Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25145 del 16/09/2021

Cassazione civile sez. II, 16/09/2021, (ud. 01/12/2020, dep. 16/09/2021), n.25145

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22973/2019 proposto da:

M.T., ammesso al patrocinio a spese dello Stato e

rappresentato e difeso dall’avvocata Ornella Fiore, ed elettivamente

domiciliato presso il suo studio in Torino, via Schina 18 D;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 410/2019 della Corte d’appello di Torino

depositata il 5 marzo 2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/12/2020 dalla Consigliera Dott. Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio di legittimità trae origine dal ricorso che il sig. M.T., cittadino pakistano, ha presentato avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino, che ha rigettato il di lui gravame avverso l’ordinanza del Tribunale di Torino che ha confermato il diniego della protezione internazionale e umanitaria come statuiti da parte della Commissione territoriale competente;

– a sostegno delle richieste di protezione il richiedente, proveniente dal Punjab, ha raccontato di aver lasciato il Pakistan per sfuggire alle minacce ricevute dal padre della ragazza con la quale era stato scoperto in atteggiamenti intimi e con la quale intratteneva una relazione sentimentale segreta a causa della differenza di ceto e di religione;

– la corte d’appello, dopo aver escluso la ricorrenza dei presupposti per l’audizione del richiedente, ha ribadito la non credibilità dello stesso e negato la protezione sussidiaria sia ai sensi della lett. b) che della lett. c) del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14;

– la corte d’appello ha poi escluso la protezione umanitaria escludendo l’esposizione dello stesso a rischio personale;

– la cassazione del provvedimento è chiesta con ricorso affidato a cinque motivi di ricorso;

– non ha svolto attività difensiva l’intimato Ministero dell’interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3 e art. 27, D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6, dell’art. 16 direttiva 2013/32/UE, in relazione all’omessa audizione personale del richiedente;

– la censura è inammissibile;

– occorre precisare che la disciplina processuale applicabile al caso in esame è quella precedente a quella introdotta con il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, inserito dal D.L. n. 13 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), conv. con mod. nella L. n. 46 del 2017;

– in applicazione della disciplina processuale ratione temporis vigente, avverso la decisione di diniego resa dalla Commissione territoriale il cittadino straniero poteva proporre ricorso ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, instaurando avanti al tribunale in composizione monocratica un giudizio sommario di cognizione ai sensi del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, con possibilità di impugnazione dell’ordinanza conclusiva avanti la corte d’appello;

– conviene inoltre precisare che la disciplina del rito sommario applicabile in forza delle disposizioni sopra richiamate, non prevedeva alcun obbligo di audizione dello straniero, né in primo grado, né in appello;

– peraltro, si deve desumere dalle considerazioni svolte dalla Corte di giustizia nella sentenza C.348, sentenza 26 luglio 2017, Moussa Sacko che la disciplina Europea non osta alla previsione di una disciplina nazionale che non impone in via generale l’obbligo di audizione dello straniero in sede di ricorso all’autorità giudiziaria avverso il diniego della protezione internazionale deciso dall’autorità amministrativa, davanti alla quale si svolga il colloquio con le garanzie e la verbalizzazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 12,13 e 14;

– in definitiva non e’, pertanto, ravvisabile nella procedura concretamente seguita per giungere alla decisione impugnata la violazione dell’obbligo di procedere all’audizione del richiedente dal momento che per i ricorsi giurisdizionali instaurati prima del 18/8/2017 non sussisteva una previsione processuale che lo imponeva;

– in tale contesto normativo, la corte territoriale ha valutato la specifica istanza di audizione formulata dall’appellante e ha ritenuto, nondimeno, di ravvisare altrettanto specifiche e motivate ragioni per escluderne la necessità, avuto riguardo alla contraddittorietà di quanto esposto nel modello C/3, delle ragioni economiche del viaggio intrapreso verso l’Europa come allegate in sede di audizione (cfr. pag. 9, primo capoverso della sentenza) e della vaghezza delle dichiarazioni sul rapporto con la ragazza, che la corte ha ritenuto mantenere il carattere dell’inverosimiglianza anche alla luce delle deduzioni formulate nell’atto di appello (cfr. pag. 9, secondo capoverso della sentenza);

– con il secondo motivo di ricorso si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 3, 12, 13,26, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, a fronte della medesima rilevanza attribuita alle dichiarazioni rese in sede di colloquio personale avanti alla Commissione Territoriale e di quelle verbalizzate al momento della formalizzazione della richiesta di protezione avanti alla Questura;

– secondo il ricorrente, la corte d’appello nell’operare un’evidente equiparazione tra la verbalizzazione effettuata dalla Commissione territoriale e quella operata presso la Questura ha finito per violare la disciplina relativa all’audizione personale del richiedente;

– con il terzo motivo di ricorso il ricorrente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3 e art. 27, comma 1 bis e D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6, a fronte della falsa applicazione dei criteri legali per la valutazione della credibilità del richiedente;

– ad avviso del ricorrente, la corte d’appello avrebbe omesso qualsiasi approfondimento istruttorio utile a verificare la situazione del paese di provenienza;

– il secondo e terzo motivo che, come prospettato dal ricorrente attingono entrambi il giudizio di non attendibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente, senza avere il giudice tuttavia provveduto alla sua audizione ed all’acquisizione di fonti informative, possono essere esaminati congiuntamente e sono infondati;

– le doglianze, infatti, non inficiano la conclusione che la corte territoriale risulta aver formulato sulla base dei criteri normativi indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 ed D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 5, evidenziando, cioè, il carattere complessivamente contraddittorio e non circostanziato delle dichiarazioni rese dal richiedente innanzi la Commissione, non essendo richiamate dichiarazioni rese altrove ma solo il contenuto del modello C/3, sia con riguardo alle ragioni della partenza, sia con riguardo specifico al rapporto sentimentale intrapreso con la ragazza di ceto sociale superiore;

– peraltro, le Coi indicate in ricorso a sostegno della censura non risultano essere state allegate con l’atto di impugnazione ed in ogni caso non indicano chiaramente la zona di riferimento e risalgono al 2010 ed al 2011, con la conseguenza che il riferimento ad esse appare inammissibile sia per novità che per genericità;

– con il quarto motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e con riferimento alla ricostruzione del concetto di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), nonché con riguardo al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. a), D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in tema di violazione dei doveri di cooperazione istruttoria esistenti in capo al giudicante;

– ad avviso del ricorrente, il giudice di secondo grado avrebbe escluso la possibilità di riconoscere al M. la protezione sussidiaria omettendo di considerare il rischio che il richiedente subirebbe in caso di rimpatrio;

– il motivo attiene all’adempimento del dovere di cooperazione istruttoria ed è infondato;

– questa corte ha affermato che in materia di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), il giudice, prima di decidere la domanda nel merito, deve assolvere all’obbligo di cooperazione istruttoria, che non può essere di per sé escluso sulla base di qualsiasi valutazione preliminare di non credibilità della narrazione del richiedente asilo, ma al contrario deve accertare la reale e attuale situazione dello Stato di provenienza (cfr. Cass. 10286/2020; id. 16122/2020);

– il giudice d’appello ha rispettato il principio di diritto sopra richiamato e ha escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi art. 14 cit., lett. c), dopo aver adempiuto al dovere di cooperazione istruttoria su di lui gravante e a pag. 10 e 11 del provvedimento impugnato ha dato conto dei risultati dell’attività di ricerca compiuta affermando che alla luce delle COI, del report UNHCR, oltre a quelle del sito (OMISSIS), il Pakistan non è coinvolto in guerre civili, o in situazioni di violenza generalizzata tali che per il solo fatto di della presenza nella regione in questione, la persona corre il rischio di subire un danno contro la vita, la sicurezza e la libertà, conformemente alla consolidata interpretazione della fattispecie giuridica in oggetto (cfr. Cass. 18306/2019; id. 9090/2019);

– con il quinto motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, per la violazione dei criteri legali per la concessione della protezione umanitaria;

– secondo il ricorrente, la corte d’appello si sarebbe limitata a richiamare le considerazioni già espresse in tema di protezione sussidiaria circa la stabilità generale rilevabile nel paese d’origine del richiedente, senza effettuare alcuna valutazione sulla specifica condizione in cui lo stesso si trovava al momento della partenza;

– inoltre, la corte territoriale avrebbe omesso di esaminare la situazione personale del ricorrente in ordine alla sussistenza delle condizioni di vulnerabilità;

– la doglianza è inammissibile perché, sebbene la corte torinese abbia nel penultimo capoverso della pagine 13 della sentenza impugnata affermato quanto censurato dal ricorrente, con riguardo alle condizioni del Pakistan ai fini del giudizio comparativo fra le condizioni del Paese di accoglienza e quello di provenienza, la stessa ha, al contempo, esaminato le allegazioni dell’appellante in ordine all’integrazione sociale ed allo svolgimento di attività lavorativa e le ha ritenute insufficienti;

– a fronte di ciò, il motivo formula una censura generica, in cui non si specificano i fatti allegati e non adeguatamente valutati sicché la critica non inficia la conclusione impugnata;

– atteso l’esito sfavorevole di tutti i motivi, il ricorso è destinato al rigetto;

– nulla va disposto sulle spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato Ministero;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezione Seconda Civile, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2021

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