Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2509 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. I, 27/01/2022, (ud. 15/12/2021, dep. 27/01/2022), n.2509

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1466/2018 proposto da:

Z.A., elettivamente domiciliata in Roma, Via Giordano

Bruno n. 47, presso lo studio dell’avvocato Brusa Elena,

rappresentata e difesa dall’avvocato Cappato Enrico, giusta procura

allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.G.;

– intimato –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, del 27/09/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/12/2021 dal cons. Dott. ANDREA FIDANZIA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con ordinanza depositata il 27.9.2017 la Corte d’Appello di Venezia ha rigettato il reclamo proposto da Z.A. avverso il decreto del 9.3.2017 con cui il Tribunale di Rovigo, adito in sede di modifica delle condizioni di divorzio, ha ridotto da Euro 200,00 ad Euro 100,00 mensili l’assegno divorzile dovutole dall’ex coniuge C.G..

Il giudice di secondo grado, per quanto è di interesse nel presente procedimento, ha osservato che la Z. non aveva allegato alcun elemento concreto atto a dimostrare l’errore in cui era incorso il primo giudice nel disporre la riduzione dell’ammontare dell’assegno, ma aveva, al contrario, documentato di avere percepito nell’anno 2015 un reddito da lavoro dipendente pari ad Euro 16.500,00, oltre ad avere la disponibilità della casa familiare.

Z.A. ha proposto ricorso per la cassazione della predetta ordinanza, affidandolo a quattro motivi.

C.G. non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per violazione di legge costituzionalmente rilevante, sotto il profilo della mancanza ovvero dell’apparenza della motivazione: la Corte d’Appello avrebbe omesso di indicare nell’ordinanza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento.

2. Il motivo è fondato.

Come riportato nella parte narrativa, la Corte di Appello ha giustificato il rigetto del reclamo sul rilievo che la Z. non aveva allegato alcun elemento concreto che dimostrasse l’eventuale errore in cui era incorso il Tribunale di Rovigo nel disporre la riduzione dell’ammontare dell’assegno da Euro 200,00 a 100,00 mensili.

Non vi è dubbio che una tale motivazione non soddisfi il “minimo costituzionale” secondo i parametri di cui alla sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 8053/2014, non evincendosi in alcun modo gli elementi da cui la Corte di merito abbia tratto il proprio convincimento, risultando così impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento seguito dal giudice di secondo grado.

Si intuisce dalla scarna motivazione che il giudice d’appello ha condiviso l’impostazione con cui il Tribunale di Rovigo, ritenendo integrati i presupposti per una modifica delle condizioni di divorzio, ha disposto la riduzione del relativo assegno. Tuttavia, non è dato evincere quali elementi il giudice di primo grado avesse valorizzato per ritenere che si fosse verificato un sopravvenuto mutamento delle condizioni economiche delle parti rispetto a quanto stabilito in sede di sentenza di divorzio. Anche il riferimento della Corte d’Appello al reddito goduto dalla ricorrente nell’anno 2015 ed alla disponibilità da parte della stessa della casa coniugale – in difetto di un qualsiasi richiamo al contenuto del decreto del Tribunale di Rovigo – non è idoneo a soddisfare l’obbligo motivazionale che incombe sul giudice, difettando gli elementi per una valutazione comparativa e quindi per la verifica della sopravvenuta modifica delle condizioni economiche dei coniugi.

In proposito, anche recentemente questa Corte (vedi Cass. n. 2397/2021) ha enunciato il principio di diritto secondo cui la sentenza d’appello non può ritenersi legittimamente resa “per relationem”, in assenza di un comprensibile richiamo ai contenuti degli atti cui si rinvia, ai fatti allegati dall’appellante e alle ragioni del gravame, così da risolversi in una acritica adesione ad un provvedimento solo menzionato, senza che emerga una effettiva valutazione, propria del giudice di appello, della infondatezza dei motivi del gravame (vedi anche Cass. n. 20883/2019).

Restano assorbiti gli ulteriori motivi del ricorso, con i quali si denuncia la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sia in riferimento alla pretesa mancata allegazione di alcun elemento concreto che dimostri l’errore del Tribunale, sia in riferimento alla valorizzazione dell’assegnazione alla ricorrente della casa coniugale, nonché l’omesso esame di un fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

L’ordinanza impugnata va quindi cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione, per nuovo esame e per statuire sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti gli altri, cassa l’ordinanza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione, per nuovo esame e per statuire sulle spese del giudizio di legittimità.

Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omessi i nominativi e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

 

 

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