Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2520 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2520

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE X

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3134/2021 proposto da

D.A., rappresentato e difeso dall’avv. Clementina (p.e.c.

(OMISSIS)) per procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso

dall’Avvocatura Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi

uffici in Roma via dei Portoghesi 12;

– resistente –

avverso il decreto n. 93/2021 del Tribunale di Napoli, depositato in

data 12 gennaio 2021;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, D.I., cittadino del Gambia, ha adito il Tribunale di Napoli impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, e di Data pubblicazione 27/01/2022 protezione umanitaria.

Nel richiedere la protezione internazionale il ricorrente esponeva di aver lasciato il proprio paese a causa delle difficili condizioni di vita. Il Tribunale non ha ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione. In particolare il Tribunale ha ritenuto le dichiarazioni rese dal ricorrente credibili ma non rilevanti ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, avendo il medesimo dichiarato di essere espatriato a causa delle difficoltà economiche e non avendo lo stesso rappresentato alcun timore di persecuzione in caso di rimpatrio. Inoltre, il Tribunale ha escluso la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata nel paese di origine del ricorrente sulla base delle COI acquisite d’ufficio (ECOI. Net. 2019; USDOS, 2018). Neppure rilevava il periodo di due mesi trascorso in Libia, nel quale il ricorrente assumeva di essere stato arrestato e di avere subito maltrattamenti, in difetto di allegazione di conseguenze gravi, fisiche o psichiche. Quanto, infine, alla protezione speciale di cui al D.L. n. 130 del 2020, applicabile ratione temporis, ai sensi dell’art. 15 (che ne dispone l’applicazione ai procedimenti pendenti, pur essendo, nella specie, la domanda di riconoscimento della protezione proposta dal richiedente in data anteriore al 5/10/2018, di entrata in vigore della pregressa normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018), il Tribunale ha escluso la sussistenza dei presupposti per il suo riconoscimento in considerazione dell’assenza di vulnerabilità personali, anche con riferimento ad eventuali rischi collegati alla pandemia da COVID-19, e di profili di integrazione (nulla essendo stato allegato sul punto). Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione Ibrahima Diallo, notificato il 22/1/2021, svolgendo quattro motivi. L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.II ricorrente lamenta: a) ” I. Errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6,7,8 e 14 – status di rifugiato e protezione sussidiaria; b) Errores in iudicando – violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, – Protezione di carattere umanitario (ex art. 360 c.p.c., n. 3); c) Errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e art. 27, comma 1-bis – omessa istruttoria ex officio (ex art. 360 c.p.c., n. 3); d) Errores in procedendo – omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (ex art. 360 c.p.c., n. 5)”.

2. Con il primo motivo di ricorso, ci si duole del mancato riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria nonostante le motivazioni che avrebbero spinto il ricorrente a presentare domanda di protezione internazionale.

La doglianza è inammissibile, in quanto non si confronta con la motivazione fornita dal Tribunale circa il diniego della protezione internazionale, andando a sindacare la valutazione negativa della credibilità del ricorrente, che invece è stato ritenuto credibile dal Giudice del merito. Al di là di un mero richiamo alla disciplina applicabile, il motivo non presenta alcun elemento specifico in relazione alla situazione personale del ricorrente, menzionando anche il rischio di possibili “ulteriori violenze”, senza che nessun episodio di violenza sia stato mai allegato quale causa dell’espatrio.

3. Il secondo motivo di ricorso lamenta il mancato riconoscimento della protezione umanitaria in virtù della condizione di vulnerabilità, oggettiva e soggettiva, del ricorrente determinata dalla giovane età, dall’assenza di legami sociali attuali e dalle molteplici criticità del Paese di origine e dalle violenze patite nei paesi di transito.

Il quarto motivo di ricorso, logicamente connesso al secondo, è volto a censurare l’omesso esame degli elementi di vulnerabilità soggettiva e oggettiva forniti dal ricorrente quali la giovane età, l’assenza di legami sociali attuali, il clima di diffusa insicurezza nella regione di provenienza, l’integrazione socio-culturale sul territorio italiano. A parere del ricorrente, tali elementi sarebbero stati decisivi, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria.

Le due censure sono inammissibili. Invero, viene operata una disamina della giurisprudenza di legittimità in materia di protezione umanitaria senza tuttavia fornire alcun elemento specifico circa eventuali vulnerabilità del ricorrente, risolvendosi in una mera elencazione generica, non supportata dall’indicazione di allegazioni puntuali riportate in sede di giudizio di merito. Parimenti, anche il quarto motivo di ricorso non presenta chiari riferimenti a cosa sarebbe stato allegato né tanto meno alla fase di giudizio in cui tale allegazioni sarebbero state portate alla cognizione del Giudice del merito. Ora, il Tribunale ha rilevato nel decreto impugnato che era stato prodotto un unico contratto di lavoro (della durata di cinque mesi, scaduto a dicembre 2018) e, dal ricorso, non è possibile evincere se e quando gli altri due contratti sianono stati allegati durante il giudizio di merito.

In ogni caso, le Sezioni Unite (Cass. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. n. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, Data pubblicazione 27/01/2022 meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando che non era stata neppure allegata sufficiente documentazione dal richiedente, al fine di integrare il requisito della integrazione effettiva, sociale e lavorativa, nel nostro Paese, essendosi il richiedente limitato ad allegare di vivere in Italia da molti anni e di non potere ritornare in Gambia.

La decisione risulta del tutto conforme a diritto.

4. Il terzo motivo di ricorso censura la violazione del dovere di cooperazione istruttoria da parte del Giudice del merito, per non aver svolto una valutazione sufficientemente approfondita in merito alla situazione socio-politica del paese di origine e di quelli ove il richiedente è transitato, avendo utilizzato fonti non attuali e non avendo disposto l’audizione personale del ricorrente.

Anche tale doglianze e’, in parte, inammissibile. Il ricorrente manca di indicare quali siano i fatti alternativi desumibili da fonti informative successive, dovendosi confermare i principio di diritto già espresso da questa Corte (Cass. 30105/2018) secondo cui ” il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “Ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo per contro addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte”. In ricorso, in sostanza, ci si limita ad allegare Data pubblicazione 27/01/2022 COI 2017-2018, contrapponendo all’interpretazione delle fonti data dal giudice di merito, altra valutazione, in ordine alla situazione socio-politica nel Paese d’origine.

Quanto alla mancata audizione del richiedente, la doglianza è infondata. Al riguardo, questa Corte ha di recente affermato (Cass. 5973/2019) che “nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, ancorché non obbligatoria in base alla normativa vigente “ratione temporis” (anteriore alle modifiche intervenute con il D.L. n. 13 del 2017 conv. con modif. dalla L. n. 46 del 2017), all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purché sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale. Ne deriva che il Giudice può respingere una domanda di protezione internazionale che risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero”. Questa Corte ancora da ultimo (Cass. 21584/20) ha chiarito che “nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinnanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda; b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) quest’ultimo nel ricorso non ne faccia istanza, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire i predetti chiarimenti, e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile”. Si è poi precisato (Cass. 25312/2020) che il ricorso per cassazione con il quale sia dedotta, in mancanza di videoregistrazione, l’omessa audizione del richiedente che ne abbia fatto espressa istanza, deve contenere l’indicazione puntuale dei fatti che erano stati dedotti avanti al giudice del merito a sostegno di tale richiesta, avendo il ricorrente un preciso onere di specificità della censura.

Nella specie, il Tribunale ha rilevato che tutti gli elementi necessari erano stati già raccolti e non erano stati allegati fatti nuovi in ricorso, con conseguente non necessità di nuova audizione.

5. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

 

 

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