Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25084 del 16/09/2021

Cassazione civile sez. I, 16/09/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 16/09/2021), n.25084

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina A. R. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

O.J., elettivamente domiciliato in Lecce, Via G. Garibaldi,

n. 3, presso lo studio dell’avv. Francesco Maria De Giorgi, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 29/10/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Cons. Dott. GIUSEPPINA ANNA

ROSARIA PACILLI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto del 29 ottobre 2018, il Tribunale di Lecce ha rigettato il ricorso proposto da O.J., nativo della (OMISSIS), avverso il decreto con cui la Commissione territoriale aveva rigettato la domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale o di quella umanitaria.

2. Avverso il menzionato decreto l’interessato ha proposto ricorso per cassazione, deducendo: 1) l’erronea applicazione del principio dell’onere della prova attenuato e il mancato esercizio di poteri istruttori d’ufficio; 2) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 4, per la mancata considerazione della situazione del paese e della regione di provenienza (Esan State), nonostante l’interessato avesse riferito di fenomeni di intolleranza religiosa, di corruzione delle forze dell’ordine, di attività violente di gruppi ribelli; 3) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, per la mancata considerazione della persecuzione subita dal richiedente;

4) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in relazione alla protezione sussidiaria, per il mancato riconoscimento dell’esistenza di una minaccia grave alla vita e all’incolumità e la mancata considerazione della situazione del paese di provenienza;

5) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, per l’omessa considerazione della persecuzione subita dal richiedente in quanto di religione cristiana; 6) la violazione dell’art. 3 Cost., sotto il profilo del diritto di difesa, non essendo previsto dall’ordinamento un doppio grado di giudizio di merito, ma il solo rimedio del ricorso per cassazione contro la decisione del tribunale; 7) la mancata considerazione della specifica situazione del richiedente, quale emergeva dalle sue dichiarazioni; 8) la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 11, sul rilievo che, in mancanza di videoregistrazione dell’audizione davanti alla Commissione territoriale, il Tribunale avrebbe dovuto fissare l’udienza di comparizione e procedere all’audizione dell’interessato.

3. L’amministrazione intimata non si è costituita.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

1.1. Quanto ai motivi 1), 2), 3), 4), 5), 7), deve osservarsi che le doglianze del ricorrente consistono nella mera riproposizione di rilievi, già sottoposti al Tribunale di Lecce in relazione a una situazione di pericolo di danno, alla quale egli sarebbe sottoposto nel suo paese di origine, in quanto aveva subito velate minacce da un uomo, da cui aveva del materiale per proprio negozio e che non glielo aveva consegnato, trattenendo i suoi soldi.

Sul punto, il decreto impugnato reca una motivazione pienamente logica e coerente – e, dunque, insindacabile in sede di legittimità laddove evidenzia che – già sul piano delle allegazioni – il ricorrente non ha rappresentato di versare in una situazione meritevole del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria. Il decreto, inoltre, rimarca l’assoluta inverosimiglianza del racconto, intriso di contraddizioni e di elementi vaghi e generici. Il Tribunale, in particolare, rileva che il ricorrente non aveva riferito alcun concreto episodio di minaccia o di violenza nei propri confronti, essendosi limitato a dichiarare che, allorché egli si era recato al negozio dell’uomo per avere il materiale ordinato, questi si è rivolto a lui con aria minacciosa.

Dunque, a fronte dei rilievi del richiedente, privi di sufficiente specificità e contraddittori, il Tribunale non aveva l’obbligo di cooperazione istruttoria. Difatti, in base ad un consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si concretizza in presenza di allegazioni del richiedente precise, complete, circostanziate e credibili, e non invece generiche, non personalizzate, stereotipate, approssimative e, a maggior ragione, non credibili. Compete, quindi, all’interessato innescare l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria attraverso – in primis – l’allegazione di situazioni sussumibili in quelle previste dalla normativa sulla protezione internazionale (vedi, per tutte: Cass. 12 giugno 2019, n. 15794).

1.2 Quanto alla protezione umanitaria – oggetto di generici richiami nel ricorso per cassazione – va osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero, che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su un’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel paese d’accoglienza (ex multis, Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298). Deve ricordarsi, inoltre, che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Sez. U., n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062 – 02). Tale valutazione comparativa è stata compiutamente effettuata dal Tribunale, che – come visto ha considerato non credibile la versione fornita dall’interessato; cosicché non può essere ritenuto sussistente alcun pericolo di trattamenti inumani. Il Tribunale ha anche verificato l’insussistenza di una situazione generalizzata di pericolo nel paese di origine, spingendo il suo sindacato ben oltre la prospettazione dell’interessato, sulla base di documentazione proveniente da organizzazioni internazionali e associazioni umanitarie, presa in considerazione d’ufficio, giungendo ad accertare che egli non presenta profili di vulnerabilità nel suo paese di origine. In particolare, nel provvedimento impugnato si evidenzia l’insussistenza di conflitti o persecuzioni religiose nelle aree di riferimento.

2. Deve essere ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale proposta con il sesto motivo di doglianza, con cui si dubita del sistema di tutela giurisdizionale in riferimento all’art. 3 Cost., non essendo previsto dall’ordinamento un doppio grado di giudizio di merito. E’ sufficiente qui ricordare che questa Corte ha già affermato la manifesta insussistenza di un contrasto con gli artt. 3,24,111 Cost., del regime di non reclamabilità del decreto, che definisce il procedimento per l’ottenimento della protezione internazionale, non esistendo una copertura costituzionale del principio del doppio grado di giurisdizione di merito, per di più a fronte delle particolari esigenze di celerità del procedimento in oggetto, ed essendo comunque previsto il ricorso per cassazione (ex multis, Sez. 1, n. 27700 del 30/10/2018, Rv. 651122).

3. Infine, deve ritenersi insussistente la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, lamentata con l’ottavo motivo di doglianza. La disposizione in questione stabilisce, infatti, che, in mancanza di videoregistrazione dell’audizione davanti alla Commissione territoriale, il Tribunale è tenuto a fissare l’udienza di comparizione; cosa avvenuta nel caso di specie. Non sussiste, invece, alcun obbligo di procedere, in tale udienza, all’audizione dell’interessato, il quale sarà sentito in giudizio solo qualora il giudice nel caso concreto ravvisi la necessità di chiarimenti (ex multis, Sez. 1, n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521); necessità che non vi è nel caso di specie, in quanto le ragioni che hanno spinto il richiedente a lasciare il suo paese sono già state compiutamente esaminate dalla Commissione territoriale, mentre la difesa non ha evidenziato lacune o profili problematici tali da rendere necessaria una nuova audizione.

4. Nulla è dovuto per le spese dal ricorrente soccombente, non essendosi costituita la controparte.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo, così come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma quater, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2021

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