Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25143 del 08/11/2013


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 25143 Anno 2013
Presidente: CIRILLO ETTORE
Relatore: PERRINO ANGELINA MARIA

SENTENZA
sul ricorso iscritto al numero 9969 del ruolo generale dell’anno
2006, proposto
da
Russo Giovanni, rappresentato e difeso, giusta mandato a margine
del ricorso, dall’avv. Antonio De Mari, col quale elettivamente
domicilia in Roma, alla via Vincenzo Picardi, n. 4, presso lo studio
dell’avv. Corrado Pascasio
– ricorrente 2532,

contro

Agenzia delle entrate, in persona del direttore pro tempore,
rappresentato e difeso ope legis dall’avvocatura dello Stato, presso
gli uffici della quale in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,
domicilia;
-controricorrentee nei confronti di
RG n.996912006
Angelina-Mari

Data pubblicazione: 08/11/2013

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Ministero dell’economia e delle finanze, in persona del ministro

pro tempore
-intimatoper la cassazione della sentenza della Commissione tributaria
regionale della Campania, sezione 51 0 , depositata in data 4 febbraio

udita la relazione sulla causa svolta alla pubblica udienza in data 22
settembre 2013 dal consigliere Angelina-Maria Perrino;
udito per l’Agenzia delle entrate l’avvocato dello Stato Eugenio De
Bonis;
udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore
generale Sergio Del Core, che ha concluso per il rigetto del ricorso
Fatto
Russo Giovanni ricevette un avviso di accertamento parziale, in
via induttiva, dell’imposta sul valore aggiunto da lui dovuta per
l’anno 1994 nella qualità di socio della società di fatto Nappi Paolo
& Russo Giovanni.
Il contribuente impugnò l’avviso e la Commissione tributaria
provinciale respinse il ricorso, con sentenza che la Commissione
tributaria regionale ha confermato.
Ricorre Russo Giovanni per ottenere la cassazione della
sentenza, affidando il ricorso a tre motivi.
L’Agenzia delle entrate si difende con controricorso.
Diritto

1.- Va preliminarmente affermata l’inammissibilità del ricorso, là
dove è proposto dal Ministero dell’economia e delle finanze,
peraltro estraneo alle precedenti fasi del giudizio.
Giova rimarcare al riguardo che, in tema di contenzioso
tributario, a seguito del trasferimento alle agenzie fiscali, da parte
RG n.996912006
Angelina-Mar a Pe

tensore

2005,n. 18/51/05;

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dell’articolo 57, 1° comma, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n.
300, di tutti i “rapporti giuridici”, i “poteri”, e le “competenze”
facenti capo al Ministero dell’economia e delle finanze, a partire dal
primo gennaio 2001 (giorno d’inizio di operatività delle Agenzie
fiscali in forza dell’articolo l del decreto ministeriale 28 dicembre

l’Agenzia delle entrate e la controversia non può essere instaurata
nei confronti del Ministero (in termini, Cass. 11 aprile 2011, n.
8177; Cass. 29 dicembre 2010, n. 26321; 12 novembre 2010, n.
22992; Cass. 19 gennaio 2009, n. 1123; Cass. 15 gennaio 2009, n.
874; Cass. 22 maggio 2008, n. 13149).
2.-Col primo motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, 10
comma, numero 5, c.p.c., il ricorrente lamenta la violazione
dell’articolo 36 del decreto legislativo numero 546 del 1992, per
non avere, la Commissione tributaria regionale, dato conto delle
questioni oggetto dell’impugnazione.
2.1.-11 motivo è inammissibile, in quanto censura un preteso
vizio processuale con lo strumento del vizio di motivazione, là dove
l’accertamento demandato alla corte di cassazione deve consistere
unicamente nella verifica del rispetto, da parte del giudice di merito,
della legge processuale, a nulla rilevando il modo in cui egli abbia
motivato la propria decisione (Cass. 31 luglio 2012, n. 13683).
2.2.- Hanno altresì precisato al riguardo le sezioni unite che il
ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e
tassativamente previste dall’art. 360, primo comma, cod. proc. civ.,
deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera
immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di
impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la
necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione
RG n.9969/2006
Angeli

errino estensore

2000), unico soggetto attivamente e passivamente legittimato è

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numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il
ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata
sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non
è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità
della fattispecie di cui al n. 4 del primo comma dell’art. 360 cod.

rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla
relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il
gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o
insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge
(Cass., sez.un., 24 luglio 2013, n. 17931).
2.3.-Ad ogni modo, anche procedendo alla riqualificazione del

motivo sub specie del vizio di violazione di legge o di violazione
del procedimento, esso non si sottrarrebbe al rigetto. E ciò in quanto
la Corte ha già rilevato che, nel processo tributario, la mancata
esposizione nella sentenza dello svolgimento del processo, dei fatti
rilevanti della causa e l’estrema concisione della motivazione in
diritto determinano la nullità della sentenza allorquando rendano
impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni
che stanno a fondamento del dispositivo (Cass. 3 ottobre 2008, n.
24610). In particolare, si è precisato, la sola carente esposizione, in
apposita parte separata dalle altre, dello svolgimento del processo,
non vale ad integrare un motivo di nullità della sentenza, purché dal
contesto di questa sia dato desumere con sufficiente chiarezza le
vicende processuali e in particolare le domande svolte nel processo,
le sottese difese e le ragioni delle conseguenti decisioni adottate
sulle stesse (Cass. 23 gennaio 2004, n. 1170).
Nel caso in questione, sia pure in maniera stringata, la sentenza
dà conto della pretesa impositiva (iva relativa all’anno d’imposta
RG n.9969/2006
Auge1ina-MJir4iino estensore

proc. civ., con riguardo all’art. 112 cod. proc. civ., purché il motivo

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1994), delle ragioni poste a suo fondamento (svolgimento di attività
imponibile in seno ad una società di fatto) e della loro valutazione.
3.-Col secondo motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, 10
comma, numero 3, c.p.c., il contribuente denuncia la violazione
dell’articolo 2697 del codice civile, lamentando la mancanza di

3 1.-11 motivo è infondato, in quanto, in realtà, non censura la
violazione della regola di riparto dell’onere della prova, sibbene la
valutazione probatoria degli elementi di causa.
4.-Col terzo motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, 1°
comma, numero 3, c.p.c., il contribuente denuncia la violazione
dell’articolo 2727 del codice civile, lamentando il divieto del
prae,sumptum de praesumpto, a suo dire contenuto nell’articolo
2727 del codice civile.
4.1.-11 motivo è infondato.
Anzitutto, sul piano logico, la responsabilità del socio in
ordine all’imposta sul valore aggiunto ad un socio di fatto è mera
implicazione della qualità sociale e non già una presunzione, che
postula un sillogismo costruito su una premessa maggiore, che
rappresenta il fatto noto, dal quale si fa derivare quella minore, che
configura il fatto ignoto: ha precisato al riguardo la Corte, sia pure
con riguardo a società a nome collettivo, che la responsabilità di
questa si ripercuote, anche se in via sussidiaria, anche sui soci (e
tale principio opera, in assenza di espressa deroga, pure per i
rapporti tributari e le obbligazioni da essi derivanti), determinando
la loro responsabilità sussidiaria (Cass. 22 ottobre 2010, n. 22173;
Cass. 10 aprile 2009, n. 8782).
Inoltre, il divieto di doppia presunzione invocato è predicato
con riguardo alla correlazione di una presunzione semplice con
RG n.9969/2006
Angelina-Maria erri o estensore

prova dell’esistenza della società di fatto.

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altra presunzione semplice, di guisa che non si può ritenere violato,
nel caso di accertamento induttivo, qualora da un fatto noto si
risalga a un fatto ignorato, che a sua volta costituisce la base di
una presunzione legale (v. ex multis, Cass. 18 gennaio 2008, n.
1023).

Le spese seguono la soccombenza nei confronti della parte
costituita.

per questi motivi
La Corte:
-dichiara inammissibile il ricorso, là dove è proposto nei confronti
del Ministero dell’economia e delle finanze;
-lo respinge nel resto;
-condanna la società a rifondere le spese di lite sostenute dalla parte
costituita, liquidate in Euro 5000,00, oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione quinta
civile, il 23 settembre 2013.

5.-1n definitiva, il ricorso va respinto.

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