Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2521 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 14/01/2022, dep. 27/01/2022), n.2521

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30882-2019 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G.B. VICO 1,

presso lo studio dell’avvocato PROSPERI MANGILI LORENZO,

rappresentata e difesa dall’avvocato BELTRAMI STEFANO giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.L., P.M., P.F., PI.MO.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MUGGIA 33, presso lo studio

dell’avvocato BELLI ANDREA, rappresentati e difesi dall’avvocato

BRUALDI RENATO giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 318/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 06/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/01/2022 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Pesaro, con la sentenza n. 139/2012, rigettava la domanda di M.M., C.M. e C.S., quali eredi di C.G., C.R., C.M. e C.R. nei confronti di P.L., P.F., P.M. e Pi.Mo., volta a far accertare il diritto degli attori a prendere parte alla divisione dell’asse ereditario di P.T., relativamente alla comproprietà dell’immobile in Fano alla via Tagliamento nonché ai titoli, azioni, crediti e denaro caduti in successione, nonché in via subordinata a ridurre le disposizioni testamentarie della P. per la lesione della quota di legittima del coniuge C.L.. Il Tribunale rilevava che in realtà il testamento di P.T. aveva disposto in favore del coniuge, C.G., un legato in sostituzione della quota di legittima e che per l’effetto unico erede era il fratello P.L..

Doveva, quindi, essere accolta l’eccezione di decadenza formulata dai convenuti, quali successori di P.L., che avevano rilevato che gli attori nel proporre la domanda avevano insistito per la conservazione dei beni assegnati in legato, il che precludeva l’ammissibilità dell’azione di riduzione.

La Corte d’Appello di Ancona, con la sentenza n. 318 del 6 marzo 2019, ha rigettato l’appello proposto da C.M., C.S. e M.M., regolando conseguenzialmente le spese del grado.

La Corte distrettuale, disattesa l’eccezione di inammissibilità dell’appello per la pretesa violazione dell’art. 342 c.p.c., osservava che alcuna specifica censura era stata rivolta avverso la sentenza di primo grado nella parte in cui, sul presupposto che la disposizione testamentaria in favore di C.L., fosse un legato tacitativo della quota di legittima, era stata accolta l’eccezione di decadenza per la mancata rinuncia al legato stesso. Il motivo di appello verteva, infatti, sulla corretta qualificazione dell’attribuzione testamentaria, in quanto le appellanti insistevano per il fatto che vi fosse stata in favore del loro dante causa una institutio ex certa re a titolo di erede.

La sentenza di secondo grado, disattendeva però tale censura ritenendo che l’esegesi della scheda testamentaria fosse il frutto di una congiunta e corretta valutazione sia del dato letterale che di quello logico, di guisa che la specifica attribuzione di beni determinati in favore del coniuge rispondeva all’intento di tacitare i suoi diritti di legittimario, con l’attribuzione di beni che permettessero il mantenimento del medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, permanendo nel godimento dell’abitazione con la titolarità esclusiva delle liquidità successorie.

Per la cassazione di tale sentenza C.M. ha proposto ricorso per cassazione, articolato su quattro motivi.

Resistono con controricorso P.L., P.F., Pi.Mo., e P.M..

Preliminarmente rileva la Corte che il ricorso, sebbene relativo all’impugnazione di una sentenza emessa all’esito di un giudizio al quale avevano preso parte una pluralità di soggetti che avevano ab origine proposto domanda di contenuto analogo a quello della ricorrente e sul presupposto della qualità di eredi del preteso legittimario leso, non risulta essere stato notificato nei confronti di tutti gli altri attori che hanno preso parte al precedente giudizio di merito, non essendo stato infatti indirizzato anche nei confronti di C.M., C.R., C.S. e M.M..

E’ bensì vero che nella specie si versa in un caso di litisconsorzio necessario, anche nel grado di impugnazione, per cui sarebbe indispensabile l’impugnazione della sentenza nei confronti di tutte le parti; con la conseguenza che dovrebbe disporsi, ai sensi dell’art. 331 c.p.c., l’integrazione del contraddittorio nei confronti dei litisconsorti necessari, a cui il ricorso non è stato in precedenza notificato.

Senonché, occorre ribadire che il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dall’art. 111 Cost., comma 2 e dagli artt. 6 e 13 della Convenzione Europea dei diritti del l’uomo e delle libertà fondamentali) impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c., da sostanziali garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità (art. 111 Cost., comma 2) dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti (Cass. 17 giugno 2013 n. 15106; Cass. 8 febbraio 2010 n. 2723; Cass., Sez. Un., 3 novembre 2008, n. 26373; Cass., Sez. 3, 7 luglio 2009, n. 15895; Cass., Sez. 3, 19 agosto 2009, n. 18410; Cass., Sez. 3, 23 dicembre 2009, n. 27129).

In applicazione di detto principio, essendo il presente ricorso (per le ragioni che andranno ad esporsi nel prosieguo) prima facie infondato, appare superflua la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio nei confronti delle altre parti, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti.

Il primo motivo di ricorso denuncia la nullità della sentenza e del procedimento ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 in quanto la sentenza sarebbe stata emanata in data antecedente alla formazione del collegio giudicante.

Si evidenzia che da un’annotazione comparsa nel fascicolo telematico della causa in appello, il collegio giudicante si sarebbe costituito solo in data 3 dicembre 2018 e cioè quattro gironi dopo la data della deliberazione indicata in sentenza.

Il motivo è infondato.

Come evidenziato dalla parte controricorrente, il Collegio che ha deciso la controversia è il medesimo dinanzi al quale sono state precisate le conclusioni e la sentenza risulta emessa all’esito della scadenza dei termini per gli scritti conclusionali di cui all’art. 190 c.p.c., il che esclude che possa ravvisarsi la nullità della decisione, non potendosi attribuire alcuna valenza ad una mera annotazione generata dal sistema informatico di gestione del procedimento, annotazione che potrebbe rispondere alla diversa finalità di assicurare il deposito della sentenza in forma digitale, ma senza che ciò possa incidere sulla validità della decisione, quanto alla composizione del collegio.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione dei criteri ermeneutici di interpretazione delle clausole testamentarie ex art. 1362 e ss. c.c. nonché dell’art. 2697 c.c., mentre il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 588 c.c..

Si rileva che la sentenza avrebbe malamente applicato le regole di interpretazione dei contratti, suscettibili di estensione anche al testamento, senza però indagare quale fosse la reale volontà della de cuius.

La sentenza ha valorizzato solo l’utilizzo dell’espressione “a saldo di ogni sua ragione sulla mia successione”, che precedeva le attribuzioni in favore del marito della testatrice, traendo da tale espressione l’intento di disporre un legato ex art. 551 c.c..

In realtà tale clausola accompagna solo il lascito dell’usufrutto generale vitalizio ma non è presente anche nella disposizione che concerne titoli, azioni e crediti, né nella previsione che impone al coniuge di versare ai nipoti della defunta una somma di denaro.

Non può ritenersi che l’attribuzione di tali liquidità costituisca un’assegnazione di beni determinati, ma rappresentando l’attribuzione di un’intera categoria di beni ereditari, implica una volontà di istituzione quale erede ex art. 588 c.c..

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono infondati.

Quanto alla contestazione in merito alla corretta applicazione dell’art. 588 c.c., bisogna innanzitutto ricordare che è consolidato orientamento di questa Corte quello secondo cui, nell’interpretazione del testamento, il giudice di merito, mediante un apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se congruamente motivato, deve accertare, in conformità al principio enunciato dall’art. 1362 c.c., applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria, quale sia stata l’effettiva volontà del testatore, valutando congiuntamente l’elemento letterale e quello logico ed in omaggio al canone di conservazione del testamento (Cass. n. 24163/2013; 23278/2013). In particolare, l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale, ove il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli ed individuati beni (Cass. n. 23393/2017).

Inoltre (cfr. Cass. n. 24163/2013), in tema di distinzione tra erede e legatario, ai sensi dell’art. 588 c.c., l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale (“institutio ex re certa”) qualora il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli, individuati, beni, così che l’indagine diretta ad accertare se ricorra l’una o l’altra ipotesi si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito e, quindi, incensurabile in cassazione, se congruamente motivato.

Nella fattispecie emerge che la sentenza gravata, nel pervenire all’approdo interpretativo qui contrastato, è partita proprio dal tenore letterale delle espressioni usate nell’atto di ultima volontà, combinando tale criterio con la necessità di una verifica della logicità delle disposizioni, alla luce del criterio della conservazione delle volontà testamentarie. In tal modo ha offerto una puntuale disamina dei vari elementi invece valorizzati a suo favore dalla parte ricorrente, che in tal modo propone una alternativa ricostruzione delle volontà testamentarie senza però offrire argomenti che consentano di reputare quella privilegiata dal giudice di merito come connotata da assoluta implausibilità o illogicità.

La sentenza impugnata ha, in primo luogo, valorizzato il richiamo alla volontà della de cuius di tacitare i diritti di legittimario del coniuge, sottolineando l’importanza dell’espressione “a saldo di ogni sua ragione sulla mia successione”, che precedeva l’attribuzione dell’usufrutto universale sull’immobile costituente la casa familiare.

Ha poi rilevato che tale intento si completava con l’attribuzione anche dei beni mobili, arredi e corredi della casa e con la titolarità di titoli, azioni e crediti, all’evidente scopo di assicurare al coniuge, per tutta la durata della sua vita, le medesime condizioni economiche di cui aveva goduto in costanza di matrimonio.

E’ in tale prospettiva che anche l’attribuzione di beni determinati vale come legato, senza che potesse rilevare il fatto che quanto alle liquidità si facesse riferimento alla loro totalità, in quanto, a differenza del caso esaminato da Cass. n. 13310/2002, che per tale ipotesi propendeva per un’istituzione di erede, nella vicenda in esame doveva prevalere la volontà tacitativa della quota di legittima, come manifestata con la detta espressione.

Inoltre, anche l’analisi sintattica della scheda testamentaria non consentiva di isolare tra loro le varie disposizioni a favore del coniuge, essendovi un chiaro legame tra le stesse.

La ripetizione del verbo “lascio” riferita all’attribuzione dell’usufrutto e delle liquidità, nonché l’utilizzo dell’avverbio “altresì” permetteva di legare tra loro le varie attribuzioni e di riferire tutte alla volontà di prevedere un legato, non potendo spiegare alcuna efficacia la diversa previsione che imponeva al coniuge di versare delle somme di denaro in favore dei nipoti (trattandosi in punto di diritto di una previsione che oltre che gravare sull’erede, ben può gravare anche sul legatario, facendo ricorso all’istituto del sublegato).

Inoltre, la sentenza si è premurata anche di esaminare letteralmente la previsione concernente la dazione di tali somme, rilevando che il termine consegnare, in luogo di versare, corrispondere o pagare, sottintendeva il convincimento della testatrice che si dovesse trattare di un’operazione meramente materiale, per il fatto che dovevano essere riversate delle somme di cui era certa l’effettiva esistenza nel patrimonio, senza quindi il coinvolgimento dell’eventuale patrimonio personale del marito, come potrebbe invece verificarsi nel caso di istituzione a titolo di erede.

L’ampia, esaustiva e convincente motivazione legittima quindi la incensurabilità dell’approdo interpretativo cui è pervenuta la Corte distrettuale e denota quindi l’infondatezza delle censure proposte.

Il quarto motivo di ricorso denuncia che non si sarebbe tenuto conto della possibilità per la ricorrente di poter rinunciare al legato in sostituzione della quota di legittima anche nel corso del giudizio, trattandosi di una condizione dell’azione.

Inoltre, essendo venuto meno il legato di usufrutto generale, per la morte del legatario, ed ancor prima che lo stesso avesse avuto conoscenza delle disposizioni testamentarie, il legato ormai riguarderebbe solo beni mobili, potendo la rinuncia essere effettuata anche verbalmente.

Il motivo è inammissibile in quanto non si confronta con il tenore della sentenza impugnata che all’inizio della pagina 8 ha chiaramente rilevato che non era stata censurata con i motivi di appello l’affermazione del Tribunale secondo cui la ricorrente (unitamente alle altre originarie parti attrici) era decaduta dall’esercizio dell’azione di riduzione, e ciò in quanto sia prima di instaurare la controversia che durante tutto il corso del giudizio, avevano insistito nella pretesa di conservare il legato (cfr. sentenza d’appello pag. 5).

Ne discende che la questione risulta ormai preclusa, essendo coperta dal giudicato interno l’affermazione del Tribunale che, per l’ipotesi di conferma della qualificazione delle attribuzioni in favore del C.L., quale legato ex art. 551 c.c., ha escluso la possibilità di poter agire in riduzione, avendo manifestato le istanti la preferenza per il legato.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Poiché il ricorso è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente, al rimborso delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

 

 

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