Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25031 del 23/10/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 23/10/2017, (ud. 23/06/2017, dep.23/10/2017),  n. 25031

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12693-2016 proposto da:

ROSAFIN GROUP SRL, in persona del procuratore, elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE

di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato CARLO PACELLI;

– ricorrente –

contro

SCALIFICIO SANTARCANGIOLESE DI S.M. & C., in

persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 2, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE

CIGNITTI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

CLELIA SANTORO, NICOLA MININNI;

avverso la sentenza n. 628/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 03/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Preso atto che:

il Consigliere relatore dott. A. Scalisi ha proposto che la controversia fosse trattata in Camera di Consiglio non partecipata della Sesta Sezione Civile di questa Corte, ritenendo l’inammissibilità dell’unico motivo per genericità.

La proposta del relatore è stata notificata alle parti.

Letti gli atti del procedimento di cui in epigrafe.

Il Collegio premesso che:

La società RO.SA.FIN Group srl con ricorso n. 12693 del 2016 ha chiesto a questa Corte la cassazione della sentenza n. 628 del 2915 con la quale la Corte di Appello di Perugia, pronunciandosi su appello proposto dalla società Ro.Sa.Fin Group nei confronti della società Scalificio Santarcangiolese di S.M. &. C snc.

Confermava la sentenza n. 405 del 2012 con la quale il Tribunale di Perugia aveva rigettato l’eccezione di nullità del precetto per omessa notifica del titolo esecutivo e difetto di legittimazione passiva dell’appellante fondata sull’assenza della responsabilità patrimoniale a proprio carico, sul presupposto che la scissione parziale dalla Sacit si fosse perfezionata prima del sorgere del credito posto a fondamento dell’esecuzione forzata oggetto dell’opposizione. La vicenda oggetto del presente giudizio originava da un contratto di compravendita del 25 ottobre 1999, stipulato tra le parti del presente giudizio per la fornitura di una scala a chiocciola da installare nell’ospedale di (OMISSIS). La società Sacit (oggi Ro.sa.fin in data 1 marzo 2000 inviò l’ordine di acquisto della suddetta scala, aderendo alla comunicazione inviata mediante fax dalla società Scalificio Santarcangiolese. Eseguita la consegna della scala ed effettuato il collaudo, la società Scalificio Santarcangiolese non ricevette il pagamento del saldo e, pertanto, ha chiesto ed ottenuto decreto ingiuntivo per la somma di Lire 200.493.000. Il giudizio di opposizione veniva concluso con sentenza che confermava il decreto ingiuntivo.

Secondo la Corte distrettuale il contratto intercorso tra le parti era da qualificarsi quale contratto di compravendita al 25 ottobre 1999. La stipula di tale contratto risaliva ad un tempo anteriore rispetto alla scissione della società e risultava dagli atti che nell’art. 3 dell’atto di scissione si dava atto del subingresso della nuova società nei rapporti attivi e passivi azioni o ragiona della società.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta per un motivo: 1) violazione e falsa applicazione di norme di diritto, con particolare riferimento agli artt. 1665 e 1326 c.c..

Società Scalificio Santarcangiolese di Squadrami Maurizio &. C snc. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Secondo la società RO.SA.FIN Group srl, la Corte distrettuale avrebbe rigettato la domanda attorea sulla base di una errata interpretazione delle risultanze istruttorie, che hanno comportato l’affermazione secondo la quale il documento prodotto dalla società Scalificio Santarcangiolese datato 25 ottobre 1999 (dopo la scissione avvenuta il 16 dicembre 1999) costituisse la prova dell’avvenuta conclusione di un insistente contratto di compravendita. Piuttosto, il contratto di cui si dice si sarebbe concluso 111 marzo 2000 allorquando Sacit avrebbe inviato un ordine di acquisto. A sua volta la prestazione richiesta non costituirebbe la vendita di un bene dietro corrispettivo di denaro quanto la progettazione costruzione e posa in opera di un manufatto. Insomma, sempre secondo la ricorrente il contratto intercorso tra la società Sacit e la società Scalificio Santarcangiolese era un contratto misto, caratterizzato da una pluralità di prestazioni inscindibili unificate finalisticamente dal risultato finale. Ciò, avrebbe comportato l’acquisizione del fatto che il credito vantate dalla società Scalificio Santarcangiolese era sorto successivamente, alla scissione e, dunque, a solo carico della società Sacit.

1.1.= Il motivo è inammissibile per più di una ragione. Intanto, il motivo manca di autosufficienza perchè la ricorrente, pur facendo riferimento al contratto intervenuto tra le parti, ad un’offerta della società Scalificio Santacangiolese, omette di riportarne il contenuto o, almeno, di riferire i profili essenziali dai quali emergerebbe la natura del contratto che le parti hanno inteso stipulare, essendo insufficiente la semplice nota di acquisto (che viene inserito, nell’ambito del ricorso in fotocopia).

E, a parte questa prima considerazione, è inammissibile essenzialmente perchè l’assunta violazione di legge si basa e presuppone una diversa valutazione e ricostruzione delle risultanze di causa (interpretazione dei dati processuali nonchè dell’interpretazione del contratto intercorso tra le parti in causa), censurabile – e solo entro certi limiti – sotto il profilo del vizio di motivazione, secondo il paradigma previsto per la formulazione di detto motivo e nel rispetto del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134.

Va qui ribadito che, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (di qui la funzione di assicurare l’uniforme interpretazione della legge assegnata alla Corte di Cassazione dall’art. 65 ord. giud.); viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione; il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (in tal senso essenzialmente cfr. Cass. n. 16698 e 7394 del 2010).

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c., condannata al pagamento delle spese giudiziali, che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del scorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare la parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge; dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento da parte deiiii1correnti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2017

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA