Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25299 del 11/11/2013


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 25299 Anno 2013
Presidente: SALME’ GIUSEPPE
Relatore: CECCHERINI ALDO

SENTENZA

sul ricorso 32019-2006 proposto da:
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona
del legale rappresentante pro tempore, COMMISSARIO
STRAORDINARIO DEL GOVERNO, domiciliati in ROMA, VIA

Data pubblicazione: 11/11/2013

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE
DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope
2013

legis;
– ricorrenti –

1399

contro

INGEGNERIA E COSTRUZIONI GENERALI S.P.A. (Impresa

1

Raiola Ing. Angelo S.p.a.), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA BORGOGNONA 47, presso
l’avvocato BRANCADORO GIANLUCA, che la rappresenta
e difende, giusta procura speciale per Notaio

(NAPOLI) – Rep.n. 2614 del 24.1.2011;
– controricorrente contro

A.R.I.N. AZIENDA RISORSE IDRICHE DI NAPOLI;
– intimata-

avverso la sentenza n. 2360/2006 della CORTE
D’APPELLO di NAPOLI;
udita la relazione della causa svolta nella
pubblica udienza del 26/09/2013 dal Consigliere
Dott. ALDO CECCHERINI;
udito,

per i ricorrenti,

l’Avvocato GIACOBBE

DANIELA che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per la controricorrente, l’Avvocato

MARIAVALENTINA PUCA GIUSTI di TORRE ANNUNZIATA

PANNUNZIO VALENTINA, con delega avv. BRANCADORO,
che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MAURIZIO VELARDI che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

2

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
l.

Accogliendo la domanda proposta dall’impresa

Raiola ing. Angelo s.p.a. – in corso di causa divenuta
Impresa ICG Ingegneri e Costruzioni Generali s.p.a.

2003, ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Commissario Straordinario del Governo ex
tit. VIII legge n. 219/1981 a pagare i costi aggiuntivi
e i maggiori oneri sopportati dall’attrice per l’anomalo andamento dei lavori riguardanti l’esecuzione delle
opere di potenziamento della Centrale CapodimonteScudillo.
2. La decisione è stata confermata dalla corte di
Napoli con sentenza in data 29 giugno 2006. Nel respingere i motivi di appello dell’amministrazione, la corte
ha osservato che:
– la doglianza relativa alla violazione dell’art.
54 r.d. n. 350 del 1895, per l’accoglimento di domande
relative a pretese per le quali non era stata iscritta
apposita riserva nei registri di contabilità era infondata, perché la norma invocata si riferisce espressamente ai fatti registrati e non si estende alle pretese
per fatti che non vanno registrati e sono estranei alla
contabilità, come quelli per cui è causa, e perché come dimostrato già dal giudice di primo grado e risul3

il Tribunale di Napoli, con sentenza in data 5 febbraio

tante dai registri di contabilità prodotti e dal S.A.L.
finale – l’onere in questione era stato comunque adempiuto;
– la doglianza relativa all’art. 64 r.d. n. 350
del 1895 per l’omessa riproduzione delle medesime ri-

cezione non era stata proposta in primo grado;
– i motivi concernenti la falsa applicazione, nel
presente giudizio, del giudicato derivante dal lodo arbitrale emesso tra le stesse parti in relazione alla
pretesa risarcitoria per anomalo andamento dei lavori
fino alla data della loro ultimazione erano infondati,
perché – sebbene nel caso presente si discuta di pretese relative a un arco temporale successivo, per il quale le spese generali non possono essere calcolate
nell’aliquota fissata dall’art. 14 legge 10 dicembre
1981 n. 741 – oggetto del giudicato è il medesimo rapporto giuridico continuato e non gli effetti verificatisi nei singoli periodi del suo svolgimento, sicché
vale il principio

rebus sic stantibus derogabile solo

in base a fatti sopravvenuti, mentre la sola ultimazione dei lavori non valeva a liberare il concessionario
da tutti gli obblighi inerenti all’esecuzione, alla custodia e alla manutenzione dell’opera né dai relativi

4

Il cons
dr. Aldo

est.
rini

serve nel conto finale era inammissibile, perché l’ec-

costi, che gravano sull’appaltatore fino al momento
della sottoscrizione del certificato di collaudo.
3. Per la cassazione di questa sentenza, notifica-

ta il 13 settembre 2006, ricorre l’amministrazione per
quattro (e non cinque) motivi.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.
MOTIVI DELLA DECISIONE

4. E’ stata eccepita l’inammissibilità dei motivi
di ricorso, che trascrivono le stesse argomentazioni
poste a fondamento dei motivi già sottoposti al giudice
d’appello e ancor prima al tribunale. L’eccezione non
vale a inficiare i motivi di diritto, che la parte ricorrente legittimamente riproponga nel giudizio di legittimità. Nella fattispecie si tratta di motivi di ricorso formulati a norma dell’art. 360, primo comma n. 3
c.p.c., e che non possono essere qualificati inammissibili sotto l’indicato profilo, salvo quel che si dirà a
proposito dei singoli motivi.
5. Con il primo motivo, denunciando la violazione
dell’art. 54 del r.d. 25 maggio 1895, n. 350, l’amministrazione pone il quesito se l’onere d’iscrivere tempestiva riserva sussista per tutte le pretese che comportino un aumento della somma dovuta all’appaltatore in
corrispettivo dell’esecuzione
5

L’Impresa resiste con controricorso.

Il motivo è inammissibile perché, in presenza di
una duplice ratio decidendl,

in fatto e in diritto, i-

gnora – e dunque non sottopone a censura – la ratio decidendi

enunciata dalla corte territoriale, e basata

sull’accertamento, compiuto già in primo grado, che

punto di fatto; e assorbe il rilievo che nel giudizio
presente non si controverte sul “corrispettivo
dell’esecuzione”, bensì sul risarcimento di danni cagionati dall’amministrazione all’appaltatore.
6.

Con il secondo motivo sulla premessa che in pri-

mo grado “tutti gli atti contabili” erano già stati allegati “e pertanto esaminati dal tribunale”, si pone il
quesito se, a norma dell’art. 345 c.p.c. costituisca
mera difesa l’accezione con cui si fa valere la decadenza dall’onere d’iscrivere riserva per l’omessa riproposizione della stessa nel conto finale, nel caso in
cui, in primo grado, tale decadenza sia stata eccepita
sotto il profilo della mancata iscrizione nel registro
di contabilità, e in quanto mera difesa possa essere
proposta in ogni stato e grado del processo.
La parte ricorrente muove da un presupposto di fatto, costituito dalla produzione in primo grado di “tutti gli atti contabili”. Il fatto in questione è in realtà indicato solo in modo estremamente generico, posto

6

Il co
dr. Ald •

I. est.
ccherini

l’onere in questione era stata in ogni caso assolto in

che nella valutazione del motivo, come formulato, rileverebbe esclusivamente la produzione del conto finale.
Con riguardo dunque al conto finale, è contestato sia
che esso sia stato prodotto nel giudizio di primo grado, e sia che in esso mancasse la ripresa delle riser-

stato prodotto perché mai redatto, mentre è stato redatto lo stato (di avanzamento) finale, prodotto in
primo grado, nel quale erano state confermate tutte le
riserve.
Il motivo è dunque inammissibile perché insufficiente e generico nella sua formulazione, in particolare omettendo la doverosa indicazione del tempo e del
modo in cui detto documento, sul quale interamente si
fonda il motivo, sarebbe stato prodotto nel giudizio di
primo grado, e non rispettando la prescrizione, posta
dall’art. 366 n. 6 c.p.c. a pena d’inammissibilità, per
la quale, qualora il documento sia stato prodotto nelle
fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel
fascicolo di essa, è necessario che nel ricorso si specifichi che il documento è prodotto e la sede in cui il
documento è rinvenibile (Cass. Sez. un. 25 marzo 2010
n. 7161).
7. Con il terzo motivo, per falsa applicazione degli artt. 2909 c.c. e 324 c.p.c., si censura l’afferma-

7

ve: la resistente sostiene che il conto finale non è

zione dell’esistenza di un giudicato su un unico rapporto, trattandosi di asserite inadempienze dell’amministrazione. Si pone il quesito se, avendo due giudizi
tra le stesse parti riferimento al medesimo rapporto,
ed essendo stato uno di essi definito con sentenza pas-

stesso punto sia limitata all’accertamento così compiuto in ordine alla situazione giuridica, oppure alla soluzione di questioni di fatto e di diritto relative a
un punto fondamentale comune a entrambe le cause, che
formi la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza; sicché
l’effetto preclusivo non si verificherebbe nel caso di
specie, in cui l’affermato inadempimento si riferisce a
periodi di esecuzione successivi a quelli esaminati nel
lodo 34/1996. In sostanza si sostiene che la giurisprudenza invocata dal giudice di merito a sostegno
dell’efficacia estensiva del giudicato si riferisce al
giudicato sul rapporto giuridico, unitariamente considerato, mentre qui si è in presenza di fatti illeciti,
singolarmente produttivi di danno e non qualificabili
unitariamente.
8.

Nel ricorso non è riportata in modo testuale la

statuizione del lodo che si assume cosa giudicata, né è
stato prodotto il lodo – documento unico sul quale la

8

Il co
dr. Al

I. est.
herini

sata in giudicato, la preclusione al riesame dello

censura di falsa applicazione si fonda – con la conseguente applicabilità del principio di diritto già richiamato al punto precedente, e che comporta l’inammissibilità del motivo.
9. Con il quarto motivo si denuncia la falsa appli-

741 nella liquidazione del danno, riferendosi la norma
richiamata alle opere eseguite, e non potendo essa trovare applicazione dopo l’ultimazione delle stesse. Si
pone il quesito se a norma dell’art. 14 legge n. 741
del 1981 la percentuale delle spese generali sia calcolata con riferimento a un’opera ancora in corso di esecuzione, e non sia perciò applicabile nell’ipotesi in
cui, come nella fattispecie, vi sia già stata ultimazione dell’opera.
10. Il quesito è inammissibile. Nell’impugnata sentenza si osserva che nella liquidazione delle spese generali – quelle, evidentemente, sostenute dall’impresa
dopo l’ultimazione dei lavori e fino al collaudo – è
stata applicata la medesima aliquota applicata dal collegio arbitrale per le spese generali anteriori all’ultimazione dei lavori; ma è pacifico in causa che la
pronuncia arbitrale ha liquidato le (maggiori) spese
generali come voce di danno e non di corrispettivo. In
questo contesto la norma in discussione, in effetti

9

cazione dell’art. 14 della legge 10 dicembre 1981 n.

dettata ai fini della quantificazione del corrispettivo
di appalto, non ha trovato un’applicazione diretta, che
giustifichi il quesito proposto, ma ha offerto soltanto
agli arbitri, nel precedente giudizio, un criterio di
liquidazione del danno, la cui correttezza è tra le

corte territoriale ha ritenuto di dover seguire nel
presente giudizio, per l’omogeneità del danno in discussione con quello già precedentemente liquidato.
li.

In conclusione il ricorso è respinto. Le spese

del giudizio di legittimità sono a carico della parte
soccombente, e sono liquidate come in motivazione.
P. q. m.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna la ricorrente al pagamento delle spese liquidate in 5.200,00,
di cui e 20.200,00, di cui

e

20.000,00 per compenso,

oltre agli oneri accessori di legge.
Così deciso a Roma, nella camera di consiglio della
prima sezione civile della Corte suprema di cassazione,
il giorno 26 settembre 2013.

parti coperta dal giudicato; e lo stesso criterio la

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