Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25064 del 09/11/2020

Cassazione civile sez. I, 09/11/2020, (ud. 07/10/2020, dep. 09/11/2020), n.25064

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 14918-2019 proposto da:

S.T., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’Avv. Marco Michele Picciani, del foro di Roma che lo

rappresenta e difende (pec:

marcomichelepicciani.ordineavvocatiroma.org)

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 291/2019 (pubbl. il 4/2/2019) della Corte di

appello di Venezia;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 7/10/2020 dal consigliere relatore Dott. Giovanni

Ariolli.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. S.T., cittadino del (OMISSIS), ricorre per cassazione avverso la sentenza n. 291/2019 della Corte di appello di Venezia che ha rigettato – con revoca del gratuito patrocinio e con condanna alle spese – l’appello avverso l’ordinanza del tribunale di Venezia che aveva confermato il diniego della Commissione territoriale di Verona in ordine alle sue domande per il riconoscimento dello status di rifugiato o in subordine della protezione sussidiaria ovvero di quella umanitaria; svolgendo due motivi ne chiede l’annullamento.

2. Con controricorso si è costituito il Ministero dell’Interno, il quale ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso. Con vittoria di spese di giudizio.

3. Il Procuratore generale presso questa Corte, con requisitoria scritta del 16/9/2020, pur evidenziando “una qualche incertezza nella articolazione dei motivi” ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Con il primo motivo, si deduce: “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19; art. 1 Convenzione di Ginevra; D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 – 17; D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2 nonchè l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

La censura è manifestamente infondata, in quanto in tema di protezione sussidiaria questa Corte ha affermato che, quando si deduca un fatto suscettibile D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b) del riconducibile all’azione di privati, l’onere di allegazione del richiedente deve essere adempiuto in termini sufficientemente specifici, non potendosi, in mancanza, attivare l’obbligo di integrazione istruttoria officiosa D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27. Nel caso in esame, il ricorrente nulla ha allegato o specificamente dedotto sulla mancata protezione da parte delle Autorità statali delle possibili violenze alle quali potrebbe andare incontro in caso di rientro nel Paese di origine a cagione della disputa di carattere familiare che lo avrebbe indotto a fuggire (dovuta a contrasti con la propria famiglia per avere sposato una donna di casta inferiore) e ciò a prescindere dall’assenza – in ragione della natura assai circoscritta della vicenda anche con riguardo ai soggetti dai quali si temono le possibili aggressioni, solo genericamente enunciate – di una reale ed effettiva causa di persecuzione o danno grave nell’accezione offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007 (Cass. 8930/2020; Cass. 9043/2019).

5. Con il secondo motivo deduce “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6”.

La censura, che attiene al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, è manifestamente infondata. Questa Corte ha, al proposito, affermato che la valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere ancorata ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, poichè, in caso contrario, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. ord. n. 9304/2019). Nel caso di specie, la speciale forma di protezione è stata motivatamente esclusa tanto con riferimento all’assenza di un’effettiva integrazione del ricorrente nel tessuto socio-culturale in Italia (non ravvisabile nello svolgimento di sporadiche attività lavorative), quanto alla situazione del Paese di origine. Al riguardo, infatti, si è evidenziato come dalla narrazione dello stesso ricorrente non risultino allegate minacce precise e concrete da parte dei vicini e dei familiari in esito al possibile rientro in (OMISSIS) a causa della convivenza con una ragazza di altra casta, con la conseguenza che l’addotta discriminazione esistente nella Repubblica democratica federale del (OMISSIS) – motivatamente esclusa dalla Corte di merito facendo riferimento alle COI aggiornate – risulta priva di specifica correlazione con la situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente. La sentenza impugnata, pertanto, si sottrae sul punto anche ai rilievi del P.G. che, proprio nella mancanza di tali riferimenti documentali aveva ritenuto fondata la censura di violazione del dovere di cooperazione istruttoria ai fini di valutare la credibilità intrinseca del narrato del richiedente.

6. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile, condannandosi il ricorrente, stante la soccombenza, a rifondere le spese all’Amministrazione controricorrente, liquidate come in dispositivo.

7. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a pagare al controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 2.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2020

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