Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25172 del 07/12/2016


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Cassazione civile sez. I, 07/12/2016, (ud. 28/10/2016, dep. 07/12/2016), n.25172

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26769-2010 proposto da:

REGIONE CALABRIA, in persona del Presidente della Giunta Regionale

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. NICOTERA 29,

presso lo STUDIO LEGALE CASALINUOVO E ASSOCIATI, rappresentata e

difesa dall’avvocato ANGELA MARAFIOTI, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

IMPRESE RIUNITE PRATTICO’ – GIUNTA – ZAFFINO – CREA S.R.L., (P.I.

(OMISSIS)), già S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE LIBIA 33, presso

l’avvocato LORENZO DE MEDICI, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIUSEPPE ARICO’, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 264/2010 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 15/07/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/10/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato GORI STEFANO, con delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato ARICO’ GIUSEPPE che ha

chiesto il rigetto del ricorso e deposita n. 1 cartolina di

ricevimento;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

IACOVIELLO Francesco Mauro, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il tribunale di Reggio Calabria respinse la domanda con la quale la s.p.a. Imprese riunite Pratticò-Giunta-Zaffino-Crea aveva chiesto che fosse risolta, per inadempimento della regione Calabria, una convenzione di appalto per la realizzazione di opere di trasferimento dell’abitato di (OMISSIS), colpito negli anni 70, da eventi alluvionali; respinse anche la conseguente domanda di risarcimento dei danni.

Su gravame della società, la corte d’appello di Reggio Calabria, con sentenza in data 15-8-2010, notificata il 30-8-2010, ribaltò la decisione.

Per quanto in effetti rileva, la corte d’appello premise che il rapporto era stato disciplinato dalla convenzione in data 18-7-1980, la quale aveva fatto riferimento a consegne dei lavori per fasi successive e omogenee ai sensi del R.D. n. 350 del 1895, art. 10, u.c. da effettuarsi non appena fossero stati resi disponibili i relativi finanziamenti che la regione si era impegnata a reperire in tempi ragionevoli. Dopo la regolare consegna e il completamento dei lavori delle prime tre fasi, la regione era rimasta inadempiente all’obbligo di consegna dei lavori della quarta e ultima fase.

Ad avviso della corte d’appello, ciò era da considerare rilevante nell’ottica dell’azione di risoluzione ex adverso proposta giacchè, contrariamente a quanto sostenuto dal tribunale, ai verbali delle due riunioni antecedenti alla consegna della terza fase dei lavori, in date 19-5-1987 e 8-6-1987, non era possibile attribuire la funzione di negozi tesi a risolvere anticipatamente il contratto di appalto. Sicchè l’obbligo di consegna dei lavori di cui alla quarta fase discendeva direttamente dalla convenzione del luglio 1980, la quale era rimasta valida ed efficace tra le parti in mancanza di atti di recesso unilaterale o di risoluzione consensuale, ovvero di accordi modificativi regolarmente sottoscritti.

Una volta affermata la sopravvivenza del contratto, il mancato affidamento dei lavori di cui alla quarta fase, corrispondente al completamento dell’opera appaltata, aveva quindi concretizzato, a dire del giudice d’appello, un inadempimento della stazione appaltante di non scarsa importanza, tale da legittimare la domanda di risoluzione e la consequenziale domanda di danni.

Avverso la sentenza, la regione Calabria ha proposto ricorso per cassazione sorretto da tre motivi, ai quali la società ha replicato con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo di ricorso la regione Calabria censura la sentenza per violazione degli artt. 806, 808 e 38 c.p.c., nonchè per violazione del D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 43 quale parte integrante della convenzione inter partes, per non aver rilevato d’ufficio l’incompetenza per materia del giudice ordinario in favore di quella arbitrale. Sottolinea che nell’art. 3 della convenzione era stata esclusa per le parti la facoltà di deroga a tale competenza.

Il primo motivo è inammissibile perchè la competenza arbitrale non è stata invocata a sostegno di un’eccezione sollevata dinanzi al tribunale.

La regione è rimasta contumace in quel giudizio e la questione risulta prospettata per la prima volta in questa sede di legittimità.

3. – Col secondo e col terzo motivo di ricorso la regione, deducendo rispettivamente l’inapplicabilità alla fattispecie degli artt. 1453 e 1455 c.c., la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 10 e il vizio di motivazione, censura la sentenza per aver ritenuto che la mancata consegna dell’ultimo lotto dei lavori aveva costituito inadempimento tale da giustificare la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni.

Il secondo motivo è fondato e ciò determina, atteso il suo riferirsi a questione puramente giuridica, l’assorbimento del terzo.

4. L’impugnata sentenza, per quanto in lunga motivazione, ha associato l’accoglimento della domanda al rilievo che, “in ordine alla quarta fase dei lavori”, gli obblighi “continuavano a discendere dalla convenzione del luglio 1980, pienamente valida ed efficace in assenza di atti di recesso unilaterale o di una risoluzione consensuale, ovvero di accordi modificativi regolarmente approvati e sottoscritti dalle parti”.

Dalla sopravvivenza del rapporto ha tratto la conclusione che l’ente appaltante, avendo mancato di affidare (consegnare) i lavori della cd. quarta fase, era rimasto inadempiente a un preciso obbligo contrattuale e tale situazione doveva fondare l’accoglimento della risoluzione invocata.

5. – L’affermazione della corte reggina è assolutamente errata dal momento che è pacifico, in base alla stessa sentenza, che l’appalto supponeva che i lavori sarebbero stati “consegnati per fasi successive ed omogenee ai sensi e per gli effetti del R.D. 25 maggio 1895, n. 350, art. 10, u.c.”.

Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo, la consegna dei lavori, negli appalti pubblici, rientra tra gli atti di cooperazione che fanno carico al creditore (la stazione appaltante) e che sono necessari affinchè l’appaltatore possa puntualmente adempiere all’obbligazione di fare assunta col contratto.

Il dovere di cooperazione, sebbene definito anche da questa corte come “obbligo” (v. Sez. 1″ n. 21484-04, n. 7069-04) e fonte di responsabilità contrattuale, non dà all’appaltatore il diritto di azione per conseguire la consegna dei lavori e di quanto necessario a eseguire l’appalto.

L’appaltatore, soprattutto, non può agire per la risoluzione del contratto in guisa dell’inosservanza del suddetto dovere di cooperazione e di consegna, nè per conseguire i consequenziali danni, essendogli accordata, in caso di ritardo (o di omissione) dell’amministrazione nella consegna dei lavori, la sola possibilità di presentare istanza di recesso.

Unicamente al mancato accoglimento di tale istanza può conseguire l’insorgere di un diritto al compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo (oltre a un congruo prolungamento del termine originariamente convenuto). E finanche il riconoscimento di un diritto al risarcimento può venire in considerazione solo se l’appaltatore abbia preventivamente esercitato tale facoltà di recesso, dovendosi altrimenti presumere che egli abbia considerato ancora eseguibile il contratto, senza ulteriori oneri a carico della stazione appaltante (v. Sez. 1^ n. 7069-04, n. 21484-04, n. 5951-08, n. 4780-12).

Poichè è certo, in base a quanto stabilito dalla sentenza, che il recesso non venne esercitato, ne deriva che mai si sarebbe potuta accogliere la domanda di risoluzione per inadempimento e la consequenziale domanda di danni.

6. – L’impugnata sentenza va dunque cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa anche nel merito, con pronuncia di rigetto delle domande (di risoluzione e di danni) proposte dall’impresa appaltatrice.

Le spese del giudizio di merito possono essere compensate, ravvisandosi giusti motivi nella non semplice ricostruzione in fatto della vicenda.

Le spese del giudizio di cassazione vanno poste a carico dell’impresa soccombente.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo e dichiara assorbito il terzo; cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta le domande proposte dall’impresa appaltatrice; compensa le spese relative alle fasi del giudizio di merito e condanna l’impresa a quelle relative al giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 13.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione prima civile, il 28 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2016

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