Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25246 del 09/10/2019

Cassazione civile sez. trib., 09/10/2019, (ud. 03/07/2019, dep. 09/10/2019), n.25246

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22885-2017 proposto da:

COMUNE DI BELLIZZI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA VIA SIRTE 28, presso lo studio dell’avvocato

ALFREDO SCIALO’, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE

D’AMICO, giusta procura in calce;

– ricorrente –

contro

F. COSTRUZIONI SPA, in persona dell’amministratore unico e

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA

VIA XX SETTEMBRE 98/E, presso lo studio dell’avvocato GUIDO LENZA,

rappresentata e difesa dall’avvocato MARCELLO FORTUNATO, giusta

procura in calce;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3031/2017 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

SALERNO, depositata il 04/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/07/2019 dal Consigliere Dott. GIACOMO MARIA STALLA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

KATE TASSONE che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione in relazione al secondo motivo, terzo motivo inammissibile,

primo motivo infondato;

udito per il ricorrente l’Avvocato D’AMICO che si riporta agli

scritti;

udito per il controricorrente l’Avvocato PIETROPAOLO per delega

dell’Avvocato FORTUNATO che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTI RILEVANTI E RAGIONI DELLA DECISIONE

p. 1.1 Il Comune di Bellizzi propone tre motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 3031/17 del 4 aprile 2017, con la quale la commissione tributaria regionale della Campania, in riforma della prima decisione, ha ritenuto illegittimo l’avviso di accertamento per maggiore Ici 2009 notificato alla F. Costruzioni spa in relazione ad un terreno da quest’ultima posseduto.

La commissione tributaria regionale, in particolare, ha ritenuto che: – il terreno in questione dovesse considerarsi edificabile secondo quanto stabilito da Cass. n. SSUU 25506/06; – purtuttavia, la determinazione del suo reale valore venale ai fini Ici non poteva prescindere dall’andamento del mercato, dallo stato di attuazione delle procedure perfezionative dello jus aedificandi, dalla ubicazione, dai concreti indici di fabbricabilità riconosciuti e dai vincoli che, di fatto, ne limitavano l’edificabilità; – la circostanza che il Comune, nell’avviso opposto, avesse omesso di considerare tutti questi elementi rendeva “inattuabile ogni successiva determinazione del contenuto del rapporto obbligatorio da parte di questa commissione”, con la conseguente necessità che fosse l’amministrazione comunale a “rideterminarsi alla luce delle indicazioni in precedenza evidenziate”.

Resiste con controricorso la F. Costruzioni spa, la quale eccepisce preliminarmente il giudicato esterno di cui alla coeva sentenza Commissione Tributaria Regionale Campania n. 3029/17 del 4 aprile 2017 (all. al controricorso) la quale, tra le stesse parti e con identica motivazione, aveva parimenti annullato l’avviso di accertamento Ici relativo alla annualità 2008.

Il Comune ha depositato memoria.

p. 1.2 Va preliminarmente disattesa l’eccezione di giudicato esterno così opposta dalla società controricorrente.

Da un lato, si tratta di sentenza CTR allegata senza la necessaria certificazione di segreteria attestante l’avvenuto passaggio in giudicato.

Per altro verso, la sentenza in questione si è basata sul ritenuto difetto di motivazione dell’atto impositivo 2008 colà opposto e, dunque, su un aspetto strettamente relativo a quella annualità ed insuscettibile di estensione ad altri periodi di imposta, in quanto privo di qualsivoglia carattere di permanenza, stabilità e durevolezza nel tempo.

p. 2.1 Con il primo motivo di ricorso il Comune lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 1 e 2. Per avere la Commissione Tributaria Regionale attribuito rilevanza alla mancata adozione di strumenti urbanistici attuativi, nonostante che la qualità edificatoria del terreno dovesse desumersi dal solo inserimento del medesimo nello strumento urbanistico generale (vigente PRG pubblicato il 25 marzo 2008).

p. 2.2 Il motivo è inammissibile perchè non individua con esattezza l’effettiva ragione decisoria adottata dalla Commissione Tributaria Regionale.

Lungi dal negare la natura edificabile del terreno in questione, il giudice di appello l’ha invece affermata proprio in applicazione di quanto stabilito da Cass. n. SSUU 25506/06 cit., secondo cui: “In tema di ICI, a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, art. 11 quaterdecies, comma 16, convertito con modificazioni dalla L. 2 dicembre 2005, n. 248, e del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 36, comma 2, convertito con modificazioni dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, che hanno fornito l’interpretazione autentica del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. b), l’edificabilità di un’area, ai fini dell’applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, dev’essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi. L’inizio del procedimento di trasformazione urbanistica è infatti sufficiente a far lievitare il valore venale dell’immobile, le cui eventuali oscillazioni, in dipendenza dell’andamento del mercato, dello stato di attuazione delle procedure incidenti sullo “ius aedificandi” o di modifiche del piano regolatore che si traducano in una diversa classificazione del suolo, possono giustificare soltanto una variazione del prelievo nel periodo d’imposta, conformemente alla natura periodica del tributo in questione, senza che ciò comporti il diritto al rimborso per gli anni pregressi, a meno che il Comune non ritenga di riconoscerlo, ai sensi del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 59, comma 1, lett. f). L’inapplicabilità del criterio fondato sul valore catastale dell’immobile impone peraltro di tener conto, nella determinazione della base imponibile, della maggiore o minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, nonchè della possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione sul valore dello stesso in comune commercio”.

La Commissione Tributaria Regionale ha, anzi, correttamente recepito questo indirizzo non soltanto in relazione alla natura edificabile, o meno, del terreno, ma anche in ordine al fatto che – ferma restando l’edificabilità sulla base dello strumento urbanistico generale, ed indipendentemente dall’adozione di strumenti attuativi – la concreta determinazione del valore venale del terreno stesso (base imponibile) non dovesse prescindere dalla maggiore o minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, così come dalla possibile rilevanza di oneri di urbanizzazione e vincoli di altra natura.

Diversamente da quanto esposto nella censura in esame, non era dunque in discussione la natura edificabile ex se del terreno, quanto l’individuazione del valore di mercato di questo alla stregua, come appunto osservato dal giudice di appello, di tutta una serie di parametri concreti di incidenza economica e valutativa; individuati dal giudice di merito nello stadio di perfezionamento delle procedure di edificazione, nella ubicazione, nell’indice di edificabilità attribuito, negli altri vincoli allegati dalla società opponente.

Ed è proprio nel richiamo a tutti questi elementi che la decisione censurata ha inteso conformare la fattispecie concreta alla previsione legislativa che si assume oggi violata (così come interpretata dal riportato indirizzo di legittimità).

p. 3.1 Con il secondo motivo di ricorso il Comune deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 59, comma 2. Per avere la Commissione Tributaria Regionale omesso di stabilire, pur dopo aver ritenuto illegittimo il calcolo Ici esposto nell’avviso di accertamento, il valore venale legittimamente adottabile ai fini della base imponibile.

p. 3.2 Il motivo è infondato.

Il ragionamento della Commissione Tributaria Regionale denota un convincimento di radicale nullità dell’atto impositivo opposto per l’omessa considerazione di tutti gli elementi essenziali di valutazione della base imponibile; così da ritenere preclusa ogni possibilità di “successiva” valutazione in corso di causa.

Si tratta, all’evidenza, di un convincimento a tal punto netto e radicale da essere sostanzialmente riconducibile alla carenza di motivazione dell’avviso di accertamento secondo quanto prescritto dalla L. n. 212 del 2000, art. 7; profilo in effetti dedotto dalla società contribuente, quale primo motivo di opposizione, fin dal ricorso introduttivo (ric. cass. pag. 4).

Ora, su tale presupposto legittimamente la Commissione Tributaria Regionale si è astenuta dall’operare una valutazione sostitutiva. Ciò perchè, se è vero che quello tributario non è giudizio di sola rimozione dell’atto impositivo illegittimo, bensì di “impugnazione-merito” finalizzato all’accertamento dei limiti di fondatezza sostanziale della pretesa tributaria, altrettanto indubbio è che la valutazione del giudice di merito è preclusa ogniqualvolta venga accertata la carenza di un elemento formale essenziale dell’imposizione, quale appunto la motivazione prescritta dalla legge.

Si è in proposito sostenuto (Cass. n. 27560/18 ed innumerevoli altre) che: “Il processo tributario non è diretto alla mera eliminazione giuridica dell’atto impugnato ma ad una pronuncia di merito, sostitutiva sia della dichiarazione resa contribuente che dell’accertamento dell’ufficio. Ne consegue che il giudice tributario, ove ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi di ordine sostanziale (e non meramente formali), è tenuto ad esaminare nel merito la pretesa tributaria e a ricondurla, mediante una motivata valutazione sostitutiva, alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte”.

Ora, nel caso di specie il giudice di merito – per le ragioni già indicate – ha ravvisato nell’avviso di accertamento una lacuna così grave ed evidente da risolversi appunto in un vizio di ordine non meramente probatorio, ma attinente alla mancanza di un elemento sostanziale imprescindibile dell’imposizione.

p. 4.1 Con il terzo motivo di ricorso il Comune deduce – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – “omesso esame” circa un fatto decisivo per il giudizio; costituito dalla rispondenza del valore venale preso a riferimento nell’avviso di accertamento al costo di edificazione dell’area tenuto conto dei valori OMI forniti dall’agenzia delle entrate.

p. 4.2 Si tratta di motivo assorbito dal rigetto della censura che precede.

Una volta esclusa la possibilità di una valutazione “successiva” e di merito della base imponibile, corretta appare la decisione della Commissione Tributaria Regionale di non prendere in esame – in corso di giudizio – alcuno degli elementi estimativi offerti dall’amministrazione comunale, compresi i valori OMI (peraltro riferibili in via diretta ai fabbricati e soltanto in via indiretta, quale parametro concorrente di determinazione del costo di trasformazione edilizia dell’area, ai terreni).

Ad ogni modo, ricorre anche in proposito il costante indirizzo di legittimità (tra le molte, Cass. n. 21813/18) che nega efficacia probatoria ai listini OMI, se non supportati da adeguati riscontri di altro tipo: “In tema di imposta di registro, l’avviso di liquidazione non può essere fondato esclusivamente sullo scostamento tra il corrispettivo dichiarato nell’atto di compravendita ed il valore del bene risultante delle quotazioni OMI pubblicate sul sito web dell’Agenzia delle entrate, atteso che queste non costituiscono fonte di prova del valore venale in comune commercio, il quale può variare in funzione di molteplici parametri (quali l’ubicazione, la superficie, la collocazione nello strumento urbanistico), limitandosi a fornire indicazioni di massima e dovendo, invece, l’accertamento essere fondato su presunzioni gravi, precise e concordanti”.

Il ricorso va dunque rigettato, con condanna del Comune ricorrente alla rifusione delle spese di lite che si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.900,00, oltre rimborso forfettario ed accessori di legge;

– v.to il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012;

– dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della quinta sezione civile, il 3 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 ottobre 2019

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