Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25068 del 23/10/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 23/10/2017, (ud. 15/12/2016, dep.23/10/2017),  n. 25068

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10528-2016 proposto da:

M.F., M.G., D.A., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA LUDOVISI 36, presso lo studio dell’avvocato

ATTILIO COTRONEO, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato DOMENICO POLIMENI;

– ricorrenti –

e contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO ECONOMIA FINANZE (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 20898/2015 del TRIBUNALE di ROMA, depositata

il 19/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/12/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

udito l’Avvocato Polimeni per i ricorrenti.

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

Gli odierni ricorrenti proponevano opposizione agli atti esecutivi avverso il provvedimento del G.E. con il quale era stata respinta la loro istanza di intervento nella procedura esecutiva RGE n. 25038/2012 pendente dinanzi al Tribunale di Roma, assumendo che era errata la valutazione del giudice circa il fatto che, a seguito della introduzione della L. n. 89 del 2001, art. 5 quater, comma 2 bis (come introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 55), non sarebbe stato possibile procedere esecutivamente nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, vantando gli intervenienti un titolo solo nei confronti del Ministero della Giustizia.

Deducevano altresì che la norma invocata dal G.E. era sopravvenuta rispetto all’inizio della procedura esecutiva nella quale erano intervenuti e che la soluzione di cui all’ordinanza impugnata si poneva in contrasto con i principi di cui alla sentenza delle S.U. n. 61/2014.

In ogni caso non si poteva disconoscere il credito degli opponenti se non dando luogo alla procedura di cui all’art. 499 c.p.c., commi 5 e ss..

Il Tribunale di Roma con la sentenza n. 20898 del 19 ottobre 2015 rigettava l’opposizione.

Osservava che la possibilità di agire esecutivamente nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze sulla base di un titolo ottenuto invece nei confronti del Ministero della Giustizia, era stata inizialmente prevista dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1225 ma che successivamente era entrata in vigore, sebbene in epoca anteriore all’intervento, la norma di interpretazione autentica, e cioè della L. n. 89 del 2001, art. 5 quater, il comma 2 bis (così come introdotto dal D.L. n. 83 del 2012) che quindi ha testualmente escluso che il Ministero esecutato potesse farsi carico di debiti gravanti su diverse amministrazioni.

Attesa la natura interpretativa della norma, la stessa ben poteva trovare applicazione anche a procedure esecutive pendenti.

Inoltre, risultava inconferente il richiamo a quanto affermato dalle Sezioni Unite nella procedura n. 61/2014, in quanto nella fattispecie si verteva in un’ipotesi in cui la procedura era stata legittimamente introdotta sulla base del titolo esecutivo del creditore procedente che era rimasto valido sino alla data dell’ordinanza di assegnazione, posto che nella vicenda la mancata assegnazione agli opponenti era da imputare ad un difetto di legittimazione passiva del Ministero esecutato.

Nè poteva accedersi alla tesi dell’erronea applicazione dell’art. 499 c.p.c., in quanto le previsioni di cui ai comma 6 e ss. della norma trovano applicazione nel caso di intervento non titolato, ma pur sempre dotato dei requisiti di cui all’art. 499 c.p.c., comma 1 sicchè non appaiono invocabili nella diversa ipotesi, che ricorre nella fattispecie, di soggetti che siano intervenuti sulla base di un titolo emesso nei confronti di un soggetto diverso dall’esecutato.

Per la cassazione di questa sentenza D.A., M.F. e M.G., tutti nella qualità di eredi di M.O., hanno proposto ricorso sulla base di quattro motivi illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..

I Ministeri intimati non hanno svolto difese in questa fase.

Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 2 bis e degli artt. 499 e ss. c.p.c., nella parte in cui il giudice di merito ha rigettato l’opposizione sull’erroneo presupposto che l’intervento era avvenuto in una procedura esecutiva introdotta nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma per far valere un credito vantato dagli intervenienti nei confronti del Ministero della Giustizia.

Si assume che anche il titolo del creditore procedente era sorto nei confronti del Ministero della Giustizia, sicchè la salvezza del titolo di questi avrebbe dovuto portare all’accoglimento dell’opposizione.

Il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

La questione relativa al possesso in capo al creditore procedente di un titolo formatosi nei confronti dello stesso Ministero della Giustizia, e non anche del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nei cui confronti la procedura è stata intrapresa, non risulta che abbia costituito specifico oggetto di contestazione nel precedente grado di merito, sicchè, in assenza di indicazioni in tal senso ricavabili dal testo della sentenza impugnata, la parte avrebbe dovuto ai fini dell’ammissibilità del motivo, specificamente indicare in quale atto processuale delle precedenti fasi di giudizio avesse posto la questione.

Inoltre il motivo pecca del requisito della specificità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6 in quanto assume che la prova della veridicità della propria affermazione si trarrebbe dal decreto posto dalla creditrice procedente a fondamento dalla propria esecuzione, senza trascriverne il contenuto in ricorso, nè indicare ove sia reperibile e quando e chi lo abbia eventualmente introdotto nel precedente grado di giudizio, ed assumendo la presenza dell’atto in un fascicolo estraneo rispetto all’incidente cognitivo generato dalla proposizione dell’opposizione esecutiva per cui è causa.

In ogni caso la deduzione è priva di fondamento, in quanto, anche laddove rispondesse al vero quanto sostenuto, la diversa sorte toccata alla vicenda del creditore principale, non può incidere sulla verifica circa la correttezza della soluzione invece offerta alla richiesta di intervento dei ricorrenti, la quale risulta pacificamente fondarsi su di un titolo che vede come debitore il Ministero della Giustizia, e cioè un soggetto che, alla luce delle previsioni di cui al D.L. n. 83 del 2012, menzionato art. 55, comma 2 bis è diverso da quello nei cui confronti è stato spiegato intervento.

Inoltre, proprio il fatto che la procedura intentata dal creditore procedente sia proseguita sino all’emanazione dell’ordinanza di assegnazione, senza che sia stata fatta rilevare la carenza di un valido titolo idoneo a sorreggere la procedura esecutiva, fornisce altresì contezza della impossibilità di poter invocare nella fattispecie i principi di cui alla sentenza delle Sezioni Unite n. 61/2014, che ha infatti riguardo alla diversa ipotesi in cui venga meno il titolo del creditore procedente (e ciò anche a tacere del fatto che la sopravvivenza della procedura esecutiva in caso di caducazione del titolo del creditore procedente, presuppone la validità del titolo degli interventori titolati, validità che la sentenza impugnata ha condivisibilmente escluso).

Tantomeno appare possibile invocare la permanente validità del titolo del creditore principale, quale causa di per sè sola sufficiente a legittimare l’intervento dei ricorrenti, in quanto tale affermazione non coglie la reale ragione del rigetto dell’opposizione fondata sull’affermazione che in realtà il titolo posto a fondamento dell’intervento vedeva come debitore un soggetto diverso da quello esecutato.

Il secondo motivo di ricorso denunzia la violazione degli artt. 499 e ss. c.p.c., in quanto il G.E. non avrebbe potuto rigettare de plano l’intervento dei ricorrenti, ma avrebbe dovuto fissare udienza dinanzi a sè per la comparizione del debitore e dei creditori privi di titolo esecutivo.

Il motivo è evidentemente destituito di fondamento.

Infatti, oltre a doversi condividere l’assunto del giudice di merito secondo cui non vi è luogo alla procedura delineata dalle norme invocate dai ricorrenti, nel caso in cui emerga dalle stesse ragioni degli interventori il difetto di legittimazione del debitore esecutato, risulta carente in ogni caso il requisito che la norma impone per la fissazione della detta udienza, e che cioè si tratti di intervento di creditori privi di titolo, laddove gli intervenienti” nel caso di specie, avevano spiegato intervento facendo valere il titolo giudiziale emesso in loro favore, sebbene nei confronti del Ministero della Giustizia, all’esito di una procedura per la liquidazione di equo indennizzo.

Il terzo motivo denunzia la violazione del D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 2 bis nella parte in cui il giudice di merito ha ritenuto che trattasi di norma di interpretazione autentica.

La censura è del tutto priva di fondamento essendo evidente dalla formulazione stessa della norma di cui si denunzia la violazione, il carattere interpretativo della medesima.

In ogni caso ed anche laddove, in via di mera ipotesi, voglia annettersi alla previsione de qua carattere innovativo, è pacifico, come si rileva dalla sentenza impugnata, che l’intervento dei ricorrenti è avvenuto in epoca successiva alla data di entrata in vigore della novella di modo che a tale data alcuna legittima aspettativa poteva reputarsi nutrita dagli interventori in relazione ad una previsione normativa che in quel momento già escludeva in maniera manifesta la possibilità di poter far valere ragioni creditorie vantate nei confronti del Ministero della Giustizia nei confronti di una diversa amministrazione.

Alcuna rilevanza, come già detto, assumono rispetto alla verifica della legittimità dell’intervento spiegato nella procedura esecutiva, le sorti della procedura riguardo alla posizione del creditore procedente.

Le considerazioni sviluppate nella parte finale dell’esposizione del terzo motivo, con le quali si intende sostenere che al più la norma de qua avrebbe potuto retroagire, facendo però salvi i titoli esecutivi formatisi in epoca anteriore alla sua entrata in vigore (affermazione questa che negherebbe in radice la stessa natura interpretativa della norma e che non tiene conto del fatto che si tratta di disciplina che attiene, non alla formazione del titolo esecutivo, quanto all’individuazione del soggetto nei cui confronti esperire la procedura esecutiva) introducono poi alla disamina del quarto motivo di ricorso con il quale si denunzia l’incostituzionalità della medesima previsione, chiedendosi a questa Corte di sollevare incidente di costituzionalità.

In sostanza si deduce che la norma violerebbe l’art. 3 Cost. per la violazione del principio di ragionevolezza, in quanto la norma interpretativa sarebbe intervenuta a distanza di circa sei anni dall’entrata in vigore della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1225 che aveva individuato nel Ministero dell’Economia e delle Finanze l’ente tenuto al pagamento degli indennizzi liquidati all’esito delle procedure di cui alla L. n. 89 del 2001, allorquando era già maturata una interpretazione della norma priva di dubbi o incertezze applicative.

Inoltre si sarebbe provveduto con una norma che non avrebbe in realtà alcun carattere interpretativo, incidendo quindi sul legittimo affidamento insorto nella generalità dei cittadini circa la portata applicativa della norma a suo tempo emanata.

Il chiaro carattere innovativo rende quindi la norma illegittima anche per contrasto con i principi della CEDU.

Inoltre crea disparità di trattamento tra i creditori dei vari Dicasteri individuati come debitori in conseguenza delle accertate lungaggini processuali.

La norma sarebbe altresì in contrasto con gli artt. 10, 11 ed 80, in relazione all’art. 6 della CEDU, nonchè con l’art. 111 Cost. sempre in relazione all’art. 6 della CEDU.

Ad avviso del Collegio le questioni di costituzionalità sollevate dai ricorrenti risultano irrilevanti e manifestamente infondate. In primo luogo, ed in punto di rilevanza, gran parte delle deduzioni si fondano sulla affermazione di un affidamento maturato nei ricorrenti che avrebbero confidato nel testo della legge del 2006, nella versione anteriore alla modifica apportata dal 2012.

Tuttavia, come detto, occorre avere riguardo alla data dell’intervento per valutare se effettivamente gli interventori potessero ancora vantare un legittimo affidamento, ed a tale data era già stata emanata la norma di interpretazione autentica, sicchè per gli stessi era assolutamente conoscibile il fatto che i crediti vantati nei confronti del Ministero della Giustizia non potessero più essere azionati in via esecutiva nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Una questione in tema di affidamento si sarebbe potuta porre nella diversa ipotesi, che non ricorre tuttavia nella fattispecie, in cui avvenuto l’intervento sulla base del testo originario della L. n. 286 del 1996, art. 1, comma 1225 e quindi in epoca anteriore all’emanazione della legge di interpretazione autentica, successivamente il G.E. avesse riscontrato il difetto di legittimazione del debitore esecutato per il sopravvenire della norma interpretativa, ma trattasi di situazione nettamente differente da quella in cui versano invece i ricorrenti.

In ogni caso le censure di incostituzionalità appaiono prive di fondamento, posto che la norma denunziata ha ritenuto di dover fornire la corretta interpretazione delle norme vigenti, ribadendo la regola di carattere generale secondo cui l’esecuzione deve essere intrapresa nei confronti del soggetto che il titolo stesso individua come debitore, non potendo incidere sulla correttezza di tale soluzione, imposta dai principi circa la natura personale della responsabilità del debitore, considerazioni legate alla maggiore o minore capienza del patrimonio dei vari Dicasteri.

Nulla per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte degli intimati.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 1 bis, stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 15 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2017

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