Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2525 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2525

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12481/2021 proposto da:

A.I., rappresentato e difeso dagli avvocati Aresi Tiziana

e Seregni Massimo Carlo, giusta procura speciale a margine del

ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi uffici in Roma via

dei Portoghesi 12;

– resistente –

avverso decreto del Tribunale di Catanzaro emesso il 3 febbraio 2021

nel procedimento n. R.G. 637/2019;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, A.I., cittadino nigeriano, ha adito il Tribunale di Catanzaro impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Nel richiedere la protezione internazionale il ricorrente riferiva di aver lasciato il suo Paese per timore di esser ucciso dalla setta dei ‘Black axe’, in quanto si era rifiutato di prendere il posto del fratello all’interno della stessa setta, a seguito della morte di quest’ultimo. Il Tribunale ha ritenuto che non fosse credibile il racconto del ricorrente, in quanto lacunoso e contraddittorio, e che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, avuto riguardo anche alla situazione generale della Nigeria, descritta con l’indicazione delle fonti di conoscenza (tra le altre, EASO 2019, Human Rights Watch 2020). Il Tribunale, inoltre, ha ritenuto neppure integrati i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, non avendo il ricorrente allegato profili di vulnerabilità e dimostrato alcuna forma di integrazione sociale in Italia.

Avverso il predetto decreto, A.I. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 23/4/2021, articolato in due motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che dichiara di costituirsi al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) “1. Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8 “, Data pubblicazione 27/01/2022 denunciando l’assenza di istruttoria da parte del Tribunale in relazione al periodo di permanenza del ricorrente in Libia; b) “2. Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 14 “, contestando il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria e umanitaria, per non aver il Tribunale svolto un’adeguata analisi delle condizioni socio-politiche del Paese di origine, anche con riferimento al fenomeno del cultismo.

2. Tutti i motivi sono inammissibili.

3. In ordine alla prima censura, deve rilevarsi che il Tribunale ha ritenuto non credibile il racconto dell’esperienza vissuta in Libia, osservando inoltre che non risulta allegato alcun profilo di vulnerabilità, anche sotto il profilo della salute o di un percorso terapeutico intrapreso per eventuali traumi subiti nei paesi di transito.

Tutti gli aspetti significativi della vicenda narrata dal richiedente sono stati esaminati ed il giudizio di complessiva inattendibilità del racconto costituisce apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Invero, quanto alla violazione di legge, si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (cfr.Cass. 27593/2018 e Cass. 29358/2018). Anche di recente (Cass. 11925/2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli Data pubblicazione 27/01/2022 generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

4. In relazione al secondo motivo va rilevato che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il Tribunale ha riportato le informazioni inerenti il Paese di origine insieme alle fonti consultate, con riferimento all’area di provenienza, e approfondendo anche il fenomeno delle sette (cfr. p. 11 e 17 del decreto di rigetto).

Le doglianze mirano in realtà a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente, al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

5. In conclusione, va dichiarata l’inammissibilità del ricorso senza assunzione di un provvedimento sulle spese del giudizio, non avendo il Ministero vittorioso svolto attività difensive.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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