Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2523 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2523

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8503/2021 proposto da:

A.I.P., rappresentato e difeso dell’Avv. Praticò

Alessandro, giusta procura speciale in calce al ricorso per

cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero dell’Interno;

-intimato –

avverso decreto n. cron. 1144/2021 del Tribunale di Torino emesso il

9 febbraio 2020 nel procedimento n. R.G. 11915/2019;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, A.I.P., cittadino nigeriano, ha adito il Tribunale di Torino impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria. Il ricorrente riferiva di aver lasciato il suo Paese per timore di essere ritenuto responsabile dei danni causati a seguito di un incendio e di subire ritorsioni dai politici nigeriani a causa della sua appartenenza all’organizzazione MASSOB, Movement for the actualization of Sovereign State of Biafra. Il Tribunale ha ritenuto che non fosse credibile il racconto del ricorrente, e che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione internazionale, avuto riguardo anche alla situazione generale della Nigeria, descritta con l’indicazione delle fonti di conoscenza (EASO 2018-2019; USDOS 2019; Amnesty International 2020). Il Collegio non ha ritenuto, altresì, integrati i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, non evincendosi particolari situazioni di vulnerabilità dalle prospettazioni del ricorrente che non aveva allegato nulla in ordine al suo percorso di integrazione socio-lavorativa e alla situazione familiare in Italia.

Avverso il predetto decreto A.I.P. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 13/3/2021, svolgendo tre motivi. L’intimata Amministrazione dell’Interno non si è costituita. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a)”Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 per aver considerato solo lo stato dell’Anambra il territorio di maggior radicamento (1999 2004 e 2011 – 2014), quando il ricorrente è nato nel 1989 nel Delta State in cui è rimasto fino al 1999 e ha vissuto anche nel Sokoto State dal 2004 al 2011″; b) Omessa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 comma 6, ante D.L. Salvini del 2018″; c) Violazione e falsa applicazione degli artt. 2,10 e 32 Cost, art. 3 Conv. Europea dir. Dell’Uomo e del D.Lqs. n. 286 del 1998, art. 19, commi 1.1. e 1.2 e art. 5, comma 6, come riformulati dal D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito in L. 18 dicembre 2020, n. 173, art. 360 c.p.c. comma 1, difetto di motivazione o aver motivato in maniera generica e senza sufficiente istruttoria nell’esame della domanda di protezione umanitaria e speciale”.

2. Nel ricorso, si lamenta la mancata valutazione della vicenda personale e delle condizioni del paese di origine ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria o speciale, ai sensi della L. n. 173 del 2020. Si riporta la normativa di riferimento, senza allegare nulla di specifico in merito alla situazione personale del ricorrente assumendo essenzialmente che la Riforma del 2020 avrebbe comportato che il richiedente, “per la vicenda umana e le condizioni del Paese d’origine” sia da ricomprendere tra i soggetti vulnerabili.

Viene dedotto del tutto genericamente anche un vizio di omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per omessa valutazione delle ragioni umanitarie.

Il Tribunale ha ritenuto di non riconoscere la protezione umanitaria, non avendo il ricorrente allegato la documentazione necessaria a comprovare sia la situazione familiare in Italia – avendo dichiarato di avere una compagna ed un figlio ma non avendo fornito documentazione circa l’effettiva presenza della moglie e del figlio in Italia, circa la paternità o il matrimonio o il ricongiungimento della coppia, – sia un significativo percorso di integrazione (essendo documentata solo la frequentazione di corsi di lingua).

Nel decreto vengono, altresì, riportate valutazioni inerenti la condizione del Paese di origine, anche con riferimento al MASSOB, Movement for the actualization of Sovereign State of Biafra.

A fronte di tali precise ragioni del decidere, il ricorso risulta del tutto generico.

Questa Corte (Cass. 13248/2021) ha precisato che la nuova disciplina della protezione umanitaria, introdotta con il D.L. n. 130 del 2020, conv. con modif. dalla L. n. 173 del 2020, entrata in vigore il 22 ottobre 2020, non trova applicazione nei giudizi di cassazione pendenti alla suddetta data, “stante il tenore letterale della norma transitoria prevista dal citato decreto-legge, art. 15, che prevede l’immediata sua applicazione ai procedimenti pendenti avanti alle commissioni territoriali, al questore ed alle sezioni specializzate, rendendo evidente che scopo della norma è quello di prevenire “la duplicazione di procedimenti amministrativi e di eventuali contenziosi, finalità che si attaglia ai procedimenti ed ai giudizi di merito”.

Peraltro, in ricorso, si precisa che la reintroduzione, nel corpo del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 comma 6, della clausola di salvaguardia rappresentata dagli obblighi costituzionali ed internazionali, è avvenuta in sede di conversione in legge “ovvero pochi giorni dopo la decisione di rigetto del ricorso”.

3. Per tutto quanto sopra esporto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA