario, di effettuare tale comunicazione” (Corte Cost., sentenza n. 321/2009).

Riguardo all’impedimento dichiarato al primo giudice, legato a gravi motivi di salute del difensore, la relativa censura è inammissibile, non avendo indicato in quale fase del procedimento d’appello la relativa istanza sia stata espressamente formulata. Il richiamo all’art. 101 c.p.c., comma 2, è inconferente, in quanto, se alla Commissione Tributaria Regionale fu dedotta in udienza l’impossibilità di rispettare il termine di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 ciò avvenne perchè in udienza fu rilevata, nel contraddittorio della contribuente, la causa di inammissibilità dell’appello.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione, in favore dell’Agenzia delle Entrate, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 6.000,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 6 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

 

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