Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25127 del 16/09/2021

Cassazione civile sez. I, 16/09/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 16/09/2021), n.25127

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26089/2020 proposto da:

I.F., elettivamente domiciliato in Bozzolo (Milano) via

Poerio 12, presso l’avv. Paolo Novellini, del Foro di Milano che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, ((OMISSIS)), in persona del Ministro pro

tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 945/2020 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 16/09/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/05/2021 dal Consigliere Dott. Rita RUSSO RITA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Il ricorrente, cittadino nigeriano (Benin City) ha narrato di essere fuggito dal suo paese in quanto oggetto di richiesta di affiliazione da parte di una società segreta, (OMISSIS); in particolare narra che dopo un attentato nel corso del quale suo fratello era ucciso, ha deciso di fuggire dalla Nigeria insieme alla sua ragazza, verso la Libia, dove la ragazza veniva rapita dagli (OMISSIS).

Respinta la richiesta di protezione internazionale dalla competente Commissione territoriale, il ricorrente ha adito il Tribunale di Brescia, che ha confermato il giudizio della Commissione.

La Corte d’appello di Brescia ha respinto l’appello dell’odierno ricorrente rilevando che il racconto è privo di coerenza intrinseca sia perché non ha fatto il nome della setta durante l’audizione (il nome della setta è esplicitato solo nel ricorso al Tribunale) sia perché non menziona l’omicidio del fratello nelle dichiarazioni rese innanzi alla Commissione territoriale; la Corte assume inoltre informazioni sulla setta, indicandone la fonte e la data, dalle quali risulta che questa setta non esercita il reclutamento forzato se non in rari casi, qui non ricorrenti.

La Corte esclude, inoltre, la protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), facendo riferimento alle informazioni tratte da diverse fonti, indicate in sentenza, dalle quali si desume che il conflitto è localizzato nella zona nord del paese e non nella zona di provenienza del ricorrente; infine esclude la protezione umanitaria dando atto che la integrazione sociale è solo genericamente dedotta in ragione della conoscenza della lingua italiana nonché della mera disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e di contro non vi sono nella zona di provenienza situazioni di particolare gravità che mettano a rischio diritti fondamentali.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il richiedente asilo affidandosi a tre motivi.

Il Ministero non costituito tempestivamente ha depositato istanza per la partecipazione all’eventuale discussione orale.

La causa è stata trattata all’udienza camerale non partecipata del 18 maggio 2021.

Diritto

RITENUTO

Che:

1.- Con il primo motivo del ricorso si lamenta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 7, nonché del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis. Il ricorrente deduce la violazione del dovere di cooperazione istruttoria da parte del giudice d’appello perché non lo ha nuovamente ascoltato, quando invece l’audizione sarebbe stata utile al fine di approfondire e chiarire le circostanze che lo giudice aveva l’onere di indagare in particolare in merito alle condizioni politico sociali del paese e alla diffusa violenza indiscriminata perpetrata dalla setta degli (OMISSIS), gruppo appartenente alla nota mafia nigeriana. Inoltre la Corte non ha acquisito informazioni sulla capacità della polizia di proteggere il richiedente in relazione alle minacce ricevute; il ricorrente contrariamente a quanto esposto in sentenza non poteva fare affidamento sulla polizia, notoriamente corrotta, come si evince dal Rapporto 2014 di Transaparency International.

Il motivo è infondato.

La Corte d’appello ha correttamente valutato il racconto del richiedente asilo alla luce dei criteri posti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, rilevandone la inattendibilità intrinseca, in ragione delle contraddizioni e omissioni che lo connotato (Cass. n. 28862/2018; Cass. n. 33858/2019; Cass. n. 08367/2020), ma anche secondo i criteri di attendibilità estrinseca. Ha infatti assunto informazioni, indicandone la fonte, la data e il collegamento ipertestuale, sulla attività della setta, ed ha confrontato la storia raccontata dal ricorrente con queste informazioni, evidenziandone la contraddittorietà poiché normalmente la setta non opera il reclutamento forzato. Inoltre il giudice d’appello ha evidenziato che il ricorrente non si è rivolto alla polizia per chiedere protezione e anche sulla efficienza della polizia la Corte ha assunto delle informazioni, in particolare per il contrasto alle sette segrete, traendole da una fonte che ha esplicitamente indicato nel provvedimento con il relativo collegamento ipertestuale.

In ogni caso la valutazione del profilo di rischio individuale deve farsi in concreto e non in astratto, e non è possibile valutarlo se la parte non richiede la protezione della autorità e non spiega per quale ragione ciò non è stato possibile, se non con una generica attestazione di sfiducia nelle forze dell’ordine, perché “notoriamente corrotte”.

Nel processo di protezione internazionale, qualora sia evidenziato il rischio di persecuzione o danno grave da agente privato, il giudice non deve valutare in astratto l’efficienza dei sistemi giudiziari dei paesi terzi, bensì verificare se in concreto e in quella specifica situazione la protezione dello Stato si è rivelata o potrebbe rivelarsi inefficiente, indagine che il giudice non può compiere se il richiedente non illustra i dettagli della propria vicenda individuale anche su questo punto.

2.- Con il secondo motivo del ricorso la parte lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 7 e art. 14, lett. c).

Deduce che ha errato la Corte d’appello a non dare alcun rilievo alla situazione di violenza e instabilità del paese d’origine attestata anche da diversa giurisprudenza di merito, che mette in evidenza la grave violazione dei diritti umani in Nigeria.

Il motivo è infondato.

A fronte di una specifica ricerca eseguita dalla Corte sulla situazione nel Paese di origine del richiedente, e sulla localizzazione del conflitto nel nord est della Nigeria e cioè lontano dall’Edo State, zona di provenienza del ricorrente, la difesa tratta genericamente di violazione di diritti umani in Nigeria.

Con riferimento al rischio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. C, la Corte ha assolto al dovere di cooperazione istruttoria, assumendo informazioni sul paese di origine e sulla zona di provenienza del ricorrente, da fonti attendibili ed aggiornate (Report EASO 2017, Amnesty 2017/2018) che sono state esplicitamente menzionate in sentenza (Cass. n. 22527/2020). Le informazioni sono state assunte sul rischio specifico di cui all’art. 14, lett. c) e cioè il rischio di danno grave da violenza indiscriminata derivante da conflitto, escludendo che nella zona sia in corso un conflitto che genera violenza indiscriminata, e non con riferimento ad altri rischi non dedotti, quale il rischio di violazioni di diritti umani non meglio specificati e di instabilità politica.

La difesa prospetta una nozione di violenza indiscriminata da conflitto armato che non collima affatto con quella rigorosa data dalla CGUE nelle sentenze del 17 febbraio 2009 (Elgafaji, C-465/07) e del 30 gennaio 2014, (Diakite’ C- 285/12), fatta propria anche dalla giurisprudenza di questa Corte.

La determinazione del significato e della portata del concetto di

conflitto armato va stabilita sulla base del significato abituale nel

linguaggio corrente, prendendo in considerazione il contesto nel quale sono utilizzati e gli obiettivi perseguiti dalla normativa in materia di protezione internazionale (Diakite’, cit. p.27) e quindi “senza che l’intensità degli scontri armati, il livello di organizzazione delle forze armate presenti o la durata del conflitto siano oggetto di una valutazione distinta da quella relativa al livello di violenza che imperversa nel territorio in questione” (Diakite’, cit. p.35).

Ai fini della protezione internazionale il conflitto rileva se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria.

Secondo questo indirizzo ormai consolidato, il grado di violenza indiscriminata deve aver raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. n. 13858/2018, Cass. n. 11103/2019). La Corte Europea ha infatti precisato che tanto più il richiedente è eventualmente in grado di dimostrare di essere colpito in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale, tanto meno elevato sarà il grado di violenza indiscriminata richiesto affinché egli possa beneficiare della protezione sussidiaria (Elgafaji, cit., p. 39).

La violenza indiscriminata derivante da conflitto, intesa in questi termini, è dunque cosa ben diversa dalle limitazione delle libertà individuali, dalle tensioni sociali ed economiche, dalla povertà, dalla diffusione della criminalità comune, dalla vendetta mirata e dal rischio di attacchi terroristici.

3.- Con il terzo motivo del ricorso la parte lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione al rigetto della domanda di rilascio di permesso di soggiorno per motivi umanitari. Deduce che la condizione del ricorrente è di oggettiva e soggettiva vulnerabilità per l’aggressione subita e l’assenza di riferimenti sociali nel paese d’origine nonché per la pandemia in corso.

Il motivo è inammissibile.

La parte si limita genericamente a denunciare una serie di criticità che riguardano il suo paese di origine – e non soltanto il suo paese d’origine, poiché la pandemia riguarda il mondo intero – senza specificare come refluiscono sulla sua situazione individuale e ciò a fronte di un giudizio di fatto reso dalla Corte, sull’assenza di condizioni di vulnerabilità, del quale non può sollecitarsi la revisione in questa sede.

Ne consegue il rigetto del ricorso; nulla sulle spese il difetto di regolare costituzione della parte intimata.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio da remoto, il 18 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA