Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25085 del 24/10/2017


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Cassazione civile, sez. III, 24/10/2017, (ud. 20/01/2017, dep.24/10/2017),  n. 25085

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi A. – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21593-2014 proposto da:

L.T.M.A., elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA TORTONA 4, presso lo studio dell’avvocato STEFANO LATELLA,

rappresentato e difeso dall’avvocato VINCENZO MASSIMO SIANI;

– ricorrente –

contro

M.C., D.V., M.M.,

T.L., D.R.S., D.R.R.,

T.M.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE G MAZZINI 55,

presso lo studio dell’avvocato LUCA CRIPPA, che li rappresenta e

difende giusta procura in calce al controricorso;

M.M.L., M.N., M.A.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PISANELLI 40, presso lo

studio dell’avvocato BRUNO BISCOTTO, che li rappresenta e difende

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

e contro

FIDEURAM VITA SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1899/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/01/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

MASELLIS MARIELLA che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto;

udito l’Avvocato FRANCA IULIANO per delega.

Fatto

FATTI DI CAUSA

L.T.M.A. è risultata soccombente, in entrambi i gradi del giudizio merito, essendo stata ritenuta infondata la domanda di condanna, dalla stessa proposta, volta ad ottenere, quale unica beneficiaria, la corresponsione della indennità dovuta da FIDEURAM Vita s.p.a. (cessionaria del ramo di azienda di Eurizon Vita s.p.a. incorporante Assicurazione Internazionale di Previdenza s.p.a.) in dipendenza del contratto di assicurazione sulla vita stipulato il 24.10.2003 da T.V., deceduto in data in data (OMISSIS), il quale aveva comunicato alla società assicurativa – con missiva datata 10.12.2003, ma pervenuta a mezzo posta il successivo 22.12.2003 – la dichiarazione di revoca degli originari beneficiari, indicando quale nuova ed unica beneficiaria la figlia adottiva M.A..

La Corte d’appello di Roma, con sentenza 20.3.2014 n. 1899, riteneva raggiunta la prova della apocrifia della firma apposta dal contraente-assicurato, in esito alla c.t.u. (perizia grafica) svolta in primo grado, che aveva evidenziato la grossolana imitazione del segno grafico del contraente, avuto riguardo anche ad altri elementi indiziari relativi alle condizioni di salute dello stesso, tutti convergenti a fondare la prova presuntiva che il de cuius non avesse sottoscritto la dichiarazione di revoca.

Impugna per cassazione la sentenza di appello T.M.A., con tre motivi, dolendosi che il Giudice di appello aveva omesso di esaminare il motivo di gravame con il quale venivano dedotti “rilievi tecnici” alla c.t.u., incorrendo altresì in vizio di omessa motivazione ed ancora in vizio di nullità processuale per carenza assoluta ovvero contraddittorietà di motivazione.

Hanno resistito, con distinti controricorsi, M.N., M.M.L., M.A., nonchè M.C., M.M.T., T.M.A., D.R.S., D.R.R. e D.T.V..

Non hanno svolto difese T.L. e FIDEURAM Vita s.p.a., dovendo rilevarsi, quanto alla intimata società, che la notifica del ricorso risulta eseguita, in data 4.9.2014, alla società “cedente” del ramo d’azienda, EURIZON Vita s.p.a., ma presso il difensore domiciliatario della società “cessionaria”, avv. Antonio Longo, occorrendo ulteriormente rilevare che la stessa ricorrente, nella intestazione del ricorso, ha indicato quale parte intimata FIDEURAM Vita s.p.a. “quale cessionaria del ramo di azienda di EURIZON Vita s.p.a.” (mutuando detta legittimazione passiva dalla intestazione della sentenza di appello), mentre nella relata di notifica ha indicato quale destinataria del ricorso “EURIZON Vita s.p.a. (già Assicurazioni Internazionali Previdenza s.p.a., società nella quale è stata incorporata FIDEURAM Vita Compagnia di Assicurazioni e Riassicurazioni s.p.a.)”.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

La notifica del ricorso alla società assicurativa non può ritenersi perfezionata in quanto sussiste oggettiva incertezza sulla identificazione del soggetto destinatario, neppure essendo individuabile se FIDEURAM sia stata incorporata in Assicurazioni Internazionali Previdenza s.p.a., ovvero debba ritenersi (cfr. intestazione della sentenza di appello) cessionaria del ramo di azienda di EURIZON Vita s.p.a..

Permanendo tale incertezza sulla parte processuale destinataria del ricorso per cassazione, che non rimane sanata in quanto nessuna delle predette società ha notificato il controricorso, nè ha inteso partecipare alla discussione della udienza pubblica, va rilevata la nullità della notifica del ricorso ed il vizio del contraddittorio. Tuttavia ritiene il Collegio di non dovere disporre la rinnovazione della notifica, prevalendo la ragione più liquida, dovendo la causa essere definita con pronuncia di rigetto del ricorso.

Con il primo motivo la ricorrente impugna la sentenza per vizio processuale di omessa pronuncia – in violazione dell’art. 112 c.p.c. – su specifico motivo di gravame con il quale venivano formulati rilievi tecnici alle risultanze della c.t.u. grafica, come integralmente recepite nella motivazione della decisione di prime cure, richiedendo il rinnovo della consulenza tecnica.

Sul punto la Corte territoriale ha ritenuto inammissibile la nuova relazione tecnica di parte depositata in allegato all’atto di appello della T., in quanto svolta in assenza di contraddittorio (sentenza in motiv. pag. 5).

Osserva il Collegio che tale affermazione del Giudice di appello, pur se criticabile alla stregua della giurisprudenza di legittimità (secondo cui le relazioni tecniche svolte su incarico della stessa parte e da questa prodotte in giudizio integrano mere argomentazioni difensive, come tali non soggette alle preclusioni e decadenze previste per l’attività istruttoria, nè per l’attività di allegazione, salvo che non siano volte ad introdurre nuove circostanze che implichino indagini di fatto precluse dalla fase processuale o dal grado di giudizio: cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 16650 del 29/07/2011; id. Sez. 2, Sentenza n. 259 del 08/01/2013), tuttavia non ha assunto rilievo nella denunciata omissione di pronuncia, atteso che il Giudice di appello ha comunque esaminato il motivo di gravame che riportava “lunghi passi di una nuova consulenza di parte” (allegata all’atto di appello: cfr. sentenza appello, in motivazione pag. 6), confutando “le nuove argomentazioni esposte dai ctp della appellante”, e ritenendole inidonee a scalfire le risultanze della c.t.u. “pur se riferite più volte ad “unanime giurisprudenza” in materia di principi e criteri grafologici in ambito giudiziario”, esplicitando, quindi, nella motivazione, le ragioni per cui ha ritenuto corretta l’attività tecnica svolta dall’ausiliario, come emerge dalla lettura della sentenza che si articola in una premessa di carattere generale (cfr. sentenza appello, in motivazione pag. 6 e 7), seguita dallo sviluppo degli argomenti critici esposti nell’apparato motivazionale, pervenendo in tal modo il Giudice di merito alla piena adesione alle risultanze peritali, sì da esimere “una ulteriore e puntuale esposizione delle ragioni di critica verso le diverse conclusioni cui pervengono i nuovo c.t.p. della appellante”, da ritenersi implicitamente disattese alla luce del complessivo percorso logico espositivo (cfr. sentenza appello, in motivazione, pag. 9).

Tanto premesso, il motivo è inammissibile, se riguardato sotto lo schema del vizio processuale indicato in rubrica dalla ricorrente, atteso che una omissione di pronuncia è configurabile esclusivamente con riferimento all’omesso esame della domanda o della eccezione, mentre la critica concernente errori o lacune della indagine tecnica – le cui risultanze siano state poste a base del decisum – ridondanti nella omessa considerazione di fatti decisivi od in illogicità manifesta tale da integrare una carenza del requisito motivazionale della sentenza, debbono essere fatte valere attraverso il differente vizio di legittimità di verifica degli “errores facti” (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 7268 del 11/05/2012; id. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 329 del 12/01/2016).

Il motivo, quando anche riconducibile al corretto vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – nella nuova formulazione introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv. in L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis – alla stregua di una esegesi interpretativa degli argomenti svolti nella parte espositiva, è da ritenersi egualmente inammissibile.

Osserva il Collegio che, come ripetutamente affermato da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione per vizio di motivazione, la parte che lamenti l’acritica adesione del giudice di merito alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio non può limitarsi a far valere genericamente lacune di accertamento o errori di valutazione commessi dal consulente o dalla sentenza che ne abbia recepito l’operato, ma, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione ed al carattere limitato del mezzo di impugnazione, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze e gli elementi rispetto ai quali invoca il controllo di logicità, trascrivendo integralmente nel ricorso almeno i passaggi salienti e non condivisi della relazione e riportando il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di consentire il controllo della decisività della risultanza non valutata, delle risultanze dedotte come erroneamente od insufficientemente valutate, e un’adeguata disamina del dedotto vizio della sentenza impugnata (cfr. Corte cass. Sez. 2, Sentenza n. 6753 del 05/05/2003 Sez. 2, Sentenza n. 13845 del 13/06/2007 Sez. 1, Sentenza n. 16368 de/ 17/07/2014), dovendosi escludere che la precisazione possa viceversa consistere in generici riferimenti ad alcuni elementi di giudizio, meri commenti, deduzioni o interpretazioni, traducentisi in una sostanziale prospettazione di tesi difformi da quelle recepite dal giudice di merito, di cui si chiede a tale stregua un riesame, inammissibile in sede di legittimità (Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 17369 del 30/08/2004).

Nella specie il motivo di ricorso si risolve nella trascrizione del motivo di gravame che, a sua volta, riproduce il contenuto della nuova relazione tecnica di parte, senza tuttavia evidenziare affatto quali siano gli specifici errori nella rilevazione dei fatti ovvero eventuali errori commessi dall’ausiliario nella scelta del metodo o dei criteri di indagine applicati, limitandosi piuttosto a riportare singoli frammenti della c.t.u. che non consentono alla Corte – che non ha accesso diretto agli atti del giudizio di merito – di comprendere il senso complessivo emergente dalli elaborato peritale attraverso la connessione dei diversi periodi di senso compiuto di cui si compone. Tali frammenti, peraltro, vengono riprodotti e ritenuti – in modo assertivo – o meramente lapalissiani, ovvero fondati su presupposti tecnici del tutto fallaci, venendo in tal modo a risolversi la critica in una mera affermazione oppositiva priva di qualsiasi indicazione di uno specifico errore fattuale decisivo (derivante dalla inesatta rilevazione dei segni grafici posti in comparazione, ovvero dalla errata scelta delle scritture di comparazione, o ancora determinato da un errore tecnico consistito nel porre in comparazione dati disomogenei, ossia non comparabili secondo i criteri propri della grafologia). Anche la critica rivolta alla concorrente applicazione di diversi metodi di indagine da parte del CTU, si risolve nell’assunto del tutto apodittico per cui le anomalie compositive (differente realizzazione morfologica, diversa gestualità grafica, diversa erogazione pressoria; diversità degli engrammi, interruzione del “ductus”, differenti dimensioni “di calibro e di largo” tra le lettere) dovrebbero sempre ed in ogni caso ritenersi irrilevanti e recessive rispetto all’impiego della metodologia della verifica dei “segni coattivi”, in quanto tutti gli altri criteri – ai quali pure, incontestabilmente, fa ricorso la scienza grafologica – potrebbero evidenziare difformità morfologiche influenzate da circostanze contingenti, quali una “compromessa vis scribendi” (nella specie determinata dallo stato di malattia di T.V.) od un piano di appoggio non stabile, o ancora una difficoltà di assestamento della penna tra le dita (ricorso pag. 16). Vale osservare al riguardo che, se, da un lato, l’impiego di più tecniche di esame è indice di approfondito esame in quanto volto a ricercare, tramite la valutazione incrociata dei dati, ulteriori conferme e riscontri, la indicazione di potenziali elementi esterni che possono incidere sulla autografia, viene a risolversi in una mera prospettazione di possibili ipotesi alternative delle cause di difformità grafica riscontrate, che non esclude, per ciò stesso, la correttezza della diversa interpretazione accreditata dal CTU, tanto più che il rilievo della ricorrente, volto a ricondurre le difformità grafiche riscontrate nelle scritture in comparazione esclusivamente alle incertezze e difficoltà nella “vis scribendi” incontrate da T.V. a causa del grave stato psicopatologico in cui versava nei giorni immediatamente anteriori al decesso, non era rimasto estraneo alla indagine peritale. Come emerge, infatti, dalla lettura della sentenza di appello, il Giudice di secondo grado, “con specifico riferimento alla questione della condizione psico-fisica presentata dal T. al momento della apparente sottoscrizione”, nonchè alla avanzata età del medesimo, aveva argomentato il proprio convincimento adesivo alle conclusioni della c.t.u., in quanto le gravi condizioni di salute apparivano tali non soltanto da determinare una ridottissima capacità di mantenimento della grafia “reale”, ma addirittura da indurre a ritenere che il T. non fosse stato neppure in grado di apporre la sottoscrizione all’atto che era stato precedentemente redatto: pertanto “in quel frangente non poteva essere esente dalle limitazioni che caratterizzano non solo una mano anziana, ma soprattutto una mano di persona in precarie condizioni di salute”, limitazioni che non emergono dalla scrittura oggetto di verifica che risulta redatta con una grafia che – nelle pur riscontrate anomalie – risulta “molto simile alla sua, al punto da apparire, ad un esame a prima vista, come la reale firma” e tale, quindi, da indurre a ritenerla “frutto di imitazione pedissequa” (cfr. sentenza, motivazione, pag. 8), conclusione avvalorata anche dagli ulteriori elementi istruttori (prove orali) che rendevano inverosimile che il T., mentre si trovava in (OMISSIS) dalla sorella, versando in gravi condizioni di salute, avesse potuto predisporre o richiedere a taluno di predisporre il testo informatico della lettera 10.12.2003, indicandola poi come redatta a (OMISSIS) e quindi recarsi personalmente all’ufficio postale – in difetto di prova dell’affidamento di tale incarico ad altra persona – per spedirla a mezzo posta alla società assicurativa.

Il secondo motivo (contraddittoria motivazione su un fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) è infondato.

La ricorrente reitera i medesimi argomenti, prospettati con il primo motivo, concernenti lo stato di malattia del T., deducendo una insanabile contraddittorietà logica nella valutazione della difformità grafica ed una incongruenza nella indagine dell’ausiliario concernente l’assenza di lesioni alla mano riportate dal de cuius a seguito di una caduta.

1- La asserita contraddizione tra la conclusione del CTU (“grossolana similarità della firma”), e l’affermazione contenuta in sentenza secondo cui la firma appariva “molto simile” (sentenza pag. 8) non sussiste: la espressione utilizzata dalla Corte territoriale, infatti, se letta nel contesto motivazionale, intende evidenziare che uno stato patologico così alterato, come quello in cui versava il T., non avrebbe consentito a questi di “conservare il ductus reale”, quindi le anomalie grafiche sarebbero dovuto risultare molto più evidenti di quelle che, nel tentativo di imitare quanto più possibile il tratto reale, si sono palesate “molto (troppo) simili” e dunque opera di imitazione grossolana

2- L’altra asserita contraddizione attiene piuttosto ad una critica “interna” alla c.t.u.: l’ausiliario non avrebbe tenuto in debito conto la “particolare gravità della situazione patologica” limitandosi a rilevare soltanto che il T. cadendo non aveva riportato lesioni alla mano e o al polso: da un lato la critica non appare decisiva in quanto la esenzione di lesioni alla mano, NON implica perciò stesso la esclusione della ridottissima capacità della “vis scribendi” determinata dal grave stato di malattia; dall’altro come si è già osservato nell’esame del primo motivo, la grave compromissione dello stato di salute del T. è stata puntualmente considerata dalla Corte territoriale che ne ha tratto il convincimento della impossibilità per il de cuius di apporre un segno grafico “troppo simile” a quello reale.

3- La terza asserita contraddizione reitera la medesima critica sub 1 ritenuta infondata.

Il terzo motivo (violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 ed art. 118 disp. att.) è infondato.

La circostanza di fatto, in ipotesi omessa dal Giudice di appello (e cioè la maturata decisione del T. di modificare la indicazione del beneficiario della polizza vita, – come risulta dalla testimonianza resa dall’agente FIDEURAM, G. – supportata dalle gravi condizioni di salute del contraente) è stata, al contrario, espressamente valutata dalla Corte territoriale e ritenuta non dirimente ai fini della prova della certa riferibilità al T. della manifestazione di volontà di revoca e sostituzione del beneficiario di cui alla lettera 10.12.2003 (vedi sentenza in motivazione, pag. 6), avendo il Giudice di merito ritenuti prevalenti gli altri elementi indiziari emersi dalla istruttoria in primo grado (prova orale) che rendevano inverosimile che il T., giunto in gravi condizioni di salute a (OMISSIS), avesse potuto spedire una missiva da (OMISSIS), scritta con il computer, del quale la sorella era sfornita (cfr. sentenza Tribunale Roma, trascritta alla pag. 5 della motivazione della sentenza di appello ed alla quale motiva per relationem la Corte territoriale). Difetta pertanto, nella specie, tanto l’assenza materiale nel provvedimento impugnato di una parte argomentativa, quanto lo svolgimento di un argomento motivazionale tautologico o paralogico, che individuano il vizio di nullità della sentenza fatto valere con il motivo in esame.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e la parte ricorrente condannata alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore di ciascuno dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 8.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2017

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