Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25201 del 24/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 24/10/2017, (ud. 09/05/2017, dep.24/10/2017),  n. 25201

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21722-2013 proposto da:

G.S., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA POMEZIA 44, presso lo studio dell’avvocato PIERO FARALLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANGELA CERUTI;

– ricorrente –

contro

B.E., (OMISSIS), L.R. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA TIBURTINA 548, presso lo studio

dell’avvocato ROSITA AURELIO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato FABRIZIO POGGI LONGOSTREVI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 988/2012 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 13/07/2012.

Fatto

PREMESSO

CHE:

1. Con atto di citazione del 1990 G.S. e V.G. chiedevano che fosse accertata l’illegittimità di alcune opere poste in essere da B.E. e L.R., ordinato ex art. 2933 c.c.l’abbattimento delle stesse e disposta la condanna a risarcire i danni; deceduta nel corso del giudizio V.G., il processo era interrotto e veniva riassunto da G.S. in proprio e quale erede della moglie. Il Tribunale di Parma, rigettata la domanda di riduzione in pristino, “in parziale accoglimento della domanda volta a limitare le immissioni fastidiose” ordinava a B. e Bu. “di provvedere entro i tre mesi estivi alla sistemazione del fosso di guardia” e li condannava, a titolo di parziale indennizzo, a rimborsare le spese processuali.

2. B. e L. impugnavano la sentenza, facendo valere la carenza di legittimazione attiva di G., il vizio di ultrapetizione e contestando il provvedimento di condanna alle spese. La Corte d’appello di Bologna, con pronuncia del 13 luglio 2012, in parziale riforma della sentenza impugnata: ha dichiarato il difetto di legittimazione attiva di G.S. quale successore della moglie; ha ritenuto nulla la sentenza impugnata circa l’ordine di sistemazione del fosso di guardia; ha dichiarato che gli appellanti nulla devono a titolo di indennizzo e per le spese processuali di primo grado; ha compensato le spese d’appello.

3. G.S. propone ricorso per cassazione. B.E. e L.R. resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 111 c.p.c.: la Corte d’appello ha sbagliato nel ritenere fondata l’eccezione di difetto di legittimazione dell’attore in riassunzione G.S., in quanto egli non è soltanto sostituto processuale della defunta moglie ma è lui stesso titolare di un proprio interesse ad agire oltre a rivestire, in sede di riassunzione, la qualità di unico erede della moglie V.G..

E’ vero che la Corte d’appello ha errato nell’affermare la mancanza di legittimazione attiva di G.S. quale “attore in riassunzione per la posizione di V.G.”. La Corte ha ritenuto che, risultando dagli atti di causa che gli attori avevano nel corso del giudizio di primo grado donato alla figlia gli immobili in relazione ai quali avevano lamentato la lesioni dei loro diritti e che quindi il giudizio era proseguito ai sensi dell’art. 111 c.p.c. con i coniugi quali sostituti processuali della figlia, una volta deceduta V.G. il marito, anche se suo unico erede, non sia subentrato nella sua posizione di sostituto processuale.

Questo è appunto errato, in quanto “il trasferimento inter vivos del diritto controverso determina, agli effetti dell’art. 111 c.p.c., la prosecuzione del processo tra le parti originarie, non venendo meno la legitimatio ad causam della parte cedente, sì che in caso di decesso di quest’ultima il rapporto processuale non subisce alterazioni, ma solo vicende interruttive, trasmettendosi la legittimazione ad agire e a resistere in giudizio, in base all’art. 110 c.p.c. dal de cuius agli eredi” (Cass. n. 15107/2014).

G.S., pertanto, unico erede di V.G., è subentrato nella posizione della moglie ed era quindi il soggetto legittimato ad agire in riassunzione, come sostituto processuale della figlia, non solo in proprio – come ha affermato la Corte d’appello ma anche quale erede della moglie.

L’errore posto in essere dalla Corte d’appello non ha però inciso sul decisum, in quanto la Corte, dopo aver fatto la suddetta affermazione, ha poi comunque esaminato il merito relativo alla posizione del G. “quale sostituto processuale ex art. 111 c.p.c.”. La sentenza impugnata, pertanto, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., va corretta laddove afferma “la carenza di legittimazione attiva di G.S. nella riassunzione del processo per quanto attiene alla posizione di sostituto processuale che faceva capo a V.G.”, ma non è soggetta a cassazione sotto questo profilo.

2. Il secondo motivo fa valere violazione dell’art. 112 c.p.c.: la Corte d’appello ha sbagliato nel ritenere che la sentenza di primo grado sia viziata per ultrapetizione laddove ha ordinato a B. e L. di provvedere alla “sistemazione del fosso di guardia secondo le esigenze dei luoghi”.

La censura è infondata. La Corte d’appello ha correttamente ritenuto, interpretando le domande proposte anche alla luce delle conclusioni formulate da parte attrice, che la sistemazione del fosso non sia stata chiesta essendo stata avanzata solo la domanda di riduzione in pristino.

3. Il terzo motivo denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 844 c.c.: il giudice di primo grado avrebbe correttamente liquidato in favore dei coniugi G. un indennizzo, sulla base di “una motivazione corretta e ineccepibile”.

La censura è priva di fondamento. Il ricorrente non spiega infatti quale sia la violazione o falsa applicazione della disposizione posta in essere dalla Corte d’appello che ha riformato il capo della sentenza di primo grado che ha attribuito un indennizzo a fronte della mancanza – come riconosce lo stesso ricorrente – di specifiche violazioni o immissioni eccedenti la normale tollerabilità ai sensi dell’invocato art. 844 c.c.

4. Il quarto motivo – che fa valere violazione o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. – è strettamente legato al precedente: la Corte d’appello, nell’affermare che “per dipiù l’indennizzo è stato concesso sotto forma di condanna alla rifusione delle spese di lite, in contrasto quindi con l’art. 91 c.p.c.” avrebbe errato in quanto il riferimento alle spese ha solo costituito un equo parametro.

La censura non può essere accolta. L’osservazione della Corte è infatti ad abundantiam e non costituisce la ragione della riforma del capo che aveva attribuito l’indennizzo al ricorrente e, in ogni caso, non ha errato la Corte nell’affermare che l’indennizzo è stato concesso sotto forma di condanna alla rifusione delle spese perchè così è in effetti avvenuto essendo quello l’unico provvedimento circa le spese del giudizio (cfr. le pp. 15 e 16 della sentenza di primo grado).

5. Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese di lite, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore dei controricorrenti che liquida in Euro 3.200 per compensi, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge.

Sussistono, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ex art. 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale della sezione seconda civile, il 9 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2017

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