Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2515 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2515

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6817/21 proposto da:

D.S., rappresentato e difeso dall’avv. Roberta Carraro per

procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi uffici in Roma via

dei Portoghesi 12;

– resistente –

avverso il decreto n. 710/2021 del Tribunale di Venezia, depositato

in data 25 gennaio 2021;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore consigliere

Dott.ssa Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, D.S., cittadino della Guinea, ha adito il Tribunale di Venezia impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria. Nel richiedere la protezione internazionale, il ricorrente esponeva di aver lasciato il suo paese di origine dopo essere stato accoltellato dal fratello della propria compagna, da sempre contrario alla loro relazione (da cui era nata anche una figlia).

Il Tribunale, all’esito dell’audizione, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di

protezione, in particolare essendo la vicenda narrata non credibile in quanto vaga e generica, non essendo stato in grado il richiedente né di fornire una concreta ragione per cui egli non possa (o non abbia potuto in passato) ricevere protezione da parte delle autorità nazionali, né di indicare in quali rischi incorrerebbe in caso di rimpatrio. Inoltre il Tribunale ha escluso, sulla base delle COI acquisite d’ufficio (Human Rights Practices 2019, Amnesty International 2020, UNHCR), la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata nel paese di origine. Infine, il giudice di merito ha escluso la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria in virtú di una insufficiente integrazione e della mancanza di particolari condizioni di vulnerabilità anche in considerazione del giudizio di non credibilità della sua prospettazione.

Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione D.S., notificato il 23/2/2021, articolato in cinque motivi. L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza con riferimento alla negazione della protezione internazionale con una motivazione contraddittoria su questione centrale della controversia in punto di attendibilità del ricorrente, essendosi ritenuti rilevanti elementi di dettaglio al fine di escludere il riconoscimento della protezione internazionale; b) Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) per falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5; c) Nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per motivazione solo apparente e non espressione di un potere deliberativo in relazione alle citazioni di fonti informative sulla situazione del paese d’origine; d) Violazione di legge con riferimento al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione, in relazione ai contributi documentali forniti dal difensore del ricorrente sia con riguardo alla documentazione medica attestante gli esiti delle lesioni subite in Libia sia con riguardo alla documentazione attestante la sufficiente integrazione del ricorrente nel nostro paese; e) Nullità del procedimento con riguardo all’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’illegittima omissione dell’avviso al ricorrente L. n. 241 del 1990, ex art. 7, da anteporre alla decisione della commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale con conseguente nullità del decreto impugnato che si fonda su un procedimento invalido.

2. Il primo motivo di ricorso è volto a censurare la valutazione di credibilità svolta dal Tribunale, la quale sarebbe in parte contraddittoria e in parte incentrata su elementi secondari della vicenda. In relazione al primo profilo il ricorrente evidenzia la contraddittorietà della motivazione del Tribunale laddove dapprima ritiene credibile il ricorrente quanto alla sua condizione personale e sociale, per poi negare la sua credibilità poche righe più avanti.

Quanto al secondo profilo il ricorrente contesta la centralità e rilevanza degli elementi considerati contraddittori e non credibili dal Giudice del merito (relazione con la fidanzata, cicatrici da accoltellamento, descrizione dell’aggressione subita).

La censura è inammissibile.

Deve osservarsi che la motivazione della decisione impugnata, molto articolata, evidenzia, sia pure formulando ipotesi alternative sulla credibilità, le ragioni reali per cui il giudizio complessivo è negativo. Tutti gli aspetti significativi della vicenda narrata dal richiedente sono stati esaminati ed il giudizio di complessiva inattendibilità del racconto costituisce apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Invero, quanto alla violazione di legge, si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (cfr. Cass. 27593/2018 e Cass. 29358/2018).

Anche di recente (Cass. 11925/2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dall’art. 3, comma 5, del D.Lgs. n. 251 del 2007, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

3. Con il secondo motivo si contesta il provvedimento impugnato, laddove ha sostenuto che vi fosse la necessità di produrre, ai fini della dimostrazione della credibilità del narrato, la documentazione medica attestante la compatibilità tra le cicatrici presenti sul corpo del ricorrente e delle riferite lesioni da arma da taglio.

La censura è inammissibile in quanto non tiene conto che il dovere di cooperazione incombe anche sul ricorrente, il quale avrebbe dovuto attivarsi per ottenere un certificato attestante la compatibilità delle sue cicatrici con ferite da arma da taglio, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. b.

Le doglianze mirano in realtà a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente, al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

4. Il terzo motivo di ricorso censura la violazione del dovere di cooperazione istruttoria del giudice del merito, il quale avrebbe indicato le fonti utilizzate attraverso il mero richiamo dei link relativi ai report citati, e avrebbe ingiustificatamente ignorato le fonti prodotte dal ricorrente di chiaro segno opposto rispetto a quanto affermato nel provvedimento di rigetto.

La doglianza è inammissibile, in quanto, contrariamente a quanto lamentato dal ricorso, il Tribunale ha indicato in modo chiaro e preciso le fonti utilizzate, riportando il contenuto specifico di una di esse (report USDOS ed altri) e riassumendo le informazioni evincibili dalle altre. Il ricorso, inoltre, non richiama quali fossero le diverse fonti allegate nel corso del giudizio del merito.

Non ricorre un vizio di motivazione apparente. Come osservato dalle S.U. di questa Corte (Cass. S.U. 22232/2016) “La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perché affetta da “error in procedendo”, quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture”.

In realtà, i motivi sottendono una censura di insufficienza motivazionale che non può essere più avanzata, in sede di legittimità, attesa la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Si tratta di una motivazione che non può considerarsi meramente apparente, in quanto esplicita le ragioni della decisione.

5. Con il quarto motivo di ricorso ci si duole del mancato riconoscimento della protezione umanitaria nonostante fosse stata allegata in giudizio documentazione attestante l’integrazione del ricorrente e le condizioni medico-sanitarie relative a lesioni attribuibili alla tratta e alla prigionia di tre mesi sofferta dal ricorrente in Libia.

Anche tale censura è inammissibile.

Il motivo di ricorso non si confronta con la valutazione operata dal Tribunale nella parte in cui ha escluso che l’integrazione raggiunta dal richiedente possa considerarsi sufficiente ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, in difetto di una situazione di vulnerabilità.

Quanto alla documentazione medica relativa alle assente violenze subite in Libia, secondo il ricorrente essa sarebbe stata ignorata dal provvedimento impugnato, che nulla menziona sul punto. In realtà, il Tribunale ha riportato le dichiarazioni del richiedente, nelle quali questo aveva riferito che le cicatrici erano da ricollegare non alle violenze subite in Libia ma all’accoltellamento da parte del cognato. Dal ricorso non si evince quale fosse lo specifico contenuto della stessa documentazione, richiamata come allegato n. 5 nel giudizio di merito. In ogni caso, la documentazione medica è stata esaminata ma si è rilevato che mancava un referto o altro documento che attestasse la compatibilità tra le cicatrici ed una ferita da arma da taglio.

Sulla rilevanza delle violenze subite nel paese di transito questa Corte da ultimo ha chiarito che (Cass. n. 28781 del 16/12/2020): “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere accordato automaticamente per il solo fatto che il richiedente abbia subito violenze o maltrattamenti nel paese di transito, ma solo se tali violenze per la loro gravità o per la durevolezza dei loro effetti abbiano reso il richiedente “vulnerabile” ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5; ne consegue che è onere del richiedente allegare e provare come e perché le vicende avvenute nel paese di transito lo abbiano reso vulnerabile, non essendo sufficiente che in quell’area siano state commesse violazioni dei diritti umani)”.

Nella specie, il Tribunale ha comunque escluso la sussistenza di una vulnerabilità personale del richiedente, previo esame della documentazione allegata.

Le Sezioni Unite (Cass. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando altresì che non era stata documentata la disponibilità di un alloggio autonomo, ancorché condiviso con altre persone, né era stata allegata l’esistenza di legami di carattere affettivo, sociale e lavorativo. Nel ricorso, anche in relazione all’integrazione effettiva in Italia del richiedente, ci si limita a dedurre che lo stesso ha frequentato corsi di lingua italiana e matematica e che “l’idoneità lavorativa sarebbe comprovata da assunzione a tempo determinato”

6. Con il quinto motivo di ricorso si contesta l’omesso avviso di cui alla L. n. 241 del 1990, art. 7, dell’avvio del procedimento.

La censura è inammissibile. Si osserva, anzitutto, che la censura, oltre a riferirsi a un vizio del procedimento amministrativo, non è specifica.

In ogni caso, costituisce principio consolidato di questo giudice di legittimità (richiamato peraltro anche dal Tribunale nella decisione impugnata, quello secondo il quale, in tema di protezione internazionale, la nullità del provvedimento amministrativo, emesso dalla Commissione territoriale, non esonera il giudice adito dall’obbligo di esaminare il merito della domanda, atteso che l’oggetto della controversia non è il provvedimento negativo, ma il diritto soggettivo alla protezione internazionale invocata, tanto che tale giudizio non può concludersi con una mera declaratoria d’invalidità del diniego amministrativo ma deve pervenire alla decisione sulla spettanza o meno del diritto, ai sensi di legge (Cass. 26480/2011; Cass. 18632/2014; Cass. 7385/2017; Cass. 13086 /2019).

7. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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