Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25038 del 09/11/2020

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2020, (ud. 06/11/2019, dep. 09/11/2020), n.25038

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11243-2018 proposto da:

D.S.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA GIOVANNI

RANDACCIO 1, presso lo studio dell’avvocato LEONARDO MUSA,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARILENA PODDI;

– ricorrente –

contro

ADRIATICA MOTORI S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA EMANUELE FILIBERTO

191, presso lo studio dell’avvocato PAOLA ERSILIA CURSARO,

rappresentata e difesa dagli avvocati CATALDO MOTTA, VALERIA

GALASSI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2492/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 30/10/2017 r.g.n. 663/2015.

 

Fatto

RILEVATO

che la Corte territoriale di Lecce, con sentenza pubblicata in data 30.10.2017, ha respinto il gravame interposto da D.S.S., nei confronti della Adriatica Motori S.p.A. – alle dipendenze della quale il medesimo ha prestato servizio dal 18.12.2001 al 28.3.2008, quale meccanico specializzato -, avverso la pronunzia del Tribunale di Brindisi n. 20/2015, resa il 13.1.2015, con cui era stata rigettata la domanda del dipendente diretta ad ottenere la nullità del licenziamento disciplinare allo stesso intimato con lettera pervenuta il 31.3.2008 (“per avere il lavoratore esercitato attività di riparazione di autoveicoli di marca Opel” – della quale, la società datrice gestiva in (OMISSIS) una officina autorizzata – “presso la sua abitazione in concorrenza con la società, come accertato anche attraverso una agenzia di investigazioni all’uopo incaricata”), e la condanna della parte datoriale alla reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro ed alla corresponsione, in favore del medesimo, di una indennità risarcitoria commisurata alla retribuzione globale di fatto, dalla data del licenziamento sino a quella della effettiva reintegrazione ed al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali;

che la Corte di Appello, per quanto ancora in questa sede rileva, ha osservato che “il rigetto della domanda del D.S. consegue non al rilievo della mancanza di difese tempestive in ricorso, bensì, sostanzialmente, alla valutazione operata dal primo giudice in ordine alla sussistenza di idonei elementi probatori a sostegno della giusta causa del licenziamento e, per contro, all’insussistenza di idonea prova dell’eccezione di infondatezza delle contestazioni disciplinari datoriali”; ed altresì che, “comunque, anche laddove si ritenesse di poter e dover affrontare in questa sede la questione della proporzionalità tra fatto contestato e sanzione disciplinare, ci sarebbe da rilevare che l’esecuzione, da parte del dipendente, di attività di riparazione in proprio anche su automobili della marca di cui l’officina era concessionaria costituisce giusta causa di recesso ai sensi dell’art. 2119 c.c., essendo tale da incrinare e far venire meno il rapporto fiduciario con la società datrice di lavoro, poichè, anche indipendentemente dalla valenza economica dell’attività concorrenziale, il D.S. ha utilizzato a proprio esclusivo vantaggio, e sottraendo potenziali clienti all’officina, le competenze specialistiche acquisite grazie all’investimento di risorse dell’azienda, la quale gli ha assicurato la formazione pratica sul campo e quella tecnica. Si tratta di condotta che non consente all’azienda di poter confidare, in prospettiva, nell’adesione spontanea del dipendente agli obblighi di correttezza e di fedeltà”;

che per la cassazione della sentenza ricorre il D.S., articolando motivo, cui la Adriatica Motori S.p.A. resiste con controricorso;

che sono state depositate memorie nell’interesse del lavoratore, ai sensi dell’art. 380-bis codice di rito;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione dell’art. 244 c.p.c., artt. 2105,2118,1175 e 1375 c.c. “per omesso rilievo della inidoneità della conferma “in blocco” del rapporto investigativo (prodotto da parte datoriale) ad integrare la prova tipica della violazione imputata al dipendente e, conseguentemente, omesso rilievo della mancanza di prova della ricorrenza della giusta causa di licenziamento”, ed in particolare, si lamenta che la Corte di merito avrebbe ritenuto raggiunta la prova dei fatti posti a base della contestazione disciplinare, che ha condotto la parte datoriale ad intimare la sanzione espulsiva, soltanto alla stregua del rapporto investigativo prodotto da Adriatica Motori S.p.A. a supporto della sanzione irrogata;

che il motivo – che presenta profili di inammissibilità, nei termini di seguito precisati – non è meritevole di accoglimento; al riguardo, innanzitutto, si rileva che il ricorrente non ha indicato sotto quale profilo la norma di cui all’art. 244 c.p.c. sarebbe stata violata; e ciò, in spregio alla prescrizione di specificità dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360, comma 1, n. 3 codice di rito, debba essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle disposizioni asseritamente violate, ma, altresì, con specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le disposizioni regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le molte, Cass., Sez. VI, ord. nn. 187/2014; 635/2015; Cass. nn. 19959/2014; 18421/2009); inoltre, non risulta prodotto (e neppure indicato tra i documenti offerti in comunicazione nel ricorso per cassazione), nè trascritto (se non parzialmente), il rapporto investigativo che la società datrice ha posto a supporto della sanzione irrogata e sul quale le doglianze si fondano, in violazione del principio (v. art. 366, comma 1, n. 6 codice di rito) più volte ribadito da questa Corte, che definisce quale onere della parte ricorrente quello di indicare lo specifico atto precedente cui si riferisce, in modo tale da consentire alla Corte di legittimità di controllare ex actis la veridicità delle proprie asserzioni prima di esaminare il merito della questione (v., ex multis, Cass. n. 14541/2014). Il ricorso per cassazione deve, infatti, contenere tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed a consentire la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza che sia necessario fare rinvio a fonti esterne al ricorso e, quindi, ad elementi o atti concernenti il pregresso grado di giudizio di merito (cfr., tra le molte, Cass. nn. 10551/2016; 23675/2013; 1435/2013);

che, ciò premesso in ordine ai profili di inammissibilità che presenta, in parte, il mezzo di impugnazione, va, comunque, osservato che il medesimo non è fondato, poichè, come condivisibilmente sottolineato dai giudici di seconda istanza (v. pag. 6 della sentenza impugnata), “il rigetto della domanda del D.S. consegue alla valutazione operata dal primo giudice in ordine alla sussistenza di idonei elementi probatori a sostegno della giusta causa del licenziamento e, per contro, all’insussistenza di idonea prova dell’eccezione di infondatezza delle contestazioni disciplinari datoriali”; con ciò, dandosi conto del fatto che i giudici di merito sono pervenuti alla decisione dopo avere vagliato tutti gli elementi delibatori posti a fondamento della giusta causa della sanzione irrogata (v., in particolare, pagg. 10 e 11 della sentenza);

che, al riguardo, va, inoltre, osservato che la giusta causa di licenziamento è una nozione di legge che si viene ad inscrivere in un ambito di disposizioni caratterizzate dalla presenza di elementi “normativi” e di clausole generali (Generalklauseln) – correttezza (art. 1175 c.c.); obbligo di fedeltà, lealtà, buona fede (art. 1375 c.c.); giusta causa, appunto (art. 2119 c.c.) -, il cui contenuto, elastico ed indeterminato, richiede, nel momento giudiziale e sullo sfondo di quella che è stata definita la “spirale ermeneutica” (tra fatto e diritto), di essere integrato, colmato, sia sul piano della quaestio facti che della quaestio iuris, attraverso il contributo dell’interprete, mediante valutazioni e giudizi di valore desumibili dalla coscienza sociale o dal costume o dall’ordinamento giuridico o da regole proprie di determinate cerchie sociali o di particolari discipline o arti o professioni, alla cui stregua poter adeguatamente individuare e delibare altresì le circostanze più concludenti e più pertinenti rispetto a quelle regole, a quelle valutazioni, a quei giudizi di valore, e tali non solo da contribuire, mediante la loro sussunzione, alla prospettazione e configurabilità della tota res (realtà fattuale e regulae iuris), ma da consentire inoltre al giudice di pervenire, sulla scorta di detta complessa realtà, alla soluzione più conforme al diritto, oltre che più ragionevole e consona;

che tali specificazioni del parametro normativo hanno natura di norma giuridica, come in più occasioni sottolineato da questa Corte, e la disapplicazione delle stesse è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge. Pertanto, l’accertamento della ricorrenza, in concreto, nella fattispecie dedotta in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni e della loro concreta attitudine a costituire giusta causa di licenziamento, è sindacabile nel giudizio di legittimità, a condizione che la contestazione non si limiti ad una censura generica e meramente contrappositiva, ma contenga una specifica denuncia di incoerenza rispetto agli “standards” conformi ai valori dell’ordinamento esistenti nella realtà sociale (cfr., tra le altre, Cass. nn. 25044/15; 8367/2014; 5095/11). E ciò, in quanto, il giudizio di legittimità deve estendersi pienamente, e non solo per i profili riguardanti la logicità e la completezza della motivazione, al modo in cui il giudice di merito abbia in concreto applicato una clausola generale, perchè nel farlo compie, appunto, un’attività di interpretazione giuridica e non meramente fattuale della norma, dando concretezza a quella parte mobile della stessa che il legislatore ha introdotto per consentire l’adeguamento ai mutamenti del contesto storico-sociale (v. Cass., S.U., n. 2572/2012);

che, nel motivo di ricorso in esame, le censure formulate alla sentenza della Corte distrettuale non appaiono conferenti poichè non evidenziano in modo puntuale gli “standards” dai quali il Collegio di merito si sarebbe discostato, e non sottolineano gli errores in iudicando che nella sentenza, secondo il ricorrente, apparirebbero palesi;

che nella pronunzia impugnata, peraltro, ben si sottolinea che il comportamento tenuto dal D.S. sia idoneo ad integrare un’insanabile frattura del vincolo fiduciario, dovendosi avere riguardo anche alla disposto della norma di cui all’art. 2104 c.c. che, nel prescrivere (al comma 2) che il prestatore di lavoro debba osservare le disposizioni per l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore e dai collaboratori di questo, dai quali gerarchicamente dipende, obbliga lo stesso prestatore ad usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale;

che, alla stregua dei costanti arresti giurisprudenziali di questa Suprema Corte, il licenziamento disciplinare è giustificato nei casi in cui i fatti attribuiti al prestatore d’opera rivestano il carattere di grave violazione degli obblighi del rapporto di lavoro, tale da ledere irrimediabilmente l’elemento fiduciario; il giudice di merito deve, pertanto, valutare gli aspetti concreti che attengono principalmente alla natura del rapporto di lavoro, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni specifiche del dipendente, al nocumento arrecato, alla portata soggettiva dei fatti, ai motivi ed all’intensità dell’elemento intenzionale o di quello colposo (v., ex plurimis, Cass. n. 25608/2014); e la Corte di Appello, nella valutazione della proporzionalità tra illecito disciplinare e sanzione applicata (affrontata per considerare in modo compiuto la sussistenza della giusta causa, “anche se nell’atto di appello non è stato proposto uno specifico motivo di gravame su quella parte della decisione che riguarda la questione della proporzionalità della sanzione disciplinare”; e cui in questa sede si fa cenno, avendo il ricorrente dedotto che sarebbero state violate le norme di cui agli artt. 2105,1175 e 1375 c.c., non essendo egli venuto meno agli obblighi di fedeltà e di correttezza nei confronti della datrice di lavoro), si è attenuta a tale insegnamento ed ha tratto le conseguenze logico-giuridiche in termini di proporzionalità tra fatto commesso e sanzione irrogata, anche in considerazione del fatto che la condotta del dipendente, palesemente violativa del prescritto obbligo di fedeltà, è stata posta in essere con modalità tali da mettere in dubbio la futura correttezza dell’adempimento da parte del dipendente (cfr., tra le molte, Cass. n. 25044/2015);

che, per tutto quanto innanzi esposto, il ricorso va respinto;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 6 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2020

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA