Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25183 del 07/12/2016


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Cassazione civile sez. lav., 07/12/2016, (ud. 20/07/2016, dep. 07/12/2016), n.25183

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3392-2015 proposto da:

AZIENDA SPECIALE “STAZIONE SPERIMENTALE PER LE INDUSTRIE DELLE

ESSENZE E DERIVATI AGRUMI” DI REGGIO CALABRIA, C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA PAOLO EMILIO 57, presso lo studio

dell’avvocato MARCO SERRA, rappresentato e difeso dall’avvocato

PATRIZIA MALARA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CAPPELLE SUL TAVO 3, domiciliato in ROMA, VIA CAPPELLE SUL TAVO

3, presso lo studio dell’avvocato CATERINA TRIPODI, rappresentato e

difeso dall’avvocato DOMENICO MASSIMO PEDONE, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1171/2012 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 04/02/2014 r.g.n. 1122/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/07/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’avvocato MALARA PATRIZIA;

udito PEDONE DOMENICO MASSIMO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Reggio Calabria con sentenza n. 1172 in data 13 luglio 2012 – quattro febbraio 2014, pronunciando sul gravame interposto da P.A., giusta il ricorso del 29 ottobre 2009, contro la Stazione sperimentale industrie essenze e derivati degli agrumi di Reggio Calabria, disattesa ogni altra istanza, in parziale riforma dell’impugnata pronuncia n. 1468/1607-2009, emessa dal locale giudice del lavoro, per il resto confermata, dichiarava che tra le parti era intercorso rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con decorrenza dal 16 luglio 2011, condannando, per l’effetto, parte appellata al pagamento, in favore del P., di un’indennità (L. n. 183 del 2010, ex art. 32), pari a otto mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori dal 29 maggio 2008 (data di costituzione in mora) fino al saldo. Inoltre, dichiarava compensate per la metà le spese di lite per entrambi i gradi del giudizio, ponendo il residuo a carico dell’appellata – appellante incidentale.

In effetti, con la sentenza di primo grado la domanda dell’attore era stata accolta in parte, dichiarando il rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti dal 16 luglio 2001 al 31 dicembre 2004, data questa di cessazione del rapporto, di seguito a precedenti proroghe (mentre nella sentenza di appello si precisa che sul punto la motivazione della decisione gravata era oscura e che ad ogni modo doveva escludersi il mutuo consenso, tenuto conto della equivocità della condotta serbata dal lavoratore, da (OMISSIS), allorchè il rapporto era ripreso, sebbene in base ad altri contratti part-time).

Avverso l’anzidetta sentenza, pubblicata mediante deposito il 4 febbraio 2014, e non notificata, l’AZIENDA SPECIALE Stazione Sperimentale proponeva ricorso per cassazione, come da atto notificato il due febbraio 2015, di seguito a richiesta del 26 gennaio 2015, affidato in effetti a TRE motivi, laddove la quarta deduzione, intitolata violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in tema di regolamento delle spese, si riduce in concreto ad una richiesta di condanna della controparte al rimborso delle medesime spese, come effetto derivante dall’invocata cassazione dell’impugnata sentenza.

P.A. ha resistito mediante controricorso, depositato il 17 marzo 2015, eccependo altresì inammissibilità dell’impugnazione avversaria.

La ricorrente ha depositato, infine, memoria ex art. 378 c.p.c., eccependo tra l’altro l’irrituale notifica del controricorso, siccome eseguita direttamente ed esclusivamente alla stessa parte, presso la sua sede di Reggio Calabria, e non già presso il procuratore domiciliatario in Roma, di modo che ex art. 370 c.p.c., in mancanza di tale notificazione (al ricorrente nel domicilio eletto, entro venti giorni dalla scadenza del termine stabilito per il deposito del ricorso), la parte intimata non può presentare memorie, ma soltanto partecipare alla discussione orale.

Previ avvisi di rito, entrambe le parti sono comparse all’udienza pubblica, fissata per la discussione al 20 luglio 2016.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, formulato ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la ricorrente, ai fini della risoluzione consensuale del rapporto, ha dedotto l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione alla valutazione dell’inerzia del lavoratore dopo la cessazione del rapporto di lavoro a tempo determinato (31 ottobre 2004, per cui successivamente in data 16 marzo 2006 veniva stipulato un nuovo contratto, part-time; intervallo di tempo da cui il giudice di primo grado aveva desunto la formazione del mutuo consenso allo scioglimento del rapporto al 31 dicembre 2004). Peraltro, si assume pure che a pag. 14 della memoria di costituzione con appello incidentale la Stazione Sperimentale aveva pure così dedotto: “Non appaiono conducenti ai fini di causa le giustificazioni addotte dall’appellante (principale?). La circostanza, secondo la quale egli non avrebbe fino al 2008 mai provveduto a chiedere la tutela giudiziaria dei suoi diritti, confidando nell’accoglimento delle richieste già avanzate alla Stazione Sperimentale, non può giustificare l’inoperosità del lavoratore e non consente di escludere l’intervenuta cessazione del rapporto lavorativo. Orbene, secondo la ricorrente, il particolare profilo dell’argomento non aveva trovato alcuna trattazione nel corpo della sentenza.

Ad avviso della ricorrente, la sentenza de qua non aveva valutato l’esatta durata dell’intervallo tra la cessazione del rapporto di lavoro e la richiesta giudiziale di tutela, con l’invocata conversione a tempo indeterminato di quel risalente rapporto di lavoro. Nè, secondo la ricorrente, l’inerzia poteva considerarsi cessata al 16 marzo 2006, avendo in tale data le parti stipulato un nuovo contratto, mentre il titolo sul quale era stata fondata la domanda risaliva al mese di luglio 2001, con conseguente operatività sino al 2004 (a tutto il 31 dicembre). Per contro, la domanda di conversione (rectius: azione di nullità parziale, peraltro come noto imprescrittibile) risaliva al sei ottobre 2008 (recte maggio 2008, costituzione in mora, da cui la decorrenza degli accessori, ritenuta nella decisione di appello).

Dunque, non si era trattato soltanto di 15 mesi, ma di un intervallo durato sette anni e nove mesi.

Con il secondo motivo è stata denunciata violazione e falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3) del D.Lgs. n. 368 del 2001, con riferimento all’argomentazione della pronuncia impugnata, laddove si era ritenuta la nullità del termine, con conseguente conversione, in base alla normativa previgente al D.Lgs. n. 368 del 2001.

Secondo la ricorrente, il primo contratto, di luglio 2001, aveva fatto espresso riferimento al D.P.R. n. 171 del 1991 ed al c.c.n.l. del compatto ricerca, che a loro volta rimandavano alla disciplina di cui alla L. n. 56 del 1987, art. 23 donde pure il regime transitorio di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 11, comma 2.

Pertanto, l’omesso esame di questi argomenti, decisivi per una serena valutazione delle questioni oggetto del giudizio, integrava una lacuna della sentenza, che sotto tale profilo andava pertanto cassata.

Con il terzo motivo, poi, la ricorrente si è doluta dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione alla stipula del contratto di lavoro a tempo determinato, secondo la disciplina dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001 – in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Preliminarmente, è fondata l’eccezione d’inammissibilità da ultimo sollevata dalla ricorrente, con sede in Reggio Calabria alla via Tommaso Campanella 12, la quale risulta però in atti aver eletto domicilio in Roma alla via Paolo Emilio n. 57 presso lo studio dell’avv. Marco Serra. Il controricorso, invece, è stato notificato a mezzo posta, come da relata del sei marzo 2015, all’Azienda Speciale, in persona del suo l.r.p.t., presso l’avv. Marco Serra in Reggio Calabria alla via Tommaso Campanella 12. Di conseguenza, opera la previsione di cui al secondo periodo dell’art. 370 cit., comma 1 sicchè, in difetto della notifica presso l’anzidetto domicilio, eletto nella capitale, non sono ammesse memorie per il controricorso, ma unicamente la partecipazione alla discussione ex art. 379 cit. codice di rito (sulla scorta della procura speciale, conferita in calce al controricorso, dal P., che resta di per sè ad ogni modo valida ed efficace).

Ciò premesso, il ricorso va considerato inammissibile in forza delle seguenti considerazioni.

Deve, invero, subito precisarsi, in ordine al primo e al terzo motivo, che la prima parte della sentenza d’appello (pagg. 2/3) è dedicata alla motivazione, in base alla quale veniva, preliminarmente, deciso di rigettare l’appello incidentale di parte convenuta, esaminato in via prioritaria per ragioni di ordine logico, sul punto confermandosi quindi le argomentazioni svolte dal primo giudicante, mentre la seconda parte della sentenza riguarda l’appello principale, accolto per quanto di ragione mediante l’esclusione del mutuo consenso, invece ritenuto dal tribunale. Dunque, la prima parte della sentenza, nel motivare il rigetto dell’appello incidentale, argomentava di conseguenza anche le ragioni in base alle quali il primo contratto era stato ritenuto nullo, relativamente al solo termine finale ivi apposto.

Orbene, posto che la sentenza di appello risulta più che sufficientemente argomentata, oltre che corretta sotto il profilo logico – giuridico, le doglianze di parte ricorrente non sono ammissibili per quanto concerne gli anzidetti rilievi circa i pretesi difetti di motivazione. Ed invero, nella specie, sebbene il dispositivo della sentenza de qua indichi la data del 13 luglio 2012, la stessa risulta pubblicata, mediante deposito in cancelleria il 4 febbraio 2014, di guisa che si applica il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (secondo cui il ricorso per cassazione è ammesso unicamente per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti), perciò senza alcun rilievo della motivazione di per sè sola (n. 5 così sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, lett. b), conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, norma che, inoltre, per espressa previsione dell’art. 54 D.L. cit.: “si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”, avvenuta il 12 agosto 2012).

Sul punto vale la pena ribadire quanto pur recentemente affermato da questa Corte (3^ sezione civile), con la sentenza n. 11892 del 21/12/2015 – 10/06/2016, secondo cui il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (la sentenza n. 11892/16 ha chiarito meglio in motivazione che nel vigore del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5, secondo la lettura data dalle Sezioni Unite nelle citate sentenze, la riconducibilità del cattivo esercizio del prudente apprezzamento della prova ai sensi dell’art. 116 deve ora decisamente escludersi, atteso che detto vizio risulta così individuato: “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)….

La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dall’art. 54… deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto “materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. Anomalia questa che è riconducibile alla violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4).

Basti qui rilevare quanto osservato dalla Corte territoriale, la quale, nel disattendere l’appello incidentale, con riferimento al D.P.R. n. 171 del 1991, art. 23 e art. 20 del c.c.n.l., rilevava che la censura si fondava su di un documento prodotto per la prima volta in secondo grado (verbale del consiglio di amministrazione 23-02-2001), ed in ogni caso perchè il possesso degli specifici requisiti richiesti andava correlato a singoli programmi, di cui non si era fatta nemmeno menzione. Inoltre, quanto alle censure riguardanti l’applicazione del sopravvenuto D.Lgs. n. 368 del 2001 alle proroghe, avutesi negli anni 2003 e 2004, ogni trattazione appariva superflua, risultando assorbente che il primo contratto (con decorrenza 16 luglio 2001, stipulato ai sensi del D.P.R. n. 171 per la durata di anni due) era (già) parzialmente nullo relativamente all’apposizione del termine (con conseguente conversione a tempo indeterminato, sicchè a nulla rilevavano gli atti successivi).

Infatti, nel successivo passaggio argomentativo, la Corte reggina, nell’accogliere l’appello principale, ha evidenziato l’oscurità dell’affermazione fatta dal primo giudicante, secondo cui la cessazione del rapporto alla scadenza (31-12-04) dell’ultima proroga sarebbe conseguita alla “esecuzione bilaterale del termine”, nonchè la palese contraddittorietà di ciò rispetto alla contestuale dichiarazione d’illegittimità dell’apposizione di quel termine. Inoltre, la Corte territoriale ha richiamato pertinente giurisprudenza per escludere nella specie il mutuo consenso in ordine alla cessazione del rapporto per il solo trascorrere del tempo (Cass. lav. n. 23057 del 15-11-2010, secondo cui nel rapporto di lavoro a tempo determinato, la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sè insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso in quanto, affinchè possa configurarsi una tale risoluzione, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo dovendosi, peraltro, considerare che l’azione diretta a far valere la illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, per violazione delle disposizioni che individuano le ipotesi in cui è consentita l’assunzione a tempo determinato, si configura come azione di nullità parziale del contratto per contrasto con norme imperative ex art. 1418 c.c. e art. 1419 c.c., comma 2, di natura imprescrittibile pur essendo soggetti a prescrizione i diritti che discendono dal rapporto a tempo indeterminato risultante dalla conversione “ex lege” del rapporto a tempo determinato cui era stato apposto illegittimamente il termine. In senso conforme v. tra le altre Cass. n. 2279 del 2010. Cfr., peraltro, più di recente Cass. lav. n. 13791 del 6/7/2016, secondo cui in caso di azione di nullità ex art. 1418 c.c., per contrasto con norme imperative, imprescrittibile, l’inerzia del lavoratore costituisce un elemento di per sè neutro, se non accompagnato da altre circostanze significative di una chiara e certa volontà di rinuncia).

Quindi, è stata esclusa ogni ipotesi di risoluzione per mutuo consenso, erroneamente ricavata dalla sola condotta, in sè equivoca, per di più protratta per un periodo di tempo nient’affatto significativo (poco più di 15 mesi, da dicembre 2004 all’inizio del successivo rapporto instaurato nel marzo 2006).

Trattasi di motivazione sufficiente in ordine ai fatti salienti di cui si discuteva, laddove soprattutto è stata comunque senz’altro congruamente esaminata l’asserita inerzia del lavoratore dopo la cessazione del rapporto di lavoro a tempo determinato, di cui poi al ricorso introduttivo del giudizio in data sei ottobre 2008.

Pertanto, vanno disattesi il primo ed il terzo motivo del ricorso, risultando inammissibili le censure ivi svolte ex art. 360 c.p.c., n. 5 a fronte delle motivazioni complessivamente emergenti dal testo della pronuncia impugnata, da cui ben si comprende la sua ratio decidendi, peraltro corretta in punto di diritto, e secondo cui, in sintesi, il primo contratto a termine, di luglio 2001, era soggetto alla disciplina di legge allora vigente (per cui all’epoca non operava ancora il Decreto Legislativo 6 settembre 2001, n. 368 – Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICE, dal CEEP e dal CES- in G.U. n. 235 del 9-10-2001, entrato quindi in vigore il 24/10/2001, il cui art. 11, poi, abrogava da tale data di entrata in vigore la L. 18 aprile 1962, n. 230, e successive modificazioni, la L. 25 marzo 1983, n. 79, art. 8-bis la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 nonchè tutte le disposizioni di legge comunque incompatibili e non espressamente richiamate nel medesimo decreto legislativo). Quindi, il suddetto contratto a termine era da considerarsi nullo, fin dal 16-07-2001, relativamente all’apposizione del termine finale, con conseguente sua trasformazione a tempo indeterminato, sicchè, esclusa ogni ipotesi di mutuo consenso per la sua cessazione, de jure continuava ad operare, nonostante anche le successive proroghe e nonostante i successivi contratti part-time.

Parimenti, va disatteso l’anzidetto secondo motivo di ricorso, visto che non risulta debitamente allegato, nè ritualmente prodotto (cfr. le prescrizioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, nonchè art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), il contratto collettivo rilevante ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23. Infatti, l’estensione di nuovi contratti a termine ex art. 23 cit. (che configura una “delega in bianco” a favore delle oo. ss., cfr. Cass. sez. un. civ. n. 4588 del 02/03/2006 e numerose altre conformi) intanto opera se e nei limiti in cui la contrattazione collettiva espressamente lo consenta. Nella specie, però, la ricorrente non solo non ha prodotto il contratto collettivo, ma nemmeno ne ha riportato il testo (utile e rilevante ai sensi dell’art. 23 cit.); per di più neanche ha indicato se, dove, quando e come lo abbia a suo tempo allegato e prodotto, di guisa che sul punto la censura di cui al secondo motivo finisce con l’essere inammissibile ed improcedibile ai sensi delle succitate norme di rito. D’altro canto, a nulla rileva in proposito il solo D.P.R. 12 febbraio 1991, n. 171 (recepimento delle norme risultanti dalla disciplina prevista dall’accordo per il triennio 1988-1990, concernente il personale delle istituzioni e degli enti di ricerca e sperimentazione, di cui alla L. 9 maggio 1989, n. 168, art. 9 – G.U. n. 132 del 7-6-1991 – Suppl. Ordinario n. 34), che rendeva esecutivo l’accordo per il triennio 1988-90 sottoscritto dalle delegazioni di parte pubblica e sindacale in data 14 novembre 1990, confermato in data 10 gennaio 1991. Infatti, l’art. 23 di cui all’allegato accordo, relativo al personale dipendente da istituzioni ed enti di ricerca, in tema di contratti a termine, non richiama in alcun modo la c.d. delega in bianco di cui alla L. n. 56 del 1987, art. 23 limitandosi a stabilire che per lo svolgimento di programmi di ricerca e per la gestione di infrastrutture tecniche complesse gli enti ed istituzioni di cui alla L. n. 168 del 1989, art. 9 potranno procedere ad assunzioni, con contratto a termine della durata massima di cinque anni, di personale di ricerca e di personale tecnico di elevato livello ed esperienza, anche di cittadinanza straniera.

Di conseguenza, mancando il c.c.n.l., cui genericamente rimanda nelle sue asserzioni parte ricorrente, e non risultando ad ogni modo dal succitato art. 23 alcun rinvio alla suddetta c.d. delega in bianco, nemmeno può qui venire in rilievo il regime transitorio contemplato del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 11 (cfr. in part. i commi 2 e 3: “2. In relazione agli effetti derivanti dalla abrogazione delle disposizioni di cui al comma 1, le clausole dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulate ai sensi della citata L. n. 56 del 1987, art. 23 e vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo, manterranno, in via transitoria e salve diverse intese, la loro efficacia fino alla data di scadenza dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

3. I contratti individuali definiti in attuazione della normativa previgente, continuano a dispiegare i loro effetti fino alla scadenza.”).

Per giunta, nel caso di specie tale problematica, con specifico riguardo alla L. n. 56 del 1987, art. 23 e al D.Lgs. n. 368, art. 11 non risulta essere stata per nulla affrontata dal giudice di merito con la sentenza della quale la ricorrente invoca la cassazione. Nè, come già accennato, il ricorso ha precisato la sede ed i termini in cui la questione sarebbe stata posta in primo ed in secondo grado.

Dunque, il ricorso va dichiarato inammissibile, con conseguente condanna alle spese della parte rimasta soccombente, liquidate come da seguente dispositivo, tenuto conto soltanto della partecipazione del difensore del P. alla pubblica udienza di discussione in data 20 luglio 2016, in forza della procura speciale in calce al controricorso, per il resto inammissibile, attesa la suddetta nullità della sua notifica.

Inoltre, stante l’esito negativo dell’impugnazione, parte ricorrente è tenuta come per legge al versamento dell’ulteriore contributo unificato.

PQM

la Corte dichiara INAMMISSIBILE il ricorso e condanna parte ricorrente al rimborso delle spese in favore dell’intimato, che liquida in Euro 1500,00 (millecinquecento/00) per compensi professionali, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2016

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