Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25240 del 08/11/2013


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. 2 Num. 25240 Anno 2013
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: FALASCHI MILENA

— Quote madre
rinunciante Ammissibilità

SENTENZA

1-

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 7370/09) proposto da:
DOLLA GIOVANNA e DOLLA ANTONIA, rappresentate e difese, in forza di procura speciale a
margine del ricorso, dagli Avv.ti Emilio Jona e Marco Sormano del foro di Biella, nonchè
dall’Avv.to Guido Romanelli del foro di Roma ed elettivamente domiciliato presso lo studio di
quest’ultimo in Roma, via Pacuvio n. 34;
– ricorrenti –

contro
DANI PIERINO, rappresentato e difeso dall’Avv.to Francesco Ramò del foro di Savona, in virtù di
procura speciale apposta a margine del controricorso, ed elettivamente domiciliato presso lo
studio dell’Avv.to Marco Monaco Sorge in Roma, via G. Mangili n. 36/A;
– controricorrente –

qzflì

1

Data pubblicazione: 08/11/2013

e contro
STALLA CATERINA, elettivamente domiciliata in appello presso lo studi dell’Avv.to Maria Paola in
Genova, via B. Bosco n. 31/13;
– intimata –

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 15 marzo 2013 dal
Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;
uditi gli Avv.ti Emilio Jona, per parte ricorrente, e Francesco Ramò, per parte resistente;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Lucio
Capasso, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato il 19.1.1982 Giovanna ed Antonia DOLLA evocavano, dinanzi al
Tribunale di Savona, Maria DOLLA, Elena DOLLA e Gianfranco CESANA esponendo che il
15.11.1981 era deceduto in Pietra Ligure il loro genitore, Luigi Dolla, il quale era proprietario di
beni immobili siti in Comune di Ceriale censiti alla partita 90 del N.C.E.U. ed alla partita 255 del
N.C.T., nonché comproprietario di alcuni immobili siti nel Comune di Ormea censiti nel N.C.T. alle
partite 3362, 3363, 17733; aggiungevano che il padre, con rogito dell’8.4.1981, aveva donato al
dott. Gianfranco CESANA, per le cure prestate, un vasto appezzamento di terreno sito in Ceriale,
regione Valle, foglio 5, mappali 479 — 480, di valore reale superiore a £. 200.000.000, mentre
nell’atto pubblico era stato simulatamente dichiarato il solo valore di £. 32.000.000; proseguivano
assumendo che alla morte di Luigi Dolla le sorelle del de cuius, Maria ed Elena DOLLA, si erano
illegittimamente impossessate di tutto il denaro, i gioielli e l’arredamento che si trovava nella
abitazione del loro genitore, oltre che di mobili di proprietà esclusiva delle figlie, avendo, peraltro,
le zie impedito alle nipoti l’accesso nell’abitazione paterna, affermando di essere le uniche eredi,

2

avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova n. 1088 depositata il 19 settembre 2008.

esibendo all’uopo fotocopia di un preteso testamento del 20.6.1974, che le attrici assumevano
essere nullo perché non autografo; concludevano che Nicolina Quadro, vedova del de cuius,
aveva rinunciato alla successione del coniuge, mentre loro figlie intendevano agire in
. rappresentazione per le quote di pertinenza della madre rinunciante. Tanto premesso,

le figlie di Luigi Dolla, con condanna delle convenute alla consegna dei beni ereditari, al
rendiconto ed al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio; di accertare la lesione
della quota di legittima per effetto della donazione ed in caso positivo di ridurre la donazione per
reintegrare la legittima con le pronunce conseguenti; in subordine, in caso di accertamento della
validità del testamento, verificare l’eventuale lesione della quota di legittima per effetto delle
disposizioni contenute nel testamento e della donazione, e, in caso positivo, di provvedere alla
riduzione delle disposizioni lesive ed alla divisione.
Instaurato il contraddittorio, nella resistenza di Maria ed Elena DOLLA, le quali insistevano per il
rigetto della domanda attorea stante la loro qualità di eredi universali del defunto, il giudice adito,
disposta consulenza grafica ed estimativa della massa ereditaria, oltre che dell’immobile oggetto
di donazione, predisponeva un progetto divisionale non accettato dalle convenute, per cui in
accoglimento del ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto dalle attrici, ordinava alle convenute di
rilasciare in favore delle nipoti i beni ereditari diversi da quelli specificati nel testamento. Interrotto
il giudizio per decesso di Maria DOLLA, veniva riassunto da Elena DOLLA anche nella qualità di
erede della sorella r con sentenza non definitiva n. 350 del 15.6.1995, il Tribunale di Savona
dichiarava che le disposizioni testamentarie di Luigi Dolla erano lesive della porzione di legittima
riservata alle attrici, legittimarie del de cuius, per cui disponeva la riduzione delle disposizioni in
favore delle convenute sino a lasciarle efficaci solo per la parte pari al 40,462% dell’asse
ereditario esistente al momento dell’apertura della successione (al 15.11.1981); dichiarava che le
attrici partecipavano per la quota complessiva del 59,538% alla comunione sui beni ereditari,

3

chiedevano, in via principale, dichiarare nullo ed inefficace il testamento, dichiarando uniche eredi

ricadendo nell’ipotesi ex art. 542, comma 2, c.c., giacchè nonostante il mancato esercizio da
parte della moglie del de cuius dell’azione di riduzione a tutela della sua quota di legittima pari ad
1/4 dell’asse ereditario, non era consentito alle figlie l’accrescimento della loro quota
complessiva, dato il carattere individuale del diritto alla legittima e l’autonomia delle quote a

abbandonato la domanda di declaratoria di nullità del testamento olografo del 20.6.1974, nonché
quella di riduzione della donazione, per non avere riassunto il giudizio nei confronti del CESANA
dopo l’evento interruttivo), che le disposizioni testamentarie di Dolla Luigi erano lesive della quota
di legittima riservata alle attrici; rimettendo la causa in istruttoria per le restanti domande.
Il giudizio veniva nuovamente interrotto per decesso di Elena DOLLA e, dopo la riassunzione, si
costituivano Pierino DANI, quale erede universale della stessa, e Carolina STALLA, quale
legataria della de cuius. Espletata nuova c.t.u. per la formazione dei lotti, il Tribunale adito
pronunciava altra sentenza non definitiva n. 32 del 16.1.2002 con la quale assegnava i lotti
secondo il progetto predisposto dal c.t.u., rigettata la domanda attorea di danni, disponendo per
l’ulteriore corso per la determinazione dei canoni locatizi relativi agli immobili costituenti l’asse
ereditario a seguito della proposizione della domanda di riduzione, nonché per il deposito dei
conti ex art. 723 c.c..
Espletati gli incombenti, la causa veniva definita con sentenza n. 420 del 27.4.2005, con cui il
Tribunale condannava Pierino DANI e Carolina STALLA al pagamento in favore delle attrici di €.

favore dei figli rispetto a quella a favore della moglie (precisato che le attrici avevano

13.108, oltre ad interessi.
In virtù di appello interposto da Giovanna ed Antonia DOLLA, le quali insistevano per la legittima
rappresentazione della propria madre, la Corte di appello di Genova, nella resistenza degli
appellati, i quali proponevano anche appello incidentale, rigettava l’appello principale e in parziale
accoglimento dell’appello incidentale proposto dalla STALLA, a parziale modifica della sentenza
n. 420 del 2005, condannava il solo DANI al pagamento in favore delle DOLLA della somma di €.

4

cut

13.108,00; inoltre, in parziale accoglimento dell’appello proposto dal DANI e in parziale modifica
della sentenza n. 420 del 2005, poneva definitivamente a carico delle DOLLA le spese della c.t.u.
grafica, a carico del DANI le spese delle c.t.u. del geom. Firpo datate 3.1.1985 e 11.10.1986, a
carico della massa ereditaria e quindi delle parti secondo le quote individuate dalla sentenza n.

5.5.2000, a carico di Dani Pierino la c.t.u. arch. Giuseppina Firpo 27.2.2003, compensate
integralmente fra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio.
A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che l’interpretazione offerta
dal giudice di prime cure della volontà del testatore di cui alla scheda testamentaria era da
ritenere corretta, giacchè aveva sottolineato che i verbi usati per individuare le eredi “istituisco e
nomino” evocavano un concetto di universalità piuttosto che di assegnazione di determinati beni.
Del resto non essendo stata neppure aperta la successione legittima e non essendo la madre
delle appellanti chiamata all’eredità, la sua rinuncia era irrilevante, per cui non poteva farsi luogo
alla rappresentazione che presupponeva la vocazione ereditaria. Né poteva essere invocata la
disposizione di cui all’art. 523 c.c. non sussistendo ipotesi di accrescimento tra coeredi, non
essendosi aperta la successione legittima (art. 457 c.c.), per avere il testatore disposto dell’intero
suo patrimonio, pretermettendo la moglie legittimaria, che non aveva esercitato il suo diritto di
riduzione.
Proseguiva che era stata necessaria una nuova consulenza, peraltro licenziata sull’accordo delle
parti, giacchè una volta determinate le quote di disponibile e di legittima, la divisione doveva
essere fatta sui valori attuali, essendo emersi solo dopo la prima sentenza altri beni, che poi
avevano formato oggetto di valutazione.
Avverso la indicata sentenza della Corte di appello di Genova hanno proposto ricorso per
cassazione le stesse DOLLA, articolato su quattro motivi, al quale ha replicato il solo DANI, con
controricorso.

5

350 del 1995 le spese per le c.t.u. del geom. Franco Firpo 30.1.1988 e arch. Giuseppina Firpo

Entrambe le parti costituite hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo, le ricorrenti censurano, ex art. 360 n. 3 c.p.c., violazione degli artt. 116

Nell’ambito del primo motivo, viene altresì lamentata omessa e insufficiente motivazione circa
fatti decisivi per il giudizio. Le ricorrenti ritengono innanzitutto che la corte territoriale non abbia
adeguatamente e correttamente interpretato le disposizioni testamentarie di Dolla Luigi. A loro
dire, il ragionamento della corte, con cui era stata riconosciuta la qualità di eredi universali alle
sorelle Dolla, è stato lacunoso e contraddittorio in più punti, oltre che non logicamente e
coerentemente motivato. In primo luogo, non sarebbe stata valorizzata la frase contenuta nel
testamento, la quale afferma: “Della casa Via della Croce 1 e in Peagna dei magazzini nel Vicolo
Chiuso come stanno proibisco l’apposizione dei sigilli e l’inventario”.

Secondo le ricorrenti,

l’affermazione del de cuius “proibisco l’apposizione dei sigilli e l’inventario”, implica che i beni
mobili all’interno di quegli immobili lasciati alle sorelle spettassero ex lege agli eredi legittimi
(moglie e figlie), gli unici che avevano nella fattispecie il potere di chiedere l’apposizione dei sigilli
(in assenza di creditori terzi). Quindi, da ciò ne consegue che era volontà del testatore assegnare
alle sorelle anche i beni mobili all’interno degli immobili in oggetto, impedendo alle sue eredi
legittime (moglie e figlie), mediante la proibizione a loro rivolta di apposizione di sigilli e
inventario, di pretendere alcunché di quei beni. L’ulteriore conseguenza di tale interpretazione
sarebbe la seguente: la moglie e le figlie, anche se non nominate individualmente, erano state
previste nel testamento quali titolari di quei diritti e quindi non erano state affatto pretermesse.
Tale circostanza, non analizzata dalla corte, sarebbe decisiva ai fini della esperibilità o meno del
diritto di rappresentazione da parte delle due figlie a seguito della rinunzia della madre all’eredità.

6

c.p.c., 1362 e seg. c.c., 457, 467, 468, 469, 522, 542, 553, 554, 557, 564, 565, 674, 753 c.c..

In secondo luogo, secondo le ricorrenti, la corte è caduta in palese contraddizione in quanto
dapprima è pervenuta alla interpretazione secondo la quale il de cuius aveva voluto nominare le
sorelle come eredi universali, ma successivamente non ha saputo spiegare perché nella scheda
testamentaria il testatore avesse citato esplicitamente solo due beni immobili nonostante fosse

fini dell’art. 366 bis c.p.c.: “a) dall’omissione da parte della corte della disamina della clauosla

contenuta nel testamento olografo di Dolla Luigi del seguente preciso tenore: ‘proibisco
l’apposizione dei sigilli e l’inventario’ che segue immediatamente e senza soluzione di continuità
alla premessa lo sottoscritto Luigi Dolla istituisco e nomino erede mie sorelle Maria Elena Dalla.
Della casa via della croce 1 e in Peagna dei magazzini nel vicolo chiuso come stanno’; b) dal
dato che la corte non abbia attribuito alcuna congrua motivazione, alcuna importanza al fatto che
nella scheda testamentaria mancasse l’indicazione della parte più cospicua (circa il 65%) dei
beni morendo dismessi dal defunto, mentre nel testamento la sua chiamata ad eredi riguarda
beni specifici; c) dal fatto che abbia omesso di valutare la rilevanza del riconoscimento della
presenza di eredi legittimi, nella denuncia di successione in data 3.5.1982 sottoscritta dalla Anna
Maria Dolla; d) dal fatto che la corte abbia attribuito, peraltro in modo ambiguo con
interpretazione insufficiente e contraria alla lettera e al contenuto del testo, alle eredi
testamentarie la sua quota parte di proprietà in località Rosse di Peagna, senza che vi fosse
un’effettiva attribuzione del bene alle medesime”.

Il motivo è immeritevole di accoglimento.

Questa Corte ha di recente affermato che “Nel nostro ordinamento, la possibilità di
un’attribuzione di beni per testamento, che genera un fenomeno vocativo legale, convive con
quella, inversa, di un’istituzione per testamento di eredi, che genera la devoluzione legale
dell’asse (o di una sua quota). Una simile convivenza, poi, non può che essere confermata

7

proprietario di numerosi immobili. Vengono dedotti quali fatti controversi e momento di sintesi ai

dall’art. 457 c.c., che riconosce farsi luogo alla successione legittima, quando manca in tutto o in
parte quella testamentaria, smentendosi dunque una gerarchia di valore tra le due forme del
regolamento successorio, e dovendosi invece ricondurre il concorso tra le due vocazioni ad un
rapporto di reciproca integrazione” (Cass. 25 maggio 2012 n. 8352). Per i giudici di legittimità

attraverso una esplicita manifestazione di volontà espressa in tal senso sia con disposizione
negativa, con l’attribuzione dei beni escludendo in tutto o in parte i successori legittimi. “Per
diseredare non è quindi necessario procedere ad una positiva attribuzione di beni, nè – sulla
scorta dell’espediente che escludere è istituire – alla prova di un’implicita istituzione. In sostanza,
la clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo
espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del
testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e
restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post
mortem del proprio patrimonio. Il “disporre” di cui all’art. 587 c.c., comma 1, può dunque
includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa
e, più esattamente, destituiva” (Cass. sopra cit.).

Tanto chiarito, l’interpretazione del testamentoè caratterizzata, rispetto a quella contrattuale,
da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore, la
quale, alla stregua delle regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c. (applicabili, con gli opportuni
adattamenti, anche in materia testamentaria), va individuata sulla base dell’esame globale della
scheda testamentaria, con riferimento, essenzialmente nei casi dubbi, anche ad elementi
estrinseci alla scheda, come la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore.

Ne deriva che il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato
diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva

8

l’art. 587, I e II comma, c.c. riconosce l’ammissibilità di una volontà di diseredazione, sia

r

dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante ed antitetico,
e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius
(cfr., in. tal senso, tra le altre, Cass. n. 12950 del 2000 e n. 5670 del 1999).

ricercando la effettiva volontà del testatore, sia attraverso il dato letterale del testo negoziale, sia
attraverso la concatenazione delle varie disposizioni, nonchè mediante l’enucleazione della ratio
dell’atto stesso. Con la conseguenza che una volta acclarata la correttezza del metodo
interpretativo, conformato ai canoni ermeneutici legali, la censura non può chiedere che sia
rielaborata l’operazione ermeneutica del giudice distrettuale.

Va, comunque, osservato che anche a volere ritenere la disposizione relativa al divieto di apporre
sigilli e di inventario, con riferimento al contenuto degli immobili menzionati nella seconda
disposizione testamentaria, rivolta non alle sorelle del testatore, per essere le stesse istituite
eredi, bensì alla consorte ed alle figlie, ciò non appare incompatibile con l’affermazione che la
prohibitio era rivolta alle pretermesse (consorte e figlie). In altri termini, il giudice distrettuale ha
esaminato il predetto divieto e lo ha valutato, con argomentazioni logiche e giuridicamente
corrette, non dirimente per qualificare il testamento come atto contenente una istitutio ex re certa,
per cui ha riconosciuto istituite eredi universali le sorelle del de cuius (e non per semplice quota,
come ravvisato dalle ricorrenti dalla trasmissione dei singoli beni). Con la conseguenza che esse
hanno acquistato tutti i beni relitti del patrimonio del testatore, anche quelli non indicati nel
negozio di ultime volontà.

A fronte di tale non illogica ricostruzione, a questa Corte è inibito ogni sindacato circa la
interpretazione delle disposizioni testamentarie di cui si tratta, spettando al giudice del merito la
selezione delle prove ritenute idonee a fondare il proprio convincimento.

9

Nella specie, la Corte territoriale ha fatto buon governo dei principi espressi da questa Corte,

Nè alcun rilievo può assumere, quale elemento idoneo a suscitare un riesame di tal fatta, il
documento invocato nel ricorso, in particolare il tenore della dichiarazione di successione di una
delle istituite eredi. Deve, in definitiva, escludersi che il de cuius abbia inteso attribuire singoli

Con il secondo motivo viene denunciata la violazione degli artt. 457, 467, 468, 469, 522,
536, 542, 553,554, 555 e 674 c.c. giacchè l’orientamento della corte nel ritenere che l’erede
pretermesso non possa esperire l’azione di riduzione prevista dagli artt, 467 e ss. c.c. determina
una distinzione illogica ai fini dell’esercizio del diritto di rappresentazione tra un’azione proposta
dall’erede legittimario pretermesso e quella dell’erede legittimario non pretermesso, negando al
primo e riconoscendo solo al secondo il diritto di rappresentazione. Il motivo culmina nel
seguente quesito di diritto: “1) Se l’erede legittimo pretermesso non abbia costitutivamente diritto,

ai sensi e per gli effetti degli artt. 457, 536 e seg., 542, 467 e seg. c.c., alla qualifica di erede
dell’eredità da cui è stato pretermesso, e non l’acquisti quindi solo con la sentenza che gli
riconosce tale qualifica (insieme alla quota di eredità spettante,g11); se non gli spetti, di
conseguenza, il diritto di rappresentazione ex art. 467 e seg. c.c..
2) Se in ogni caso il diritto di rappresentazione, previsto dall’art. 467 e seguenti c.c., in forza del
quale i discendenti legittimi del defunto subentrano nel luogo e nel grado del loro ascendente,
ove questi non possa o non voglia accettare l’eredità, spetti loro comunque, anche nel caso in cui
detti discendenti legittimi, a cui la legge riserva ai sensi degli artt. 536 e 542 e seguenti c. c. una
quota parte dell’eredità, siano stati pretermessi dalla medesima, e la sentenza che li riconosce
come tali abbia carattere costitutivo”.

Anche detta censura non può trovare accoglimento in quanto è erroneo l’assunto su cui si fonda,
posto che il coniuge non è previsto dagli artt. 467 e 468 c.c. tra i soggetti per i quali opera la
rappresentazione, e che l’indicazione dei soggetti a favore dei quali ha luogo la successione per

lo

beni alle sorelle, escludendole dall’istituzione dell’ “universum ius”.

rappresentazione è tassativa, essendo il risultato di una scelta operata dal legislatore, sicché non
è data rappresentazione quando la persona cui ci si vuole sostituire non è un discendente,
fratello o sorella del defunto, ma il coniuge di questi (Cass. 30 maggio 1990 n. 5077; più di

Infatti perché abbia luogo la rappresentazione è necessario, oltre al requisito di essere
discendenti del c.d. rappresentato, che quest’ultimo sia chiamato all’eredità, ossia la sussistenza
di una delatio hereditatis, mentre il legittimario totalmente pretermesso non è un erede, se non a
seguito del positivo esperimento dell’azione di riduzione, sicchè non può esserci rinuncia ad
un’eredità che non sia stata mai delata.

Il terzo motivo denuncia violazione degli artt. 175, 176, 177, 178, 277, 279 n. 4, 339 e 340
c.p.c., nonché 456, 553, 559, 560, 713, 726, 746, 747 c.c. per contraddittorietà tra l’ordinanza del
giudice istruttore, successiva alla sentenza non definitiva, rispetto alla sentenza stessa, e per
l’esistenza di un contrasto tra le statuizioni della sentenza n. 32 del 2002 e quelle della pronuncia
n. 350 del 1995. In altri termini, avendo il giudice chiesto al c.t.u. nominato con l’ordinanza in
questione la rideterminazione del valore dell’intero asse ereditario all’anno 2000, proposta la
domanda di divisione nel gennaio 1982, la corte distrettuale è incorsa in evidenti errori in fatto e
in diritto, non utilizzando la stima già effettuata dal primo consulente, addivenendo alla divisione
con progetto divisionale fondato su di una stima diversa da quella che lo stesso Tribunale aveva
considerato come congrua ed utilizzabile. A corollario della censura viene posto il seguente
quesito di diritto: “A) accerti e riconosca questa S. C. che, contrariamente a quanto ha affermato
la Corte d’Appello di Genova, l’ordinanza del G. I. che disponeva la stima di divisione non è stata
pronunciata sull’accordo delle parti e che le stime del geom. Firpo in c.t.u. 31.1.1985 e 30.1.1988
erano state effettuate sia ai fini di determinare la quota disponibile, sia ai fini di realizzare il
progetto divisionale; B) che la domanda di divisione era stata promossa dalle attrici con citazione

H

recente: Cass. 5 aprile 2012 n. 5508; Cass. 28 ottobre 2009 n. 22840).

in data 19.1.1982 e che comunque nella redazione del progetto divisionale si dovevano utilizzare
le stime effettuate dal geom. Firpo e non quelle successivamente effettuate dall’arch. Firpo; C)
statuisca questa S. C. che in materia di divisione ereditaria la norma dell’art. 726 c. c. che dispone
che la stima dei beni per la formazione delle quote va effettuata con riferimento al valore dei beni

c.t.u. della divisione dei beni, ma quello della presentazione della domanda di divisione giudiziale.

Statuisca questa S. C. in ogni caso: 1) che la stima dei beni ereditari effettuata ai fini anche della
loro divisione e dichiarata congrua con una sentenza parziale ed utilizzabile per la divisione dei
beni, deve necessariamente essere utilizzata nella successiva formazione del progetto
divisionale, e non può essere disattesa e messa nel nulla da una sentenza parziale successiva,
che abbia disposto la divisione dei beni sulla base di una nuova stima del compendio ereditario,
effettuata contravvenendo al disposto della precedente sentenza parziale; 2) che la riforma di
una qualsiasi pronuncia di una sentenza parziale può avvenire solo con una sentenza del giudice
superiore, in sede di impugnazione della sentenza parziale stessa, nella specie in sede d’appello
ex artt. 339, 340 c.p.c., e non già nello stesso grado di giudizio con una sentenza parziale
successiva”.

La doglianza è destituita di fondamento.

Sulla questione concernente l’istruttoria del giudizio attraverso l’espletamento di due consulenze
tecniche di ufficio, osserva il collegio che la corte territoriale ha esattamente rilevato che la prima
c.t.u. del geom. Frigo ha stimato i beni con riferimento al momento dell’apertura della
successione, onde consentire di valutare la sussistenza o meno della lesione di legittima,
accertamento che è stato ancorato ad un preciso momento, quale quello dell’apertura della
successione, non coincidente con la data di proposizione della domanda giudiziale di divisione
ereditaria.

12

al tempo della divisione, deve intendersi non come il tempo in cui materialmente si realizza la

Nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredità riservata al legittimario, infatti, si
deve avere riguardo al momento di apertura della successione per calcolare il valore dell’asse
ereditario (mediante la cosiddetta riunione fittizia), stabilire l’esistenza e l’entità della lesione della
legittima, nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso (di recente,

avere valenza anche per operare la divisione, dovendo i valori essere adeguati al momento della
domanda di divisione.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in materia di divisione ereditaria, la stima dei beni per
la formazione delle quote va compiuta con riferimento al loro valore venale al tempo della
divisione, coincidente, nel caso di divisione giudiziale, con il momento di presentazione della
relativa domanda giudiziale (Cass. 10 luglio 2006 n. 15634). Si è poi chiarito che, nel relativo
giudizio, occorrendo assicurare la formazione di porzioni di valore corrispondente alle quote, può
aversi riguardo alla stima dei beni effettuata in data non troppo vicina a quella della decisione
soltanto se si accerti che, nonostante il tempo trascorso, per la stasi del mercato o per il minor
apprezzamento del bene in relazione alle sue caratteristiche, non sia intervenuto un mutamento
di valore che renda necessario l’adeguamento di quello stabilito al tempo della stima; il relativo
accertamento è riservato all’apprezzamento di fatto del giudice del merito ed è censurabile in
sede di legittimità qualora non sia sorretto da una motivazione logica ed adeguata (v. Cass. 16

Cass. 19 marzo 2010 n. 6709). Dunque le conclusioni della prima consulenza non potevano

febbraio 2007 n. 3635).

Tale orientamento è stato, di recente, oggetto di una precisazione, essendosi ritenuto che,
proprio per la possibile stasi del mercato e del conseguente deprezzamento del bene, la parte
che solleciti una rivalutazione degli immobili per effetto del tempo trascorso dall’epoca della stima
deve allegare ragioni di significativo mutamento del valore degli stessi intervenute medio
tempore, non essendo sufficiente il mero riferimento al lasso temporale intercorso (Cass. 6

13

NA

febbraio 2009 n. 3029). La richiamata affermazione, peraltro, non inficia il principio generale
secondo il quale il valore dei beni da dividere va considerato con riferimento al momento della
divisione, al fine di garantire il rispetto dell’equilibrio tra le quote.

dividere operata sulla base di un progetto divisionale redatto nell’anno 2000, che ha dato luogo
ad una divisione disposta nel 2002, non poteva avere ad oggetto valutazioni risalenti al 1985, per
cui la statuizione non risulta affetta dal denunciato vizio di contraddittorietà. L’affermazione delle
ricorrenti — secondo cui i giudici del merito avrebbero dovuto utilizzare le stime dei beni effettuate
dal primo c.t.u., salvo attualizzarle — muove dal presupposto che il giudizio divisorio, nei momenti
topici (domanda, estimazione peritale, decisione) si esaurisca in tempi contenuti. Infatti in casi in
cui il giudizio divisorio non si esaurisca in tempi contenuti, ma vi sia una significativa protrazione,
la giurisprudenza non esclude la necessità di una nuova indagine estimativa che valga a
garantire l’effettiva rispondenza del valore delle quote ai dati reali del mercato (in tal senso, di
recente, Cass. 28 maggio 2012 n. 8493; Cass. 21 ottobre 2010 n. 21632).

Con il quarto motivo è lamentata la violazione e falsa applicazione degli artt. 456, 553,
559, 726, 746, 747 e 1282 c.c., e viene posta la dibattuta quaestio relativa al principio
nominalistico che assiste le poste pecuniarie derivanti dalle operazioni di cui agli artt. 536, 564,
comma 2, e 751 c.c.. La Corte delle leggi con sentenza n. 230 del 1985 ha affermato che la

Ebbene, nella specie, non è revocabile in dubbio che la valutazione del patrimonio immobiliare da

previsione di legge disciplinante le modalità di computo dell’asse ereditario non è irragionevole,
né contrasta con i precetti costituzionali, risolvendosi in una scelta, riservata al legislatore, fra più
soluzioni tutte astrattamente possibili. Né le ricorrenti prospettano elementi per riaprire il dibattito
relativo a tali approdi giurisprudenziali.

Quanto, poi, al mancato computo degli interessi legali sul valore attribuito al bene donato al
Cesana dalla data di apertura della successione fino al momento della collazione, va osservato

14

m

che le ricorrenti non colgono la ratio decidendi della sentenza impugnata, che muovendo dal fatto
che le originarie attrici avevano abbandonato le domande originarie per l’eventuale riduzione, ex
art. 555 c.c., della donazione al Cesena, non riassumendo nemmeno il giudizio nei confronti di
quest’ultimo, ha ritenuto ininfluente la mancata rivalutazione (anche attraverso il solo aggravio

parti, sicchè della donazione in questione si poteva tenere conto solo ai fini della determinazione
della porzione disponibile ex art. 556 c.c. (v. pagg. 16 e 17 dell’impugnata sentenza); tale
statuizione non è stata investita da alcuna critica delle ricorrenti.

Conclusivamente il ricorso va rigettato e le spese del giudizio di Cessazione, liquidate
come in dispositivo, attribui(Je sulla base del principio di soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti alla rifusione delle spese del giudizio di
Cessazione, che liquida in complessivi €. 12.200,00, di cui €. 200,00 per esborsi.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 15 marzo 2013.

degli interessi legali) del bene donato, essendo venuto meno il rapporto processuale tra dette

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA