Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2522 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2522

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

D.M.M., rappresentato e difeso dall’avv. Tassinari

Rosaria in forza di procura speciale in calce al ricorso per

cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero Dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto n. 81/2021 del Tribunale di Bologna, depositato in

data 7 gennaio 2021;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso ex art. 35-bis del D.Lgs. n.25/2008, D.M.M., cittadino del Senegal, ha adito il Tribunale di Bologna impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e Alla protezione umanitaria. Il ricorrente esponeva di essere fuggito a causa di una disputa ereditaria insorta con lo zio.

Il Tribunale, all’esito dell’audizione, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, ritenendo, in particolare, che la vicenda narrata dal ricorrente fosse non credibile in quanto generica e non dettagliata. Inoltre, a parere del Tribunale, a prescindere dalla credibilità della storia posta a base dell’espatrio, non risulta alcun profilo di attualità del rischio per il ricorrente, essendosi questi trasferito dal proprio villaggio a Dakar diversi anni prima della sua partenza dal Senegal, senza aver ricevuto ulteriori minacce da parte dello zio e non avendo riferito di altre situazioni a lui pregiudizievoli a seguito del suo trasferimento nella capitale. Per quanto attiene alla specifica ipotesi di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il Tribunale ha escluso la sussistenza in Senegal di una situazione di violenza generalizzata sulla base delle informazioni acquisite d’ufficio. Infine, il Giudice di merito ha escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria in considerazione della mancanza di vulnerabilità specifiche del ricorrente, nonché della sua giovane età e della permanenza di legami familiari nel paese di origine.

Avverso il predetto decreto, D.M.M. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 5/2/2021, svolgendo tre motivi. L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a)” Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e 5, per non avere il Tribunale di Bologna Data pubblicazione 27/01/2022 applicato nella specie il principio dell’onere della prova attenuato così come affermato dalle S.U. con la sentenza 27310 del 2008 e per non aver valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti dal D.Lga. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione al punto 3 dell’art. 360 c.p.c. e per difetto di motivazione”; b) “Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) per non avere il Tribunale di Bologna riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata così come meglio definita nella sentenza della Corte di Giustizia C-465/07 meglio conosciuta come Elgafaji”; c) Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non avere il Tribunale di Bologna esaminato compiutamente la ricorrenza dei requisiti per la protezione umanitaria, omettendo di verificare la sussistenza dell’obbligo costituzionale ed internazionale a fornire protezione in capo a persone che fuggono da paesi in cui vi siano sconvolgimenti tali da impedire una vita senza pericoli per la propria vita ed incolumità”.

2. Il primo motivo di ricorso è volto a censurare la valutazione di credibilità svolta dal Tribunale. A parere del ricorrente, difatti, il Tribunale si sarebbe limitato a riscontrare la genericità del racconto senza specificare le ragioni di tale genericità, e senza aver provveduto a richiedere chiarimenti in relazione a eventuali dubbi o ulteriori specificazioni.

La doglianza è inammissibile, in quanto il ricorrente non tiene conto – e omette qualsiasi censura sul punto – della valutazione effettuata dal tribunale circa la non attualità del pericolo in considerazione del tempo trascorso a Dakar senza ricevere alcuna minaccia. Ad ogni modo, il motivo in esame risulta generico perché non richiama elementi della Data pubblicazione 27/01/2022 storia del richiedente che avrebbero dovuto essere valutati in modo diverso, risultando dunque non specifico. Invero, quanto alla violazione di legge, si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (cfr.Cass. 27593/2018 e Cass.29358/2018). Anche di recente (Cass. 11925/2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

3. Il secondo motivo di ricorso si duole del mancato riconoscimento di una minaccia grave e individuale alla vita del ricorrente derivante da una situazione di violenza indiscriminata così come definita dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La doglianza è inammissibile, in quanto mira a sollecitare una rivalutazione nel merito, non sindacabile in questa sede, sollecitando una diversa ricostruzione fattuale della situazione del paese di origine del ricorrente, ricorrendo peraltro unicamente al sito Viaggiare sicuri il cui scopo, come chiarito dalla Corte, coincide solo in parte con quello delle fonti di informazione utilizzabili nei procedimenti di protezione internazionale (Ord. Cass. n. 19980 del 2021).

4. Con il terzo motivo di ricorso si censura infine l’omessa applicazione della valutazione comparativa da svolgere ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria. In particolare, il ricorrente evidenzia l’integrazione raggiunta, comprovata dallo svolgimento di attività lavorativa dal 2018, la quale avrebbe dovuto essere messa in relazione alla sua situazione di vulnerabilità personale.

Il motivo è inammissibile, in quanto non si confronta con la motivazione della decisione impugnata nella parte in cui essa ha, da un lato, escluso la sussistenza di particolari vulnerabilità in capo al ricorrente e, dall’altro, escluso che una pur discreta integrazione sul territorio italiano possa comportare, isolatamente considerata, il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Le Sezioni Unite (Cass. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione Data pubblicazione 27/01/2022 comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando che non era stata neppure allegata documentazione dal richiedente, al fine di integrare il requisito della effettiva integrazione, sociale e lavorativa, nel nostro Paese e, nel ricorso, ci si limita a ritenere pregiudizievole il rientro nel Paese d’origine dopo anni di soggiorno in Italia, avendo il richiedente svolto attività lavorativa dal 2018 come bracciante agricolo ed essendosi lo stesso impegnato nell’apprendere la lingua italiana.

5. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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