Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25111 del 10/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 10/11/2020, (ud. 27/02/2020, dep. 10/11/2020), n.25111

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. DINAPOLI M. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 3818/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

Tur Sud s.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore

L.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Giuseppe Fausto Di

Pede, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Maria

Bruna Chito in Roma viale Regina Margherita n. 290, giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Basilicata n. 263/1/11, depositata il 12 dicembre 2011.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27 febbraio

2020 dal Consigliere Marco Dinapoli.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Tur Sud s.r.l. impugnava in primo grado l’avviso di accertamento, n. (OMISSIS) per l’anno di imposta 2004 emesso dall’Agenzia delle entrate di Matera per il recupero a tassazione delle imposte dirette e dell’Iva per effetto della rideterminazione dei ricavi da cessione di beni immobili rispetto a quelli dichiarati e del disconoscimento di costi ritenuti non inerenti o non di competenza.

La Commissione tributaria provinciale di Matera, con sentenza n. 161/02/2009 del 26.5.2009, accoglieva parzialmente il ricorso, escludendo l’applicazione retroattiva del D.L. n. 223 del 2006 (convertito in L. n. 248 del 2006), che consente il riferimento ai valori normali comunicati dall’osservatorio del mercato immobiliare per accertare il prezzo di cessione degli immobili; riconosceva inoltre la deducibilità dei costi per noleggio auto, non anche degli altri costi disconosciuti dall’ufficio. L’Agenzia delle entrate proponeva appello avverso la sentenza.

La Commissione tributaria regionale della Basilicata con la sentenza indicata in epigrafe respingeva l’appello dell’ufficio; affermava l’irretroattività del D.L. n. 223 del 2006, la natura di presunzioni semplici delle quotazioni Orni, l’errore di calcolo commesso dall’Ufficio nell’applicazione delle tabelle per la determinazione del valore, e riteneva deducibile il costo di acquedotto di Euro 12.491,07.

L’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione con cinque motivi e chiede cassarsi la sentenza impugnata con vittoria di spese ed onorari.

La contribuente resiste con controricorso con cui eccepisce l’improcedibilità, l’inammissibilità e l’infondatezza del ricorso avverso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- L’Agenzia ricorrente propone cinque motivi di ricorso.

1.1- Con il primo motivo denunzia il vizio di violazione della L. n. 212 del 2000, art. 3 e D.L. n. 223 del 2006, art. 35, commi 2 e 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; erroneamente la sentenza ha ritenuto inapplicabile retroattivamente la norma sul riferimento al “valore normale” degli immobili ceduti, perchè non si tratterebbe di norma sostanziale bensì meramente procedimentale.

1.2- Con il secondo denunzia il vizio di difetto di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 perchè la sentenza impugnata ha ritenuto inapplicabili retroattivamente i valori OMI, omettendo però di motivare sui rimanenti motivi dell’accertamento (entità dei mutui concessi dalla banca e valori indicati dalla Federazione Italiana Agenti Immobiliari).

1.3- Il terzo motivo denunzia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 2, artt. 2697,2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la sentenza non ha ritenuto, in violazione delle norme indicate, che gravasse sul contribuente l’onere di provare l’infondatezza delle presunzioni avverse.

1.4- Il quarto motivo lamenta il vizio di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 circa il ritenuto errore di calcolo, perchè la sentenza, ritenendo sussistente un errore di calcolo nell’applicazione delle tabelle per la determinazione del valore di cessione, ha omesso l’esame dell’eccezione formulata nell’atto di appello per cui le abitazioni sono inserite all’interno di un complesso turistico-residenziale che offre servizi quali piscina, animazione, spiaggia privata, per cui il valore di mercato non può essere identico a quello di un immobile “popolare”.

1.5- Il quinto motivo denunzia violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 109, comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè erroneamente la sentenza ha ritenuto imputabile all’anno 2004 il costo di acquedotto, pur essendo relativo a consumi verificatisi nel 2003, che avrebbero dovuto essere detratti inderogabilmente fra i redditi di quell’anno.

2.- La contribuente deposita controricorso ed eccepisce: a) improcedibilità del ricorso per violazione dell’obbligo di allegazione degli atti su cui esso si fonda, previsto dall’art. 369 c.p.c.; b) inammissibilità del ricorso per mancanza di autosufficienza; c) infondatezza del ricorso.

3.- L’eccezione di improcedibilità è infondata perchè la regola di cui all’art. 369 c.p.c., n. 4 non si applica al processo tributario, caratterizzato dalla indisponibilità del fascicolo di parte (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 25, comma 2); pertanto, ai fini dell’osservanza dell’obbligo di allegazione degli atti è sufficiente che la parte faccia richiesta al giudice a quo di trasmissione del fascicolo d’ufficio ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3 (Cass. Sez. V n. 23575/2015).

4.- Il primo motivo di ricorso è superato dalla rilevata abrogazione della norma della cui applicabilità retroattiva le parti controvertono. Si richiama sul punto quanto deciso da Cass. n. 9474 del 12 aprile 2017, per cui “la L. n. 88 del 2009, art. 24, comma 5, (legge comunitaria 2008), ha modificato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 (così come il D.P.R. n. 633 del 1972, omologo art. 54 in materia di IVA), eliminando le disposizioni introdotte dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35 convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 248: ciò a seguito di un parere motivato del 19 marzo 2009 della Commissione Europea, la quale, nell’ambito del procedimento di infrazione n. 2007/4575, aveva rilevato l’incompatibilità – in relazione, specificamente, all’IVA, ma con valutazione ritenuta estensibile dal legislatore nazionale anche alle imposte dirette – di tali disposizioni con il diritto comunitario. E’ stato così ripristinato il quadro normativo anteriore al luglio 2006, sopprimendo la presunzione legale (ovviamente relativa) di corrispondenza del corrispettivo effettivo al valore normale del bene, con la conseguenza che tutto è tornato ad essere rimesso alla valutazione del giudice, il quale può, in generale, desumere l’esistenza di attività non dichiarate “anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti”: e ciò – deve intendersi – con effetto retroattivo, stante la finalità di adeguamento al diritto comunitario che ha spinto il legislatore nazionale del 2009 ad intervenire (v. Cass. 21/12/2016, n. 26487; Cass. 26/09/2014, n. 20429; cfr., anche, circ. Agenzia entrate 14 aprile 2010, n. 18)”.

4.1- Pertanto ha perso rilevanza la disputa fra le parti sulla applicabilità retroattiva della norma abrogata, e conseguentemente deve essere rigettato il primo motivo di ricorso, ed assorbiti il secondo ed il terzo motivo, la cui ratio appare strettamente collegata al motivo precedente.

5.- E’ fondata l’eccezione di inammissibilità del quarto e quinto motivo del ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6. Infatti, per consolidata giurisprudenza di questa Corte “In tema di ricorso per cassazione, ai fini del rituale adempimento dell’onere, imposto al ricorrente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli nella loro completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è necessario che – in ossequio al principio di autosufficienza di detto atto processuale – si provveda anche alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame. In altri termini il ricorrente per cassazione, ove intenda dolersi della omessa o erronea valutazione di un documento, da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in relazione all’art. 369 c.p.c., n. 4, – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale e in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione. Il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile” (Cass. sez. III n. 21806 del 2015; Cass. sez. 5, ord. 28 giugno 2017, n. 16147; Cass. sez. 6-5, ord. 18 luglio 2016, n. 14676; Cass. sez. 5, 13 febbraio 2015, n. 2928; Cass. sez. 5, 17 ottobre 2014, n. 22003; Cass. sez. 5, 19 aprile 2013, n. 9536).

5.1- Nel caso in esame l’Agenzia ricorrente lamenta l’omessa valutazione da parte dei giudici del merito di documenti che però non indica specificamente, non trascrive nel ricorso nella parte ritenuta rilevante, nè allega ad esso, ed infine non “localizza” nell’ambito del giudizio di merito con l’indicazione dei modi e dei tempi della loro produzione per cui il ricorso non possiede l’autonomia indispensabile per consentire alla Corte, senza il sussidio di altre fonti, l’immediata e pronta individuazione delle questioni proposte.

6.- Per i motivi esposti il ricorso deve essere rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio, come appresso liquidate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, assorbiti il secondo e il terzo, dichiara inammissibili il quarto e quinto motivo e condanna l’Agenzia delle entrate al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 5.000 (cinquemila), oltre il 15% per spese forfettarie, ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 27 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2020

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