Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25287 del 11/11/2020

Cassazione civile sez. III, 11/11/2020, (ud. 22/07/2020, dep. 11/11/2020), n.25287

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35013/2018 proposto da:

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA, elettivamente domiciliata in

ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 326, presso lo studio dell’avvocato

CLAUDIO SCOGNAMIGLIO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

V.A., V.M.V., V.V.,

P.L., rappresentati e difesi dall’avvocato Fernanda Gigliotti,

domiciliazione p.e.c. fernanda.gigliotti.avvlamezia.legamail.it;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

CURATELA FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, rappresentata e difesa dagli

avvocati Angelo Grandinetti, e Giuseppe Pandolfo, ed elettivamente

domiciliata in p.e.c. angelo.grandinetti.avvlamezia.legamail.it,

giuseppe.pandolfo.legamai.it;

e contro

S.B., ST.FE.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1377/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 04/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/07/2020 dal Consigliere Dott. PAOLO PORRECA.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

la Curatela del Fallimento (OMISSIS) s.r.l. conveniva in giudizio, con distinti procedimenti poi riuniti, St.Ri., quale amministratore della società fallita, proseguendo poi il giudizio nei confronti dell’erede S.B., St.Fe., e poi ancora contro V.C.S. e P.L., prima per il risarcimento dei danni conseguenti ad atti di “mala gestio”, e poi, sempre a titolo risarcitorio, in forza di una sentenza penale di condanna, per bancarotta fraudolenta, che aveva rimesso al giudice civile la correlativa liquidazione;

in quest’ultimo giudizio V. e P. si costituivano eccependo la carenza di legittimazione passiva e chiamando perciò in causa la Banca Monte dei Paschi di Siena, quale succeduta per incorporazione alla Banca Popolare di Nicastro, dei quali erano stati al tempo presidente e direttore generale, eseguendo la Delibera del consiglio di amministrazione con cui erano state postergate ipoteche a garanzia della banca medesima così da permettere il finanziamento richiesto dalla società St. all’istituto Isveimer, e il riversamento, da parte di St.Ri., di parte dei fondi ottenuti, su conti personali a fini, poi, di ripianamento dell’esposizione della s.r.l. nei confronti dell’ente creditizio;

introducendo altro processo, la Curatela aveva quindi convenuto la Banca Monte dei Paschi di Siena a fini revocatori, e tale giudizio si era concluso con sentenza di questa Corte, a Sezioni Unite, n. 6538 del 2010, che, in particolare, aveva confermato la condanna dell’istituto bancario alla restituzione di somme distratte, senza interessi legali e rivalutazione monetaria perchè ritenuti tardivamente domandati;

il Tribunale, pronunciando nei procedimenti riuniti sopra detti, accoglieva parzialmente la domanda, con condanna il solido delle persone fisiche, e rigettando la domanda nei confronti del Monte dei Paschi di Siena;

la Corte di appello, riformando parzialmente la decisione di prime cure, condannava P.L., V.M.V., V. e A., quali eredi di V.C.S., nelle more deceduto, in solido con S.B., St.Fe. e il Monte dei Paschi di Siena, al risarcimento della somma determinata detraendo gli importi che la banca era stata condannata a restituire nel giudizio revocatorio, e aveva materialmente rifuso nel corso del menzionato giudizio di legittimità;

secondo il giudice di seconde cure, in particolare:

a) la domanda di garanzia, nei confronti del Monte dei Paschi, quale proposta da parte dei V. e del P. appellanti, non poteva considerarsi, come eccepito dall’istituto di credito, nuova, poggiando sin dalle prime cure sul rapporto organico con coloro che allora erano presidente e direttore generale della Banca Popolare di Nicastro (poi incorporata), ed essendo diverso il profilo addotto, invece, dal Monte dei Paschi stesso, per richiedere la successiva chiamata in lite di coloro che, nel gruppo St., avevano fruito di vantaggi economici grazie al ripianamento posto in essere con l’operazione prima sintetizzata;

b) l’ulteriore eccezione di estinzione processuale, sollevata dal Monte dei Paschi, per mancata riassunzione del giudizio, dopo la morte di V.C.S., da parte di P. e degli eredi V. nei propri confronti, era da disattendere posta la sufficienza della riassunzione della Curatela nei confronti di tutte le parti e il litisconsorzio necessario determinato dalla deduzione di carenza di legittimazione passiva sollevata dai due convenuti in parola indicando la banca quale responsabile civile;

c) la restituzione delle somme distratte a seguito della decisione definitiva di questa Corte nel giudizio revocatorio, non poteva elidere il fatto costitutivo della domanda risarcitoria in scrutinio, ma solo incidere sulla quantificazione della differente pretesa aquiliana;

d) infine, Monte dei Paschi non aveva notificato la domanda, nonostante la fissazione di termine per la notifica degli appelli incidentali, ai beneficiari del ripianamento delle posizioni debitorie del gruppo St. ottenuto con le somme del finanziamento della Isveimer, sicchè non potevano considerarsi parti possibili destinatarie della domanda svolta dalla banca a titolo di ingiustificato arricchimento, indicato come avente causa nell’eventuale esborso risarcitorio della stessa;

e) assumendo, poi, che quel termine non fosse diretto alla banca ma solo alla Curatela, formalmente appellante incidentale, era comunque da rilevare, quale ragione liquida prevalente sulla necessità di regolarizzare il contraddittorio, l’infondatezza della pretesa in questione, atteso che la diminuzione patrimoniale dell’istituto creditizio trovava fondamento nella responsabilità per la bancarotta, senza alcuna diretta correlazione con il vantaggio dei soggetti riconducibili al detto gruppo societario, come confermato dalla diversità delle poste, una comprensiva di rivalutazione e interessi, un’altra limitata al capitale di ripianamento;

avverso questa decisione propone ricorso la Banca Monte dei Paschi di Siena, s.p.a., articolando sei motivi;

resistono con controricorso, e propongono, altresì, ricorso incidentale contenente un motivo, P.L., V.M.V., V. e A.;

ha proposto controricorso la Curatela del Fallimento Fratelli St. s.r.l.;

le parti hanno depositato memorie;

Rilevato che:

con il primo motivo del ricorso principale si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe mancato di interpretare correttamente la domanda contenuta nella chiamata in causa dei V. e di P., facendo leva, per la sua ermeneutica, sull’intendimento della stessa da parte della deducente, mentre, non trattandosi di negozi, non avrebbe potuto avere alcun rilievo il comportamento dell’altra parte;

con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 102,106,303,305, c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di accogliere l’eccezione di estinzione del giudizio a fronte della mancata iniziativa di riassunzione da parte degli originari chiamanti in causa della deducente, frutto di una scelta processuale non eludibile;

con il terzo motivo si prospetta l’omessa pronuncia della Corte di appello sulla deduzione svolta evidenziando che l’azione della Curatela non era proponibile avendo ad oggetto una frazione del credito già soddisfatta, nel giudizio revocatorio, e non essendo emerso alcun apprezzabile interesse a tale frazionamento;

con il quarto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043,1223 c.c., L. Fall., art. 67, poichè la Corte di appello, nel negare l’elisione del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria in ragione del depauperamento conseguente all’accoglimento della domanda revocatoria, avrebbe errato mancando di considerare l’unicità del fatto storico sotteso alle pretese;

con il quinto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 106 c.p.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato nel ritenere estesa la domanda della Curatela alla banca a seguito della chiamata in causa di quest’ultima ad opera di V. e P., posta l’infondatezza dell’eccezione di carenza di legittimazione passiva dei chiamanti;

con il sesto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2041,2043, c.c., L. Fall., art. 67, posto, quanto alla domanda di ingiustificato arricchimento, che era suscettibile di mera riproposizione senza che valesse quindi il discusso termine per la notifica del gravame incidentale, e, nel merito, atteso che l’identità del fatto storico sotteso alla domanda risarcitoria e a quella revocatoria, non era superata dalla pretesa differenza di poste, al contempo dovendosi affermare, al contrario, che anche rivalutazione e interessi avrebbero dovuto ritenersi integrare un ulteriore beneficio per i soggetti avvantaggiati dal ripianamento effettuato con la distrazione delle somme, sicchè la Corte di appello avrebbe errato nel mancare di affermare l’infondatezza della domanda aquiliana all’esito del pagamento, da parte della banca, delle somme stabilite nel giudizio introdotto dall’azione revocatoria;

con il primo motivo di ricorso incidentale si prospetta la violazione degli artt. 2041,2043,2049,2395 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che la responsabilità della banca avrebbe eliso quella degli allora presidente e direttore generale della banca che, eseguendo una Delibera del consiglio di amministrazione dell’istituto, avevano solo espresso la volontà dell’ente con cui erano in rapporto d’immedesimazione organica;

Rilevato che:

il ricorso principale è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3;

infatti, come eccepito in controricorso dalla difesa di P.L., V.M.V., V. e A., senza l’ausilio dell’esposizione dei fatti di causa, storici oltre che processuali, contenuta nell’atto recante altresì il descritto ricorso incidentale, non sarebbe stata possibile la reale comprensione dei fatti, quali, solo perciò, riportati in parte narrativa;

il requisito in parola consiste in un’esposizione che deve garantire a questa Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia oltre che del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (cfr. i principi diffusamente riaffermati da Cass., Sez. U., 28 novembre 2018, n. 30754);

la valutazione in termini d’inammissibilità del ricorso non esprime, naturalmente, un formalismo fine a sè stesso, bensì il richiamo al rispetto di una precisa previsione legislativa volta ad assicurare che sia sottoposta al giudice di legittimità, nel modo più chiaro, la vicenda processuale così da poter idoneamente vagliare, in quel perimetro, le ragioni dell’assistito;

il ricorso richiama ampi stralci della sentenza di appello che, però, a sua volta, non riporta la compiuta vicenda storica sottesa al processo, anzi, ai plurimi procedimenti riuniti;

tutto ciò è desumibile per differenza, come detto, dal confronto con la compiuta sintesi contenuta nell’atto contenente il ricorso incidentale (v. pagg. 3 e seguenti);

in particolare, non sono stati idoneamente riportati i fatti storici sottesi alle domande – quali il contenuto della Delibera del consiglio di amministrazione della banca e la complessiva operazione di distrazione necessari ad apprezzare queste ultime che, come si sta per vedere, neppure sono idoneamente riportate per come investite dalle censure;

fermo quanto sopra, i motivi sarebbero comunque stati inammissibili;

la prima censura, in particolare, non riferisce il contenuto della domanda da interpretare, in chiara violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6 e si limita all’affermazione apodittica dell’errore che avrebbe commesso la Corte territoriale nel valorizzare l’intendimento della pretesa in oggetto da parte della destinataria della stessa;

non può omettersi di evidenziare che, peraltro, la Corte di appello, nel suo più ampio ragionamento, ha esaminato il contenuto della chiamata, ad esempio rimarcando che non vi era riferimento di beneficiari del ripianamento, a riprova che non si trattava della domanda nuova quale prospettata a sostegno dell’eccezione d’inammissibilità (pag. 6, terzo capoverso, della sentenza gravata);

in ogni caso, questa Corte ha chiarito che l’erronea interpretazione delle domande e delle eccezioni non è censurabile, come qui viene fatto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), perchè non pone in discussione il significato della norma ma la sua concreta applicazione operata dal giudice di merito, il cui apprezzamento, al pari di ogni altro giudizio di fatto, può essere esaminato in sede di legittimità soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione, ovviamente entro i limiti in cui tale sindacato è ancora consentito dal vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (cfr., di recente, Cass., 03/12/2019, n. 31546);

il secondo motivo, invece, non si misura compiutamente con la ragione decisoria, e, quando lo fa, si discosta dalla giurisprudenza di questa Corte con inammissibilità ex art. 360 bis c.p.c., n. 1;

la Corte di appello non ha obliterato l’assunta opzione di non riassumere il giudizio, “parte qua”, imputata agli allora chiamanti in causa, affermando, diversamente, che una volta riassunto tempestivamente il processo nei confronti di tutte le parti, ad opera della Curatela, tornavano in scrutinio tutte le deduzioni e domande pertanto da intendersi affatto rinunciate, e, anzi, implicanti un litisconsorzio in ogni caso necessario;

sotto quest’ultimo profilo, il Collegio di merito ha verificato e affermato (a pag. 7), come visto senza idonea censura, che i chiamanti avevano contestato la propria legittimazione passiva, indicando la banca come responsabile della domanda spiegata nei loro confronti;

ora, con la chiamata in causa del terzo quale unico responsabile si realizza un’ipotesi di dipendenza di cause, in quanto la decisione della controversia fra l’attore e il convenuto, essendo alternativa rispetto a quella fra l’attore e il terzo, si estende necessariamente a quest’ultima, sicchè i diversi rapporti processuali diventano inscindibili, legati da un nesso di litisconsorzio necessario processuale (per dipendenza di cause o litisconsorzio alternativo) che, permanendo la contestazione in ordine all’individuazione dell’obbligato, non può essere sciolto neppure in sede d’impugnazione (Cass., 28/02/2018, n. 4722);

solo qualora, diversamente, il convenuto chiami un terzo in giudizio indicandolo come soggetto responsabile della pretesa fatta valere dall’attore e chieda, senza contestare la propria legittimazione passiva, soltanto di essere manlevato delle conseguenze della soccombenza nei confronti dell’attore, il quale a sua volta non estenda la domanda verso il terzo, il cumulo di cause integra un litisconsorzio facoltativo, e, ove la decisione di primo grado abbia rigettato la domanda di manleva in sede d’impugnazione, dà luogo ad una situazione di scindibilità delle cause (Cass., 26/09/2019, n. 23977);

il terzo motivo propone una questione inammissibile perchè, evidentemente, nuova rispetto a quelle scrutinate nelle fasi di merito;

l’abusivo frazionamento del credito – tale perchè non giustificato da un interesse meritevole di tutela (nella prospettiva di Cass., Sez. U., 15/11/2007, n. 23726, e, per i rapporti di durata, Cass., Sez. U., 16/02/2017, n. 4090) non risulta questione menzionata dalla Corte di appello, nè si può ritenere devoluta con le riportate conclusioni di prime cure, che non la menzionano, ovvero con una mera aggettivazione nella comparsa conclusionale solo illustrativa depositata davanti al Tribunale (v. pag. 20 del ricorso);

del tutto inammissibile è poi, in aggiunta, il mero rinvio all’atto di appello nella prospettiva della “riproposizione” (fatto a pag. 21 del ricorso);

anche nella prospettiva dell’omessa pronuncia, questa Corte ha chiarito che l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, per cui il ricorrente non è dispensato dall’onere di dettagliare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale precisazione dev’essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, a norma dell’art. 366 c.p.c., n. 6, sicchè il ricorrente non può limitarsi a rinviare all’atto di processuale medesimo, ma deve riportarne compiutamente il contenuto nella misura necessaria a evidenziarne la pretesa errata valutazione ovvero obliterazione da parte del giudice di merito (cfr. Cass., 25/09/2019, n. 23834, Cass., 29/09/2017, n. 22880);

il quarto e il sesto motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, non si misurano con la ragione decisoria;

va premesso che la Corte territoriale, secondo quanto descritto in parte narrativa, afferma, prima, che la banca non aveva notificato la doma,nda ex art. 2041 c.c., ai beneficiari del ripianamento più volte menzionato, statuendo, poi, l’infondatezza nel merito della pretesa non in aggiunta, dopo essersi spogliata della potestà decisoria in rito (nel senso di Cass., Sez. U., 20/02/2007, n. 3840), ma per ragione liquida rispetto alla previa necessità di regolarizzare il contraddittorio (nei sensi della nomofilachia esemplificata da Cass., 17/06/2019, n. 16141);

quanto al primo punto, è opportuno evidenziare che, come osservato da parte ricorrente, la stessa Corte territoriale constata come la banca non fosse appellante incidentale, non essendo quindi, in questa prospettiva, destinataria del termine per la notifica in parola;

ciò detto, nel merito cassatorio concernente la ragione liquida assorbente la necessità di regolarizzazione del contraddittorio (rispetto alla domanda non indicata come inammissibile se non dalla controricorrente Curatela che, però, non spiega sul punto il necessario ricorso incidentale, in tesi condizionato) – la censura non incide, come anticipato, sulle conclusioni;

al riguardo, la Corte di seconde cure non ha affatto obliterato la sovrapponibilità del sotteso storico alle domande a titolo revocatorio o risarcitorio, mentre ha osservato che si trattava di distinte ragioni versate nelle distinte domande rispetto a quello, una fondata sull’inopponibilità delle condotte distrattive, un’altra sulla più complessiva responsabilità conseguente al fatto delittuoso della bancarotta, ferma la detrazione del restituito dall’ammontare oggetto di risarcimento quale correlato all’effettivo depauperamento;

di questa diversità la Corte territoriale trae conferma anche in termini di poste (capitale del ripianamento, debenza rivalutata a titolo aquiliano) ma ribadendo che altro doveva reputarsi la responsabilità per i fatti delittuosi dei dipendenti dell’istituto di credito, altro l’arricchimento di cui avevano già goduto gli appartenenti al gruppo St.;

il quinto motivo è inammissibile a norma dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, poichè, come visto, la deduzione di carenza di legittimazione passiva di colui che indica altri come responsabile di quanto verso di lui preteso, chiamandolo in causa, fonda l’estensione necessaria della domanda attorea nei confronti di quest’ultimo, a nulla rilevando che l’eccezione risulti solo in parte infondata, affermandosi dal giudice la natura solidale della responsabilità, tenuto conto che l’ampliamento della domanda in parola non può dipendere dall’evento ed esito finale della lite;

il motivo di ricorso incidentale è ammissibile ma infondato;

preliminarmente, riprendendo un tema affrontato anche nelle memorie, deve osservarsi che il gravame incidentale tardivo è ammissibile;

questa Corte ha progressivamente e reiteratamente ribadito che l’impugnazione incidentale tardiva – oltre il termine ordinario per la reazione ordinaria – è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, sulla base del principio dell’interesse all’impugnazione, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato solidale aveva prestato acquiescenza; conseguentemente, è ammissibile sia quando rivesta la forma della controimpugnazione rivolta contro il ricorrente principale, sia quando rivesta le forme della impugnazione rivolta contro la parte investita dell’impugnazione principale, sia o meno fondata sugli stessi motivi fatti valere dal ricorrente principale, atteso che, pure nelle cause scindibili, il suddetto interesse sorge dall’impugnazione principale la quale, se accolta, comporterebbe una modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal coobbligato solidale (cfr., ad esempio, Cass., 16/11/2015, n. 23396, Cass., 25/01/2018, n. 1879, Cass., 12/03/2018, n. 5876, Cass., 15/06/2018, n. 15770, che hanno ripreso e precisato l’orientamento inizialmente riferibile a Cass., 27/11/2007, n. 24627);

del resto, una diversa e più restrittiva interpretazione indurrebbe ciascuna parte a cautelarsi proponendo un’autonoma impugnazione tempestiva sulla statuizione rispetto alla quale è rimasta soccombente, con inevitabile proliferazione dei processi d’impugnazione (cfr., Cass., 12/07/2018, n. 18415, Cass., 30/05/2018, n. 13651);

nel caso delle obbligazioni solidali l’interesse è dato dal possibile mutamento dell’ampiezza della propria responsabilità, a nulla valendo la circostanza che la decisione da impugnare abbia lasciato impregiudicato il profilo dei rapporti interni tra coobbligati, ovvero che, astrattamente, l’intera responsabilità, in sede di rivalsa (trattandosi di titoli differenti), potrebbe essere imputata a un solo soggetto: infatti, proprio perchè il profilo in parola è impregiudicato, e proprio perchè il soggetto in questione potrebbe essere o meno pregiudicato dalla rivalsa, è evidente che ha un interesse specifico che sorge dall’impugnazione del coobbligato, poichè quella vuole incidere sull’assetto regolato dalla decisione oggetto di censura e che lo coinvolge;

nel merito cassatorio vale ciò che segue;

la responsabilità personale di P. e V. deriva dalla natura dolosa delle loro proprie condotte, affermata nella stessa censura e del resto confacente al reato commesso, sicchè il rapporto organico che ha reso civilmente responsabile anche la banca, a norma dell’art. 2049 c.c., non può valere a elidere la stessa, come reso evidente dalla constatazione che la Delibera del consiglio di amministrazione non poteva scriminare, risolvendosi in una disposizione volta alla commissione di un reato, a nulla rilevando che l’agente non abbia agito per specifiche finalità di lucro individuale;

spese compensate tra il ricorrente principale e quelli incidentali per reciproca soccombenza; spese secondo soccombenza quanto ai rimanenti profili.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta quello incidentale. Compensa le spese tra la ricorrente principale e i ricorrenti incidentali e condanna la ricorrente principale alla rifusione delle spese processuali della controricorrente Curatela liquidate in Euro 7.000,00 oltre a Euro 200,00 per esborsi, 15% di spese forfettarie, e accessori legali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, sia da parte ricorrente principale che, in solido, da parte dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 22 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

 

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