Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25295 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. III, 11/11/2020, (ud. 24/07/2020, dep. 11/11/2020), n.25295

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7265/2018 proposto da:

P.G., rappresentato e difeso dall’AVVOCATO VERONICA

STELLA, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in

Benevento, via Girolamo Vitelli n. 144, pec veronica.stella.pec.it;

– ricorrente –

contro

BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DI SAN MARCO DEI CAVOTI E DEL SANNIO

CALVI SOC COOP, in persona del legale rappresentante, rappresentato

e difeso dall’AVVOCATO FRANCO PEPE, ed elettivamente domiciliato

presso il suo studio in Benevento via F. Flora n. 24, pec

avvfrancopepe.puntopec.it;

– controricorrente –

e contro

B.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 5178/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 19/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/07/2020 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Cassa Rurale e Artigiana Banca di Credito Cooperativo del Sannio (di seguito banca) convenne in giudizio con atto di citazione del 26/1/2009, davanti al Tribunale di Benevento, P.G. e B.G. chiedendo dichiararsi l’inefficacia, ai sensi dell’art. 2901 c.c., dell’atto di cessione del credito di Euro 31.257,07 vantato dal P. nei confronti del Comune di Ceppaloni, ceduto in favore del B. in data 25/6/2008.

L’attrice rappresentò di aver stipulato, anteriormente all’atto di cessione del credito, con il P. atti di fideiussione, mutuo ipotecario ed apertura di credito in conto corrente sicchè la sopravvenuta cessione del credito aveva arrecato danni alle sue ragioni creditorie, ponendo tutti i presupposti, oggettivi e soggettivi, dell’azione revocatoria ordinaria.

I convenuti si costituirono in giudizio opponendo la sussistenza di un debito scaduto, come tale sottratto a revocatoria e, in ogni caso, l’insussistenza dei presupposti ex art. 2901 c.c..

2. Il Tribunale adito, dopo aver esperito ampia istruttoria, con sentenza del 3/3/2004, accolse la domanda dichiarando l’inefficacia dell’atto di cessione di credito nei confronti della banca, ritenendo che, avendo detta cessione avuto ad oggetto due effetti cambiari successivi al sorgere del credito vantato dall’attrice e mai presentati all’incasso, doveva dubitarsi dell’esistenza delle ragioni creditorie del B. nei confronti del P., non supportate da elementi probatori, ed altresì della qualità del credito come effettivamente scaduto e non pagato nei confronti della banca, apparendo arduo ipotizzare che il B., a garanzia di un credito considerevole, si fosse fatto rilasciare effetti cambiari mai presentati all’incasso, nè protestati nè diversamente azionati. Quanto al consilium fraudis il Giudice ritenne che, essendo il B. coniuge di P.A.M., sorella di G. ed anch’essa debitrice della banca in virtù della medesima fideiussione prestata, fosse quanto meno arduo ipotizzare che il B. non avesse consapevolezza del danno arrecato dalla cessione alle ragioni dei creditori.

3. Avverso la sentenza P.G. propose appello principale e B.L. incidentale, lamentando che il giudice avesse omesso di pronunciarsi sull’esistenza del debito scaduto, che la pronuncia fosse viziata da ultrapetizione, per avere il giudice esteso l’accertamento giudiziale all’esistenza delle ragioni creditorie del B. nei confronti del P., e che, in ogni caso, mancavano i presupposti oggettivi e soggettivi dell’azione revocatoria.

4. La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza n. 5178 del 19/12/2017, ha rigettato entrambi gli appelli, condannando gli appellanti alla refusione delle spese del grado in favore della banca. La Corte territoriale, per quanto ancora qui di interesse, ha ritenuto non contestata l’esistenza di crediti della banca nei confronti del P. per Euro 195.664,56, sorti anteriormente alla cessione del credito; insussistente il vizio di omessa pronuncia per avere il Tribunale ritenuto non provata l’esistenza di un debito scaduto; insussistente il vizio di ultrapetizione avendo la sentenza pronunciato sulla mancanza dei presupposti ex art. 2901 c.c. e non avendo la banca alcun ulteriore onere di impugnare per simulazione il rapporto creditorio addotto dai convenuti, come erroneamente affermato dagli appellanti; non contestata la circostanza che gli effetti cambiari, aventi data successiva al sorgere del credito, non fossero mai stati presentati per l’incasso nè in alcun altro modo azionati; non provato, da parte degli appellanti, il rischio di una più incerta o difficoltosa soddisfazione del credito; corretta l’argomentazione del giudice di primo grado sulla consapevolezza del B. circa il pregiudizio arrecato dalla cessione di credito alla banca.

5. Avverso la sentenza P.G. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi. Ha resistito la banca con controricorso.

6. La causa è stata fissata ex art. 380 bis c.p.c., all’odierna adunanza camerale in vista della quale il P.G. non ha depositato conclusioni scritte.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ed omessa/errata valutazione delle prove, nonchè violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., art. 2901 c.c., comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5. Punto 4 della sentenza gravata – il ricorrente torna a denunciare, con gli stessi argomenti spesi nei gradi di merito, il preteso vizio di omessa pronuncia sulla natura del credito ed il preteso vizio di ultra petizione sulla natura fittizia del credito del B. nei confronti del P..

2. Con il secondo motivo – omesso esame su un fatto decisivo per il giudizio, omessa e/o errata valutazione delle prove, violazione e falsa applicazione degli artt. 2901 e 2697 c.c., art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5. Punto 5 della gravata sentenza- il ricorrente torna a censurare il capo di sentenza (che ha confermato quella di primo grado) sulla inesistenza di prova di un debito scaduto. Ad avviso del ricorrente il giudice avrebbe dovuto rilevare l’esistenza di titoli di credito aventi data certa, facenti piena prova del diritto ivi incorporato in favore del legittimo possessore.

3. Con il terzo motivo – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, omessa e/o errata valutazione delle prove, violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., art. 2901 c.c. e art. 2697 c.c., commi 1 e 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5. Punti 5a) e 5b) della gravata sentenza – il ricorrente torna a censurare la sentenza con riguardo all’accertamento dei presupposti dell’eventus damni e del consilium fraudis, assumendo che la corte territoriale abbia sia omesso di valutare prove documentali allegate in ordine ad una più che cospicua consistenza del patrimonio immobiliare dell’esecutato a garanzia del credito della banca sia erroneamente ritenuto la sussistenza del consilium fraudis del B..

1-3 Il ricorso è palesemente inammissibile per plurime e distinte ragioni. Innanzitutto in quanto le censure riconducibili, nonostante la loro articolazione, ad unico motivo di impugnazione – errata interpretazione e valutazione del presunto rapporto debitorio tra il P. ed il B. ai fini della successiva valutazione dei presupposti dell’azione revocatoria ordinaria – attengono tutte alla decisione di primo grado e non sollevano alcuna specifica contestazione sulla sentenza d’appello. Questo rilievo è già di per sè sufficiente a palesare l’inammissibilità del ricorso, per difetto di specificità delle censure proprie di un giudizio a critica vincolata.

In secondo luogo le censure, ancorchè rubricate anche nei termini della violazione di legge, sono tutte volte alla rideterminazione e rivalutazione di una quaestio facti – sussistenza di un debito scaduto e ricostruzione della volontà delle parti ai fini dell’accertamento della scientia damni e del consilium fraudis che esula dal sindacato di legittimità, essendo rimessa esclusivamente all’apprezzamento del giudice del merito. Il ricorrente non denuncia, infatti, alcun vizio di sussunzione ma si limita a chiedere a questa Corte una rivalutazione dei presupposti di fatto e di diritto dell’azione revocatoria ordinaria che sia diversa e più appagante rispetto alla ricostruzione operata dai giudici del merito.

In terzo luogo il ricorso è inammissibile, ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, perchè la sentenza impugnata ha deciso le questioni di diritto in modo del tutto conforme alla giurisprudenza di questa Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa (Cass., S.U. n. 7155 del 21/3/2017). In tema di azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c., infatti, il creditore deve limitarsi a provare il credito, il pregiudizio arrecato alle sue ragioni ed il consilium fraudis, potendo detti accertamenti essere provati anche con l’ausilio di presunzioni, specie con riguardo al rapporto di parentela esistente tra il debitore ed il terzo, con apprezzamenti di merito sottratti al sindacato di legittimità ove congruamente motivati (Cass., 3, n. 13447 del 29/5/2013; Cass., 3, n. 1286 del 18/1/2019; Cass., 2, n. 17327 del 1778/2011; Cass., 6-3, n. 16221 del 18/6/2019).

Ciò detto in termini generali sui singoli motivi di ricorso si osserva brevemente quanto segue.

1.1Con il primo motivo si censura la sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., sotto il duplice profilo dell’omessa pronuncia sulla questione del debito scaduto e dell’ultrapetizione rispetto alla pretesa pronuncia relativa al rapporto intercorrente tra il B. ed il P.. Entrambe le censure sono inammissibili per le ragioni suindicate, afferendo ad accertamenti già svolti dal giudice di merito, ed essendo le critiche prive di rilievo in iure. Ad abundantiam si osserva che non vi è alcuna omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c., sulla pretesa esistenza di un debito scaduto in quanto la Corte territoriale ha motivato sul punto in modo più che adeguato al minimo costituzionale richiesto dalla giurisprudenza di questa Corte. Nè sussiste il vizio di ultrapetizione in quanto non era stata formulata alcuna domanda volta a far rilevare la simulazione del rapporto creditorio nè vi è alcun passaggio della sentenza d’appello che possa configurarsi quale implicita pronuncia sulla simulazione. La corte territoriale si è limitata a rilevare la mancanza di prova circa l’esistenza degli effetti cambiari ed a dubitare, conseguentemente, della prova del credito ma non ha affatto pronunciato, al di là dell’espressione di un più che ragionevole dubbio, sul rapporto esistente tra il P. ed il B..

Quanto alla pretesa violazione dell’art. 2901 c.c., comma 3, si ribadisce l’inammissibilità della censura ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, essendo l’impugnata sentenza conforme alla consolidata giurisprudenza di questa Corte e non offrendo il motivo di ricorso alcun elemento per confermare o mutare l’orientamento della stessa.

2.1 Il secondo motivo – consistente nella violazione dell’art. 2901 e 2697 c.c., nonchè art. 116 c.p.c. – contiene valutazioni puramente fattuali sulla pretesa esistenza di prove relative all’esistenza del debito scaduto, laddove i giudici del merito non si sono affatto pronunciati sull’esistenza o meno del rapporto tra il P. ed il B. nè sul suo carattere simulato, ma si sono legittimamente limitati ad accertare che il predetto credito era sorto successivamente a quello della banca e che, in ogni caso, lo stesso era basato su cambiali mai presentate per l’incasso nè diversamente azionate. I giudici, pertanto, si sono pronunciati sull’eccezione di irrevocabilità sollevata dal ricorrente dimostrandone l’assenza di qualunque fondamento ed hanno correttamente costruito un ragionamento presuntivo che neppure viene espressamente censurato dal ricorrente.

3.1. Anche il terzo motivo contiene censure puramente fattuali relative all’eventus damni e a pretese omissioni nell’accertamento di elementi atti a rappresentare la consistenza della garanzia patrimoniale del credito, per la presenza di garanzia reale sui beni immobili di proprietà della madre del P.,e relativi ai rapporti di parentela esistenti tra il B. e la moglie del P..

4. Conclusivamente il ricorso va dichiarato inammissibile ed il ricorrente condannato a pagare, in favore della banca resistente, le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

Si dà altresì atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del cd. raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 4.200 (oltre Euro 200 per esborsi), oltre accessori di legge e spese generali al 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 24 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

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