Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2522 del 31/01/2017


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Cassazione civile, sez. II, 31/01/2017, (ud. 05/10/2016, dep.31/01/2017),  n. 2522

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20395/2012 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SILVIO

PELLICO 44, presso lo studio dell’avvocato ACHILLE CARONE,

rappresentato e difeso dagli avvocati CLAUDINO SACCUTI, ANGELO

LANCIONE;

– ricorrente –

contro

C.F., B.T., C.L.,

C.S., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA LEONARDO GREPPI 77,

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO RUGGERO BIANCHI, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato PIETRO REFERZA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 607/2011 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 07/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2016 dal Consigliere Dott. LINA MATERA;

udito l’Avvocato CARELLO Cesare, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato LANCIONE Angelo, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato BIANCHI Antonio Ruggero difensore dei resistenti che

si riporta agli atti depositati e chiede il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 16-1-2000 C.A. conveniva dinanzi al Tribunale di Teramo il fratello Ci.Al. e la moglie B.T., proponendo azione di riduzione in relazione a tre atti pubblici (una donazione, una compravendita ed una costituzione di rendita vitalizia a carattere oneroso) di cui i convenuti erano stati beneficiari ad opera dei genitori C.D. e V.E., entrambi deceduti e a seguito dei quali egli assumeva di essere stato spogliato di ogni diritto ereditario vantato nei confronti di questi ultimi. L’attore, pertanto, chiedeva che i convenuti restituissero alla massa ereditaria relitta dei genitori i beni immobili loro trasferiti, previa declaratoria di annullamento per simulazione del contratto di compravendita stipulato il (OMISSIS), con il quale la madre V.E. aveva trasferito a Ci.Al. la proprietà di un appezzamento di terreno agricolo in (OMISSIS), e previa declaratoria di nullità, per difetto di alea, del contratto di rendita vitalizia con trasferimento di un terreno con sovrastante fabbricato, stipulato il (OMISSIS) tra il padre C.D. e B.T., moglie di Ci.Al., contratto nel cui ambito la B. si era obbligata a versare una rendita annua di Lire 2.100.000 in favore di C.D. e, in caso di premorienza, in favore della moglie V.E. e a prestare agli stessi attività di assistenza. In conseguenza di tali accertamenti, l’attore chiedeva che si procedesse alla divisione delle masse relitte.

Con sentenza in data 10-3-2005 il Tribunale riconosceva come lesivo dei diritti dell’attore, quale legittimario, l’atto di donazione del (OMISSIS) effettuato da C.D. in favore di Ci.Al., e ne disponeva la riduzione fino a concorrenza della quota di riserva: respingeva, invece, sia la domanda di annullamento per simulazione che quella di nullità dirette verso gli altri due atti dispositivi.

Il gravame proposto dall’attore avverso la predetta decisione veniva rigettato dalla Corte di Appello di L’Aquila con sentenza in data 7-7-2011. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso C.A., sulla base di cinque motivi.

B.T., in proprio e quale erede di Ci.Al., nonchè C.F., L. e S., questi ultimi quali coeredi di Ci.Al., hanno resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo il ricorrente censura, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., la declaratoria di inammissibilità, per difetto di specificità dei motivi, dell’appello proposto avverso il rigetto della domanda di simulazione dell’atto di compravendita. Deduce che la Corte di Appello, avendo erroneamente ritenuto inammissibile l’impugnazione per mancata specificazione dei motivi, non ha dato risposta alle ulteriori doglianze sollevate dall’appellante ed alla conseguente richiesta di “rivisitazione della decisione” sulla base di una rilettura degli elementi indiziari acquisiti, tenendo conto del contesto familiare nel quale la vicenda si era sviluppata e delle altre circostanze evidenziate nel corpo del motivo.

Con il secondo motivo il ricorrente, con riferimento all’atto di costituzione di rendita vitalizia, lamenta l’errata applicazione dell’art. 2034 c.c., in relazione alla ritenuta ricorrenza, tra le ragioni del trasferimento dell’immobile, dell’adempimento di un’obbligazione naturale da parte di C.D. in favore della nuora B.T., a titolo di “remunerazione” per l’attività di assistenza prestata, fino a quel momento, in favore di V.E. (moglie del C.).

Deduce che, come evidenziato con l’atto di appello, il richiamo all’adempimento di un’obbligazione naturale non appare conferente, in quanto il C. non si era determinato a stipulare l’atto spontaneamente, ma dietro l’espressa minaccia formulata dalla B. di sospendere le prestazioni di assistenza in favore della V. nel caso in cui non si fosse proceduto al trasferimento dell’immobile in suo favore. Rileva, inoltre, che la Corte di Appello ha incongruamente ritenuto l’inammissibilità della deduzione, qualificandola come nuova: l’intenzione della B. di sospendere le prestazioni in difetto di trasferimento, infatti, era stata allegata dagli stessi convenuti all’atto della loro costituzione in giudizio, ed era stata formulata dall’attore già in sede di comparsa conclusionale di primo grado.

Con il terzo e quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 1872 c.c. e vizi di motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza di una valida causa del negozio e al giudizio di equivalenza tra le prestazioni gravanti sui contraenti del contratto di rendita vitalizia e di vitalizio alimentare, all’attività assistenziale svolta dalla convenuta in epoca precedente e successiva alla stipula del contratto aleatorio e alla ritenuta mancanza di prova dell’azione di nullità.

Sostiene, in particolare, che la sentenza impugnata non ha proceduto ad una adeguata indagine sulla ricorrenza dell’aleatorietà, quale requisito essenziale del contratto, essendo mancata una concreta valutazione delle prestazioni svolte o da svolgere dalla B., e non essendo stato accertato il valore dell’immobile. In particolare, la Corte di Appello ha omesso di motivare sulla richiesta di consulenza tecnica d’ufficio, contenuta nel corpo dell’appello e reiterata nelle richieste conclusive, tendente ad accertare l’effettivo valore dei beni immobili trasferiti con l’atto per notaio Vi. del (OMISSIS), nonchè il valore dei frutti ricavabili dai beni medesimi.

Con il quinto motivo, infine, il ricorrente si duole dell’errata applicazione dell’art. 1872 c.c., in ordine alla ritenuta imprevedibilità della durata delle prestazioni, non avendo la Corte di Appello esaminato le deduzioni svolte dall’appellante riguardo all’imminenza della morte di entrambi i vitaliziati ed alla conseguente inesistenza dell’alea.

2) Il primo motivo deve essere disatteso.

La Corte di Appello ha ritenuto inammissibile, per difetto di specificità, il primo motivo di gravame, inerente alla pronuncia di rigetto della domanda di annullamento della compravendita per simulazione. Essa ha rilevato, al riguardo, che il Tribunale ha dato ampia giustificazione delle ragioni che l’hanno indotto a ritenere che gli elementi indiziari addotti dall’attore (ivi compreso il rapporto di stretta parentela) non fossero idonei ad assurgere ad elementi di prova della simulazione, a fronte della piena prova della pattuizione del prezzo e della sua corresponsione al venditore, offerta dal convenuto. Ha osservato che tutti i punti dei quali l’appellante ha lamentato un’omessa ed inadeguata valutazione risultavano, al contrario, puntualmente valutati dal Tribunale e dallo stesso ritenuti neutri o di mero sospetto. Pur avendo stigmatizzato come aspecifica la doglianza formulata dall’appellante, pertanto, il giudice del gravame ha comunque rinviato “all’ampia e convincente motivazione fornita dal Tribunale”, che, pertanto, ha fatto propria.

Ciò posto, si rammenta che, secondo i principi affermati dalla giurisprudenza, è legittima la motivazione “per relationem” della sentenza pronunciata in sede di gravame, purchè il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto. Deve viceversa essere cassata la sentenza d’appello allorquando la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (Cass. 11-5-2012 n. 7347; Cass. 02/02/2006, n. 2268; Cass. 21/10/2005, 20454).

Nella specie, il giudice di appello, attraverso la motivazione resa, ha dimostrato di aver valutato sia i motivi di appello che le argomentazioni addotte dal primo giudice a sostegno della sua decisione, ritenendole congrue e condivisibili.

Tale punto della decisione non ha costituito oggetto di specifica censura da parte del ricorrente, il quale, con il motivo in esame, si limitato a dolersi della ritenuta inammissibilità del primo motivo ai gravame, senza muovere alcuna contestazione in ordine alla valutazione di merito espressa dalla Corte distrettuale.

3) Anche il secondo motivo è privo di fondamento.

La Corte di Appello, nell’evidenziare, con motivazione corretta sui piano logico e giuridico, che non può ritenersi “minaccioso” il comportamento di chi, avendo assistito taluno per tanti anni, non si senta più di continuare a rendere le prestazioni per essere le stesse divenute gravose, ha osservato che la circostanza che la prestazione (trasferimento dell’immobile) fosse stata estorta al C. dalla B. con minaccia di interrompere l’attività di assistenza, costituiva deduzione di fatti nuovi, mai dedotti dal convenuto in primo grado e, quindi, non ammissibile in sede di appello.

Il rilievo di inammissibilità della tesi della espressa minaccia, prospettata in appello, non risulta efficacemente contraddetto dal ricorrente, il quale ha sostanzialmente ammesso di aver dedotto la circostanza solo nella comparsa conclusionale di primo grado e, cioè, in un atto che, per sua natura, non può contenere nuove deduzioni e difese non rilevabili d’ufficio.

Quanto alle ammissioni asseritamente contenute nella comparsa di costituzione di primo grado dei convenuti, inoltre, è sufficientemente, leggere il passaggio trascritto a pag. 41 dello stesso ricorso (“l’enorme (Ndr: testo originale non comprensibile), al quale la deducente si è sottoposta per molti anni, senza ricevere alcun corrispettivo o mercede per le attività svolte, la condusse dichiarare la propria ferma intenzione di sospendere le proprie prestazioni, quanto meno di ridurne l’intensità ed il grado di gravosità: fu questa dichiarazione d’intenti che indusse il sig. C.D. a riconoscere il lavoro prestato dalla deducente, a discapito peraltro del suo nucleo familiare, e di perfezionare l’atto di trasferimento impugnato dall’attore”), per rendersi conto che la B. non ha affatto ammesso di avere minacciato il C. di sospendere le prestazioni assistenziali in caso di mancato trasferimento di immobili in suo favore.

Le ulteriori censure mosse con il motivo in esame involgono il merito delle valutazioni espresse dalla Corte territoriale, secondo cui il trasferimento dell’immobile costituiva, in parte, anche l’adempimento di un’obbligazione naturale, avendo il C. inteso remunerare la nuora B. per l’attività in precedenza svolta in favore della moglie V.E.; valutazioni che non sono censurabili in questa sede, in quanto sorrette da una motivazione congrua e immune da vizi logici.

4) Il terzo e il quarto motivo di ricorso, che per ragioni di connessione possono essere trattati congiuntamente, appaiono, invece, meritevoli di accoglimento.

La Corte di Appello, condividendo le valutazioni espresse dal Tribunale, ha ravvisato nell’atto per notaio Vi. del (OMISSIS), di trasferimento immobiliare da parte di C.D. in favore della B., con costituzione di rendita vitalizia a carico di quest’ltima, una fattispecie negoziale più complessa e atipica.

Più specificamente, secondo il giudice del gravame, nel predetto atto, all’interno della previsione di una rendita vitalizia onerosa (nella quale il contestato trasferimento dell’immobile ha avuto quale corrispettivo la costituzione di una rendita annua in favore del vitaliziato o di sua moglie in caso di premorienza) si è inserita, integrandola, anche la costituzione di un vitalizio alimentare, che ha comportato l’assunzione, da parte del soggetto tenuto alla rendita vitalizia, anche di un’ulteriore prestazione periodica di assistenza materiale (vitto, alloggio, spese mediche) e morale; vitalizio alimentare che costituisce a sua volta un contratto atipico, caratterizzato da una componente più accentuata di alea, essendo la prestazione incerta, sia riguardo alla durata, sia con riferimento ai quantum della prestazione periodica, dipendente dalle esigenze via via mutevoli del vitaliziato.

Accanto alla rendita vitalizia e al vitalizio alimentare, il giudice de gravame ha altresì individuato, nel contratto in esame, i caratteri dell’adempimento di un’obbligazione naturale, volto a compensare la B. per le prestazioni assistenziali già svolte nel passato.

Ciò posto, la sentenza impugnata ha ritenuto che il contenuto delle prestazioni assistenziali richieste alla B., in rapporto alle esigenze di vita e alle condizioni fisiche del beneficiario, all’epoca d stipula del contratto era sostanzialmente incerto, posto che lo stato di salute assai precario della V. perdurava da otto anni e non vi erano elementi da cui desumere la previsione di un imminente decesso e invece, lo stato di salute del C., pur settantanovenne, era discreto.

Ha aggiunto che l’aver ravvisato nella stipula del contratto anche i caratteri dell’adempimento di un’obbligazione naturale, per quanto B. aveva fatto in passato a livello assistenziale in favore del nucleo familiare del C., impediva di ritenere provata la circostanza posta a base della proposta domanda di nullità, e cioè che fosse prevedibile non solo la durata ma anche la natura delle prestazioni cui la B. si era impegnata, anche con riferimento all’asserita sproporzione tra l’attribuzione patrimoniale e la rendita prevista, pattuita, peraltro, insieme alle prestazioni tipiche del vitalizio alimentare.

In definitiva, secondo il giudice del gravame, il carico delle obbligazioni assunte dalla B. era da ritenere obiettivamente incerto, così come non era prevedibile l’equivalenza tra il trasferimento della proprietà immobiliare (anche perchè in parte giustificato come adempimento di un’obbligazione naturale) e le prestazioni vitaliziate da fornire.

Di qui la ritenuta infondatezza della domanda attrice di nullità del contratto in questione per mancanza del requisito dell’alea.

Le conclusioni cui è pervenuta al riguardo la sentenza impugnata prestano il fianco alle censure mosse dal ricorrente, essendo sganciate da ogni riferimento al valore dell’immobile trasferito dal C. alla B..

Giova rammentare che il contratto di vitalizio ha natura di contratto aleatorio, postulando l’esistenza di una situazione di incertezza circa il vantaggio o lo svantaggio economico che potrà alternativamente realizzarsi nello svolgimento e nella durata del rapporto: la mancanza di alea rende il contratto nullo per difetto di causa.

Come è stato affermato da questa Corte, in tema di rendita vitalizia realizzata mediante il trasferimento di un bene immobile in favore dell’obbligato al versamento periodico, l’aleatorietà del contratto, che sussiste a fronte di un’effettiva incertezza sui vantaggi ed i sacrifici derivanti reciprocamente alle parti dalle prestazioni, va verificata tenuto conto del valore dell’immobile trasferito al vitaliziante rispetto all’importo della rendita da erogare al vitaliziato per la probabile durata della vita dello stesso, e resta esclusa ove ricorra un’obiettiva sproporzione tra valore e rendita (Cass. 11-3-2016 n. 4825).

Anche il cosiddetto contratto atipico di mantenimento caratterizzato dall’aleatorietà, la cui individuazione postula la comparazione delle prestazioni sulla base di dati omogenei – quali la capitalizzazione della rendita reale del bene-capitale trasferito e la capitalizzazione delle rendite e delle utilità periodiche dovute nei complesso dal vitaliziante, secondo un giudizio di presumibile equivalenza o di palese sproporzione da impostarsi con riferimento al momento di conclusione del contratto ed al grado ed ai limiti di obiettiva incertezza, sussistenti a detta epoca, in ordine alla durata della vita ed alle esigenze assistenziali del vitaliziato (Cass. 19-7-2011 n. 15848).

Nella specie, pertanto, la Corte territoriale non avrebbe potuto esimersi dal compiere una verifica circa il valore dell’immobile trasferito, onde valutare se, al momento della stipulazione del contratto, in considerazione del peso complessivo della rendita e delle prestazioni assistenziali assunte dalla B., in rapporto alle probabilità di sopravvivenza dei vitaliziati, e pur tenendo conto della rilevata componente di adempimento di un’obbligazione naturale, il rischio per le parti contraenti potesse ritenersi identico, ovvero se, data l’obiettiva sproporzione tra le contrapposte prestazioni, fosse possibile determinare preventivamente i vantaggi derivanti dal contratto per una di esse: l’eventuale sproporzione fra il valore acquisito dalla B. il trasferimento della proprietà dell’immobile) rispetto all’importo delle prestazioni da corrispondere per la probabile durata della vita dei vitaliziati, avrebbe dovuto indurre il giudice di merito ad escludere l’aleatorietà del contratto, che consiste nella obiettiva incertezza sui vantaggi e i sacrifici reciprocamente derivanti alle parti dalle prestazioni assunte.

Di conseguenza, in accoglimento dei motivi in esame, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte di Appello di Roma, la quale procederà a nuovo esame, alla luce dei principi di diritto innanzi enunciati, e provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

Il quinto motivo di ricorso resta assorbito.

PQM

La Corte rigetta i primi due motivi di ricorso; accoglie il terzo e il quarto, assorbito il quinto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Roma.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

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