Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25315 del 20/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 20/09/2021, (ud. 02/03/2021, dep. 20/09/2021), n.25315

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19678-2019 proposto da:

C.L., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA MAZZINI,

27, presso lo studio dell’avvocato BENEDETTA ROSATI, rappresentata e

difesa dall’avvocato GIANLUCA SANSONETTI;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS), titolare dell’omonima impresa individuale n.

(OMISSIS) Registro Fallimenti Tribunale di Prato, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA LUIGI SEI 1EMBRINI, 30, presso lo studio

dell’avvocato RAFFAELLA RAGO, rappresentato e difeso dall’avvocato

TERESA MAGNO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 564/2019 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata l’11/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 02/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA

NAZZICONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

– che è proposto ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze dell’H marzo 2019, n. 564, di rigetto dell’impugnazione contro la decisione del Tribunale di Prato del 24 aprile 2012, la quale aveva accolto la domanda di inefficacia ex art. 69 L. Fall. del contratto di costituzione del diritto di abitazione vitalizio, concluso dal fallito il 28 marzo 2007 con la moglie;

– che la corte territoriale ha ritenuto condivisibile la declaratoria di inefficacia dell’atto, ai sensi dell’art. 69 L. Fall., ravvisando tutti gli elementi della fattispecie, quali la conclusione del contratto durante il matrimonio, quando il fallito esercitava l’impresa; la sproporzione, come accertato dal c.t.u., anche considerato che l’allegato debito da finanziamento era di importo di meno della metà rispetto al valore del contratto; il pregiudizio per i creditori; la mancata prova della inscientia decoctionis, ed anzi esistendo elementi in contrario;

– che l’intimata resiste con controricorso, depositando anche la memoria.

Diritto

RITENUTO

– che i motivi possono essere riassunti come segue:

1) violazione e falsa applicazione dell’art. “67 L. Fall., n. 1”, perché non è stato dai giudici di merito adeguatamente valutato l’elemento oggettivo della notevole sproporzione, attesa la causa concreta di regolare i rapporti patrimoniali tra i coniugi in vista della separazione personale, né avendo il giudice del merito tenuto conto che al credito vantato dalla istante dovevano aggiungersi gli interessi, mentre non vi fu pregiudizio per i creditori;

2) violazione e falsa applicazione degli artt. 67 e 69 L. Fall., con riguardo alla inscientia decoctionis in capo alla avente causa, dato che il giudice ha omesso di considerare una serie di elementi, ossia che l’azienda era gestita solo dal marito, che il rapporto tra i coniugi si era deteriorato, che la signora non era stata messa a conoscenza delle vicende aziendali né le aveva percepite, e che il fallimento è stato dichiarato un anno e quattro mesi dopo il contratto;

3) violazione e falsa applicazione dell’art. 69 L. Fall., perché, da un lato, non rileva la previsione relativa agli atti a titolo gratuito, come non era quello in esame, e, dall’altro lato, la mancata contabilizzazione nei libri aziendali del debito da restituzione dell’importo finanziato dalla moglie non è probante, non essendosi provveduto a ciò proprio per i rapporti tra le parti, ed avendo comunque la moglie effettuato gli esborsi “con lo scopo di investire nell’attività del marito”, avendo altresì essa fornito la prova presuntiva dell’insussistenza dell’elemento psicologico;

– che il ricorso è improcedibile, per violazione dell’art. 369 c.p.c.;

– che, come è stato ripetutamente affermato da questa Corte (e multis, Cass., sez. un., 16 aprile 2009, n. 9005; Cass., sez. un., 16 aprile 2009, n. 9006, Cass. 28 settembre 2009, n. 20795; Cass. 1 dicembre 2009, n. 25296; Cass. 26 aprile 2010, n. 9928; Cass. 11 maggio 2010, n. 11376; Cass. 6 agosto 2010, n. 18416; Cass. 10 settembre 2010, n. 19271; Cass. 10 dicembre 2010, n. 25070), la “previsione – di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, – dell’onere di deposito a pena di improcedibilità, entro il termine di cui al 1 comma della stessa norma, della copia della decisione impugnata con la relazione di notificazione, ove questa sia avvenuta, è funzionale al riscontro, da parte della corte di cassazione – a tutela dell’esigenza pubblicistica (e, quindi, non disponibile dalle parti) del rispetto del vincolo della cosa giudicata formale – della tempestività dell’esercizio del diritto di impugnazione, il quale, una volta avvenuta la notificazione della sentenza, è esercitabile soltanto con l’osservanza del c.d. termine breve; nell’ipotesi in cui il ricorrente, espressamente ed implicitamente, alleghi che la sentenza impugnata gli è stata notificata, limitandosi a produrre una copia autentica della sentenza impugnata senza la relata di notificazione, il ricorso per cassazione dev’essere dichiarato improcedibile, restando possibile evitare la declaratoria di improcedibilità soltanto attraverso la produzione separata di una copia con la relata avvenuta nel rispetto dell’art. 372 c.p.c., comma 2, applicabile estensivamente, purché entro il termine di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1 e dovendosi, invece, escludere ogni rilievo dell’eventuale non contestazione dell’osservanza del termine breve da parte del controricorrente ovvero del deposito da parte sua di una copia con la relata o della presenza di tale copia nel fascicolo d’ufficio, da cui emerga in ipotesi la tempestività dell’impugnazione”;

– che, nel caso in esame la ricorrente, nel ricorso riferendo che la sentenza impugnata è stata “notificata il 26/04/19”, ha prodotto soltanto una copia autentica della detta sentenza, senza la relata di notificazione, in tal modo non permettendo la verifica d’ufficio della tempestività del ricorso, atteso che la sentenza è stata depositata in data 11 marzo 2019;

– che il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato improcedibile;

– che le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara improcedibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 3.000,00, oltre ad Euro 100,00 per esborsi, alle spese forfetarie nella misura del 15% sui compensi ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2021

 

 

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