Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2521 del 04/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 04/02/2020, (ud. 15/10/2019, dep. 04/02/2020), n.2521

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CIRIELLO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15772-2016 proposto da:

I.L., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MARIAGRAZIA CARUSO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 615/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 07/07/2015 R.G.N. 275/2010.

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Bologna respingeva il ricorso proposto da I.L. nei confronti della s.p.a. Poste Italiane, volto a conseguire l’accertamento del diritto all’inquadramento nel livello C senior c.c.n.l. di settore e la condanna della società alla adibizione a mansioni confacenti di telegrafista (corrispondenti a quelle espletate per oltre un ventennio) o di sportellista, ovvero ad altre mansioni equivalenti, con i consequenziali effetti in tema di retribuzione e di risarcimento dei danni da demansionamento.

Detta pronunzia veniva confermata dalla Corte distrettuale che, in estrema sintesi, modulava il proprio iter argomentativo facendo richiamo ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui “la contrattazione collettiva è autorizzata a porre meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale, prevedendo la fungibilità funzionale tra le mansioni per sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire a valorizzazione della professionalità potenziale di tutti i lavoratori inquadrati in quella qualifica, senza incorrere nella sanzione della nullità comminata dall’art. 2103 c.c.”

Deduceva, quindi, che dopo l’entrata in vigore del c.c.n.l. 26/11/1994, non vi era stata una automatica prorogatio del sistema pubblicistico delle qualifiche funzionali e delle categorie, poichè, secondo il D.L. n. 487 del 1993, art. 6, conv. in L. n. 71 del 1994, solo la volontà delle parti collettive poteva stabilire transitoriamente, la permanenza della disciplina pubblicistica in relazione a taluni aspetti del rapporto; di conseguenza il nuovo sistema introdotto dal citato c.c.n.l. del 1994 aveva contemplato la piena fungibilità e surrogabilità delle mansioni classificate, escludendo che all’interno dell’area esistessero più differenze di qualifiche, ma individuando solo posizioni economiche differenziate.

Avverso tale decisione I.L. interpone ricorso per cassazione sostenuto da unico motivo, illustrato da memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Resiste con controricorso la s.p.a. Poste Italiane.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con unico motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,1363,2103 c.c., del c.c.n.l. Poste in vigore dal 1/1/2004 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè degli artt. 112, 115, 116 c.p.c., artt. 2059 e 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Ci si duole che il giudice del gravame, nello scrutinare l’esercizio dello jus variandi da parte del datore di lavoro, abbia formulato il giudizio sulla equivalenza fra le mansioni in precedenza svolte e quelle successivamente assegnate, esclusivamente in astratto, omettendo di verificare se le nuove mansioni ascritte avessero salvaguardato il livello professionale acquisito e garantito lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacità professionali.

2. Il motivo è fondato e va accolto.

La Corte distrettuale nel proprio incedere argomentativo, si è collocata nell’alveo della giurisprudenza di legittimità secondo cui (vedi Cass. S.U. 24/11/2006 n. 25033,) la contrattazione collettiva, muovendosi nell’ambito, e nel rispetto, della prescrizione posta dell’art. 2103 c.c., comma 1, è autorizzata a porre meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale prevedendo, con apposita clausola, la fungibilità funzionale tra le mansioni per sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire la valorizzazione della professionalità potenziale di tutti i lavoratori inquadrati in quella qualifica, senza incorrere nella sanzione della nullità comminata del citato art. 2103 c.c., comma 2.

La Corte ha, tuttavia, tralasciato di considerare che nella sentenza richiamata, e in numerosi successivi approdi, si è rimarcato come tale principio non possa in ogni caso compromettere la garanzia prevista dall’art. 2103 c.c. – nella formulazione anteriore alla novella operata con il D.Lgs. n. 81 del 2015 – che opera anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva, precludendo l’indiscriminata fungibilità di mansioni per il solo fatto dell’accorpamento convenzionale.

Si è, infatti, con condivisibile approccio, affermato che il lavoratore addetto a determinate mansioni non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorchè rientranti nella medesima qualifica contrattuale dovendo, per contro, procedere ad una ponderata valutazione della professionalità del lavoratore al fine di salvaguardare, in concreto, il livello professionale acquisito e di fornire un’effettiva garanzia dell’accrescimento delle capacità professionali del dipendente (V., tra le altre, Cass. 6/11/2018 n. 28240Cass. 3/2/2015 n. 1916, Cass. 25/9/2015 n. 19037, Cass. 4/3/2014 n. 4989, Cass. 11/11/2009 n. 23877).

Nello scrutinio attinente al corretto esercizio dello jus variandi da parte del datore di lavoro, è dunque, necessario accertare che le nuove mansioni conferite siano aderenti alla specifica competenza tecnico professionale del dipendente e siano tali da salvaguardarne il livello professionale acquisito, in una prospettiva dinamica di valorizzazione della capacità di arricchimento del bagaglio di conoscenze ed esperienze, ed in coerenza coi dettami di cui all’art. 2103 c.c., il cui baricentro, (come affermato da Cass. cit. SU n. 25033/2006) è dato proprio dalla protezione della professionalità acquisita dal prestatore di lavoro.

Non può al riguardo, tralasciarsi di considerare che con l’assegnazione delle mansioni – che è una manifestazione del potere direttivo datoriale viene determinato il contenuto dell’obbligazione di svolgere la prestazione lavorativa sicchè con un atto unilaterale si producono effetti giuridici nella sfera del lavoratore il quale, pertanto, versa in una situazione di soggezione, che viene bilanciata dal legislatore con la previsione di limitazioni e prescrizioni relative all’esercizio del suddetto potere, poste a garanzia del lavoratore.

Va infatti al riguardo rammentato come dal riconoscimento costituzionale della personalità morale e della dignità del lavoratore, sancito dagli artt. 2,4 e 32 Cost., che costruiscono detti valori come diritti inviolabili, derivi il diritto fondamentale del lavoratore al pieno ed effettivo dispiegamento della sua professionalità, espletando le mansioni che gli competono; e che, quale corollario di tali enunciati, la lesione di tale posizione giuridica soggettiva assume attitudine generatrice di danni a contenuto non patrimoniale, in quanto idonea ad alterare la normalità delle relazioni del lavoratore con il contesto aziendale in cui opera, del cittadino con la società in cui vive, dell’uomo con se stesso.

Orbene, la Corte di merito non si è conformata agli enunciati principi, avendo arrestato la propria indagine ermeneutica ad un giudizio di astratta comparazione fra le diverse declaratorie contrattuali inserite nella medesima area individuata dalle parti sociali, senza procedere ad uno scrutinio delle mansioni effettivamente esplicate dal lavoratore anteriormente all’esercizio dello jus variandi da parte datoriale, raffrontandole con quelle successivamente ascritte al lavoratore, ed in tal modo omettendo di verificare se l’esplicazione del potere direttivo-organizzativo riservata all’imprenditore, fosse stata rispettosa del livello professionale acquisito secondo la prospettiva dinamica definita, con orientamento privo di contrasti dalla giurisprudenza di legittimità, nei sensi innanzi descritti

La sentenza impugnata deve, quindi, essere cassata con rinvio alla Corte designata in dispositivo, la quale procederà a scrutinare compiutamente la vicenda delibata osservando i suindicati principi e provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 febbraio 2020

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